Fu dove il ponte di legno n.2: Spazio mentale e concretezza percettiva – Vittorio Sereni, Diario d’Algeria


Diario d’Algeria

Vittorio Sereni

1998, pp. XV -46

Einaudi (collana Collezione di poesia)



La prima riflessione che mi coglie, rileggendo il Diario d’Algeria, è il rapporto, strettissimo tra la parola e la sua urgenza, la sua necessità. Ci sarebbe da chiedersi quanti poeti, oggi, scrivano per necessità e quanta di questa urgenza abbia la forza e l’autorevolezza di dare una forma del tutto riconoscibile alle parole. Quante occasioni, oggi, di partire per una guerra e di ritornare con la poesia! (Un caso lo vorrei citare: quello di Gian Ruggero Manzoni e del suo DIARIO CROATO).

La risposta potrebbe essere paradossale, ed è questa: molti oggi, scrivono per necessità; troppi. Pochi si pongono il problema di come dare uno spazio mentale alla concretezza percettiva.

Il rapporto tra spazio reale e spazio mentale, è il vero banco di prova di ogni poeta. E’ reale, per esempio, la geografia di Diario d’Algeria. Lo è nel senso dell’inizio, ma poi della dislocazione, nella pagina scritta, del flusso delle stimolazioni che la vita ci mette davanti. Perchè è lo spazio della pagina a costituire il vero evento della poesia in quanto, in essa, il diario, l’appunto, chiedono convocazione e senso.

Dire, come a volte mi capita sentire, che la poesia è  – prima della parola e del testo – nella voce di un bambino, nel garrulo stridìre delle rondini, nel pianto di una madre, nel gesto bellissimo del dono, etc… etc… vuol dire spostare pericolosamente il discorso verso un idealismo platonico che consiste nell’immaginare qualcosa che esista prima ed è autorizzato ad riesistere fuori dalla sua forma. Nei grandi libri è sempre possibile distinguere due spazi: uno quella della forma dell’esperienza, l’altro quello della forma dell’idea. Ogni poesia del Diario riporta sempre un luogo, spesso una data. Le parole, quindi, non nascono da una evocazione, ma dalla trasposizione di un evento. La poesia non evoca ma riforma.  L’evocazione è il puro dato mnemonico del riportare qui, ora; qualcosa che non ha più sostanza, che non è più come prima. L’evento, se è accaduto fuori dalla pagina, in un altro luogo, può rimanere nel ricordo e il ricordo stesso è la sua tomba. Nello spazio della pagina, invece, il vuoto deve ritrovare la sua debole luce e rivestirsi di tutto quello che le parole hanno sperduto: il puro poetico del mondo. Si scrive per “un improvviso vuoto del cuore”.

La  giovinezza è tutta nella luce
d’una città al tramonto
dove straziato ed esule ogni suono
si spicca dal brusio.

Ecco il dato sensoriale della realtà. Ed ecco la trasposizione, il dato riflessivo e conservativo dell’evento:

E tu mia vita salvati se puoi
serba te stessa al futuro
passante e quelle parvenze sui ponti
nel baleno dei fari


(Periferia 1940)


Questa la premessa per poter scrivere. O ascrivere qualcosa al testo.  Accade, quindi, in questo libro, che le parole, impregnate di tutta la loro ragion d’essere, degli strazi e delle spine che hanno raccolto per strada, si facciano l’evento concretissimo che si è rivestito di tutto il suo splendore di dolore e di denuncia.

Lo scarto, che ancora si può avvertire in questo testo, tra ermetismo e forma del diario, rappresenta proprio il rapporto tra il fardello della tradizione che ogni parola si porta con sé, e il puro mondo che chiede di entrare nello spazio della pagina e lo frattura, lo solca dolorosamente con  i suoi fatti, con la sua voce rauca.

“No, nessuna frattura; piuttosto qualcosa come un subitaneo, atroce lampo o colpo di vento, una finestra che d’un tratto spalanca minacciosamente i propri battenti su un’altra vita, una vita incomparabilmente più faticosa e più vera; questo sì. Il diario continua, ma si fa maggiormente consapevole di se stesso (tanto da assumere, appunto, il nome Diario) e si consegna (…) a una storia violentemente diversa: sempre con l’iniziale minuscola, s’intende, ma di gran lunga più – condivisa – più collettiva, più corale.”

(Giovanni Raboni)


*

Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.

Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.

Ho risposto nel sonno: – E’ il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma e tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono si pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta -.


Campo Ospedale 127, giugno 1944


*

Siamo noi, vuoi capirlo, la nuova
gioventù – quasi mi gridi in faccia –  in credito
sull’anagrafe di almeno dieci anni …

– Portami tu notizie d’Algeria –
quasi grido a mia volta – di quanto
passò di noi fuori dal reticolato,
dimmi che non   furono soltanto
fantasmi espressi dall’afa,
di noi sempre in ritardo sulla guerra
ma sempre nei dintorni
di una vera nostra guerra…se quanto
proliferò la nostra febbre d’allora
è solo eccidio, tortura reclusione
o popolo che santamente uccide.

Questo avevo da dire
questo groppo da sciogliere
nell’ultimo sussulto di gioventù
questo rospo da sputare,
ma a te fortuna e buon viaggio
borbotta borbotta la pentola familiare.

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