Zibaldello n.1: Incipit di un saggio da fare: Emilio Villa e l’indeterminazione dell’oggetto estetico


Nei registri dell’arte e della critica (e della critica delle arti e letteraria) Emilio Villa compare anzi viene fatto comparire, se e dove ciò accade, spessissimo come — o quasi compulsivamente come — accumulatore di “atteggiamenti” o stili o forme o modi o/e sostanza delle avanguardie. Una fucina. D’accordo.

Ma è, questo, dopo la fase della storia e storicizzazione, storicismo. E, infine, paradigma utile, poi inutile. Allora: preferire i legenda alla leggenda:

Leggere Villa con Villa, e cancellarlo come santo per mangiarlo come scrittura, verbo, o avanzare dimostrando di averlo mangiato, è quello che i critici non fanno, o meglio — a onor del vero e in loro difesa — non possono fare, non è loro compito fare.

Si danno allora qui alcune tracce o frecce di avvio di un discorso non su Emilio Villa ma con lui. Per chi legge (e scrive) entro i margini delle sue direttrici di ricerca. Tutt’ora il suo spazio-babele è un non-residuo, è un motore in azione.


1.

Espressionismo astratto, arte povera, arte concettuale: non sono nemici tra loro.

Insegnano alla scrittura di seconda metà del XX secolo l’indeterminazione. L’indeterminazione dell’oggetto estetico. (Partendo da una cancellazione o dissipazione del soggetto, anche).

Aldo Tagliaferri: «Tutti i modelli culturali messi in gioco da Villa tendono a sommarsi in un magma infine iperdeterminato, costruito allo scopo di produrre significanti aperti a letture plurime, sicché, per esempio, il mondo labirintico immaginato da Kircher e quello costruito da Joyce, oppure l’enigma costituito ai nostri occhi dal segno preistorico e quello intravisto dall’artista odierno, si giustificano a vicenda e non sono riconducibili a singoli archetipi storici se non al prezzo di essere dissolti, mentre la visione villiana restituisce loro una potenzialità energetica in quanto espressioni di istanze psichiche originali e intramontabili». (Emilio Villa poeta e scrittore, Mazzotta, Milano 2008, p. 79).

Alla base dell’art brut come dell’arte concettuale (si possono immaginare poli più distanti?) c’è una disintegrazione del noto, dell’atteso, del riconoscibile.

È il possibile, al fondo. Dunque il labirintico (esploso), dunque: l’oggetto estetico.


2.

Con questa intuizione in mente, il lavoro di sintonizzazione della propria ricerca non solo con Villa, ma con una quantità di codici ed esperimenti della seconda metà del XX secolo, si avvia a precisare meglio molte strade e prassi.

Non si tratta se non di considerare elementi di base quelle forme di nuovo alfabeto che il Novecento ha costituito, e che sono non soltanto parte di una cultura all’apparenza elitaria riservata a chi si occupa di arti contemporanee, ma entrano e sono con energia già da tempo entrate nei lessici e negli abiti mentali di chiunque viaggi in rete, e gestisca senza chiusure linguistiche pregiudiziali i propri contatti e movimenti nell’elettronica (non più nella meccanica) del mondo.

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