Vicolo Cieco n.6: Fashion


Il vintage non è diventato esempio di un valore del riuso, ma una piccola parentesi di memoria.

(da Vanity Fair – ed. francese Febbraio 2010)

Ma la ‘brutta bestia’ è sempre presente nello specchio, cedere alla vanità è consegnarsi alla morte; allora eccolo il male di tanta arroganza poetica, questo affondare gli artigli ostentando ciò che non si potrà mai possedere. Lo specchio non ci rimanda null’altro che la mediocrità di questo presente omino diventato metafora del travestimento in cui molta poesia si rifugia. Poesia come prostituzione seriale, che quantifica l’eccedenza e riduce l’eccellenza a una mercificazione. Grida al vento, proclami di poeti presunti che diventano ‘piagnoni’, prigionieri del travestimento, lo stesso travestimento che come nella grande tragedia della moda promette fascino in cambio di doppiezza. Se per la poesia travestimento è terminologia del senso, dovrebbe esserlo soltanto nelle ragioni di saper cambiarsi d’abito per abitare il tempo, per non indossare il vestito degli esclusi o dei marginali, metaforicamente a righe come ci ricorda Pastoreau nella sua ‘Stoffa del diavolo’, storia dei simboli della moda dei primi anni 90. Sopravvivere alla crisi è sopravvivere a queste righe di abito gessato, ma principalmente è scrollarsi da questa evidenza del disordine, da questa patina di glamour che appartiene al prodotto, al confezionamento, ma non alla poesia che appartiene all’immagine ma non all’immaginario a cui si deve tornare per essere voce. Parafrasando Benjamin la poesia è ‘uno spazio elaborato inconsciamente’, uno spazio che deve farsi segno con la sua polisemia e le sue ambivalenze, ma senza bisogno di agghindarsi per apparire più sinuosa.

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3 Comments

  • Parole forti queste, anche se non mi risultano completamente chiare. L’accenno alla moda andrebbe approfondito, suppongo che condurrebbe a quel “marketing delle idee” ed agli slogan tipo I.U.L.M. che ormai dominano incontrastati l’arte istituzionale. E poi, dopo averli capiti bene, ritornare negli ambiti più modesti per controllare se vi siano (e per me ci sono) e come si formino, certe omologie da disattivare, almeno per non ridursi a dei patetici scimmiottatori dello spazio legittimato (e giocoforza esclusivo). Penso ci sia tanto lavoro da fare (per esempio stabilire interfaccie oneste tanto verso l’alto, quanto verso il basso, cioè l’onorevole “dilettantismo”) tanta ipocrisia ed illusioni da calcinare, e tantissimo di che ferirsi, prima di riuscire a liberare quel vantaggio inestimabile di cui si potrebbe disporre nei confronti di coloro che sono ingessati dalle convenienze: il potersi sempre permettere di guardare alla verità delle cose, comunque essa venga a configurarsi.

  • “…tutti i fiumi vanno nel mare ma il mare non è mai pieno.”
    (Qoelet – 1,7)

    un caro saluto
    paola

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