Domenico Cara: ‘Le diagonali della psiche’

di Andrea Rompianesi

diagonali della psicheÈ segno di evento inaspettato la poesia di Domenico Cara. Certo il trasalire è in respiri, esclamazioni, linee dell’espressione testimone di una mobilità responsabile. Attraversamenti (quasi eburnee trasfusioni alla Ritsos, o bizzarri disegni da Illuminazioni di Rimbaud) dove ponti conosciuti in dipanate attese di congedi e ricongiungimenti (l’andare appunto), attraverso incendi quotidiani, sguardi complici o forme ferite, paesaggi, echi, trafitture, intelaiature, a volte, esprimono tratti e paradigmi di cattedrali o templi modernisti (quasi che l’architettura dei versi rivelasse una interpretazione alla Gaudì). Il vertice della sera, però, conforta le insegne di sillabe meditanti.

Le interagenze della prima parte dell’opera sottolineano confortanti i dettagli di prospettiva che ridisegnano il tracciato delle nostre angosce. Le topografie concedono direzioni nelle quali è difficile evitare le misurate aggressioni che il confronto con le cose imposta costantemente. Davvero una grammatica inesausta pone alla versificazione l’accennata e relativa resistenza alle ombre e alle assenze; confidando nella compatta adesione delle strofe poematiche a tessitura fitta e compartata. Altri cenni sono nel bosco dei simboli, quasi fiori del “ribelle in guanti rosa”; movimenti dove aleggiano anonime passioni e paure metropolitane.

La rivolta linguistica del poeta giunge a raccontarci il superamento delle inibizioni insidiose, dove i propositi sono molteplici, le mestizie ombrose, la parole saggezze. Si verifica davvero, qui, una musica di affanni nella quale la voce indice scaglie e la stessa poetica è poetica dei frammenti ricomposti. Eppure l’emozione si capacita di proporsi, di sussistere oltre le attenzioni inevitabilmente dedicate ai conflitti.

Nessuno può sentirsi straniero in una terra dove si dice di avere riposato, in attesa… le feste della fame sono sbiaditi dettagli, suoni d’assaggi, eresia della sera, per usare un titolo di Giovanni Giudici. La costruzione non contenibile, che giustamente nel passato era stata definita affabulazione barocca da Mario Lunetta, nella seconda sezione del testo (Nel bosco disegnato) tende ad una vocazione più espressamente dicibile.

Qualcosa nelle sfumature cromatiche riecheggia confronti e stimoli letterari che conducono a percorsi altri, dove le incognite ridisegnano confini che abbiamo colto in poeti così diversi, come Camillo Pennati e Jean Flaminien.

Simboli, complicità, lacerazioni coniugano il dettato tematico di Cara che giunge a tale riva attraverso percorsi che hanno conosciuto febbri, rigenerazioni, utopie, macerie, un dilagare anche corale e drammatico nel quale un approccio ermeneutico non soccombe all’incedere forzato dei relitti. Qualcosa di sapienziale, laicamente, congiunge presenze accennate e, tuttavia, materiche, corpose, allo stesso tempo. Non saranno diafani nasturzi ma spine bizzarre a ricondurre il passo verso un possibile dialogo con l’interlocutore astante. Elementi di ricorrenti squarci notturni, inoltre, sussurrano ansie, angosce e destini segreti che poco concedono a consolazioni o lusinghe.

Ma la poesia è qui conoscenza, incisione grafica connessa a ritmica definizione, enjambement filosoficamente rivolto all’accidentato percorso dei sensi.

Durezze del dettato apertamente concesso e riconiugato alla sedimentata denuncia, inquieta combinazione temporale, tradotta da prosastica accentuazione poematica.

Se il tutto fluisce, come nel pensiero di Eraclito, e si cela oltre il primo, improvviso sguardo, altra opzione, non meno intrigante, invita alla disamina dei versi quali arterie inizialmente poste a raffigurazioni concettuali comparative; a proporzioni debitamente costeggianti strofe dalla compattezza minerale e correlativa. Non potranno quindi concedersi affrettati disimpegni o rimandi del già noto; non giustificazioni anoressiche o timore di tumulti. Poiché la vibrazione fonetica del significante e l’impressione acuta del significato, contendono all’analisi lo spazio adatto al solco che la penna del poeta traccia. Rapporto civile come repertorio di eventi, farsi e disfarsi di ciò che la materia richiama ed esige in attenzione e domanda. E proprio il già detto laico approccio si stempera nella invasiva seduzione di una religiosità respirata attraverso i sedimenti che la storia, personale e collettiva, ha lasciato quale ipotesi di raccolta. Energico, a questo punto, l’impegno intellettuale di Domenico Cara, il suo condividere epidermico passioni, ricerche, quesiti di senso, oltre le contaminazioni dei dettati stilistici, tale da costruire lo stile stesso in un attento edificare demiurgico. Quando la partitura dei sostantivi e l’aggettivazione ad invasione esprimono una fenomenologia portante ad una beltà dispersa dove, non adescati ma evocati, i particolari del dissenso inducono al profilo delle successioni aritmiche, si evidenzia in tutto lo spessore della pagina, l’operante e operata epifania delle forme; tali da coniugare ilemorfiche dottrine di materia e forma, corpo e anima.

Ma, nell’ultima parte del testo, se come sostiene la citazione da Brodskij, il linguaggio rinnova la struttura del tempo, o la poesia contende alla logica il primato della sintesi, sempre in cammino verso il linguaggio come ha rivelato Heidegger, il percorso di Cara si mimetizza con l’alba e il desiderio, il rito e l’urto, il disordine immite, l’inganno e la ferita. È dialogo o risposta  parziale il punto di domanda che immette nel circuito linguistico di consonanze e strofe sapientemente basate su fondamenta speculari alternate condotte attraverso penombre gotiche e recessi nei quali l’adescamento coniuga passi e ire, trame e siepi, abitudini e conquiste. La persistente tesi antropologica è opzione liberata, mai debole, di soste finemente intagliate, di tempeste umorali sedate nell’equilibrio di una ritmica prosastica coniugata nella formula del poemetto. I notturni di Rainer Maria Rilke, i venti notturni evocati, concedono ascolti di screzi, di crepe ai limiti della cronaca che indugia, impressioni non ciniche, sussulti elaborati dal tratto ingordo; paragone che altrove ritrova l’epico gesto, il seme capace di fecondare la pagina insidiata, dove l’assillo è provocazione civile; è movimento che anima i residui e i frammenti attraverso il disorientamento contemporaneo, parallelismo sapientemente decifrato nel catalogo abitato dalle osmosi, dalle aggregazioni, nell’insistente ondulato movimento delle sillabe. E poi il mare, ad uso di ustioni e radici, abbandoni e promesse; il mare inesausto che lambisce la terra d’origine e, in più ampia accezione, dilata lo spirito umorale di una cultura dove il luogo di sosta, dal torpore salino, ospita la riflessione magmatica, condotta dall’osservazione critica oltre tempo e spazio; quasi a cogliere il segno del “pigro agosto”, per citare Walcott, il lieto distendersi al nutrimento solare, ondoso flusso ritmico sulla battigia.

“Mi assedia l’odore barocco delle vicende” confida Domenico Cara, quando la sua esaltante conoscenza della scrittura ci consegna un lavoro (questo “Le diagonali della psiche”) davvero significativo, direi fondamentale nel suo lungo cammino poetico.

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