“Bene, / dovremo dirlo tutto un’altra volta, / lentamente” – in merito a “La comunicazione in poesia. Aspetti comparativi nel Novecento spagnolo” (Fara, 2013) di Alessandro Ghignoli

covGhignoliw“Bene, / dovremo dirlo tutto un’altra volta, / lentamente”.

Con questi versi di Ana María Navales si chiude la sezione a lei dedicata da Alessandro Ghignoli nel suo recentissimo saggio La comunicazione in poesia. Aspetti comparativi nel Novecento spagnolo (Fara, Rimini, 2013). Questi versi, tuttavia, si sarebbero potuti collocare anche in apertura di saggio, costituendone l’epigrafe forse più adeguata.

Il testo di Ghignoli, infatti, si interroga sulla poesia spagnola in lingua castigliana del XX secolo, concentrandosi sui suoi aspetti comunicativi o, per meglio dire, “più comunicativi”. L’autore –docente presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’università di Málaga e a sua volta poeta – li rinviene in una lunga tradizione poetica, che si apre con Federico García Lorca, José Hierro e Ángel González e si chiude on Felipe Benítez Reyes, Benjamín Prado e Luís García Montero, passando per la già menzionata Ana María Navales, nonché attraverso le opere di altre due grandi voci femminili della poesia spagnola del Novecento, quali Juana Castro e Ana Rossetti.

Come sottolinea l’autore nella prima parte del saggio, ovvero in quell’interessantissima “Genealogia” che funge da introduzione e giustificazione teorica per la seconda parte, dedicata alle monografie critiche dei nove autori citati, si tratta di una tradizione che è sempre calata in contesti fortemente specifici – si vedano, ad esempio, le svolte “più comunicative” di Rafael Alberti e di Luís Cernuda a seguito della guerra civile spagnola – e allo stesso tempo risulta aperta alla comparazione con altri scenari e altre tradizioni, compresa quella italiana. La comparazione tra le tradizioni novecentesche d’Italia e di Spagna, del resto è stato oggetto di uno studio comparativo previo, e per certi versi inscindibile dalla lettura di questo saggio, da parte di Ghignoli, che già nel 2009 aveva pubblicato Un dialogo transpoético. Confluencias entre poesía española e italiana (1939-1989) (Academia del Hispanismo, Vigo).

Sulla rilevanza e sulla necessità di questa comparazione tornerò a breve; mi preme innanzitutto rilevare l’alta comunicatività, ovvero l’alta fruibilità, del saggio stesso di Ghignoli, situato in un interessante crocevia tra saggio accademico e testo divulgativo, ovvero aprendo una strada altresì trascurata, o guardata con disprezzo, da altri poeti-critici contemporanei (stretti tra i 140 caratteri del tweet o del post “evocativo” sul blog o su Facebook e la dimensione inusitata di opere antologiche e/o di interesse esclusivamente accademico).

Venendo quindi al cuore della questione: poesia e comunicazione. Se si risale – come fa Ghignoli, evocando il Circolo di Praga – ai fondamentali saggi di linguistica e di critica letteraria di Roman Jakobson, la questione della comunicazione sembra essere del tutto espunta dall’ambito della poesia. Ciò che qualifica un testo come poetico, parafrasando Jakobson, è il suo distinguersi dagli altri testi per lo sfruttamento di una funzione che non è, tra gli esempi possibili forniti dalle varie funzioni linguistiche, pienamente comunicativa. Come chiosato da Woody Allen, o da chi per lui, in una battuta tradizionalmente attribuita al regista statunitense: “Se avessi voluto lasciare un messaggio, non avrei fatto un film, avrei usato la segreteria telefonica”.

Aldilà della battuta, o del battutismo, Jakobson espose con chiarezza alcuni punti fondamentali nell’elaborazione della linguistica moderna e contemporanea che non è il caso qui di contraddire –come, del resto, Ghignoli sa benissimo. Ciò non vuol dire schierarsi dalla parte della negazione di qualsiasi possibilità comunicativa della poesia, anche se quest’ultima posizione sembra essere rintracciabile, nella tradizione spagnola recente, nel saggio di Carlos Barral del 1953, “Poesia no es comunicación” (sic et simpliciter: “La poesia non è comunicazione”) o nell’antologia, curata da José María Castellet, Nueve novísmos poetas españoles (1970) – in analogia, come nota Ghignoli, con il titolo dell’antologia di poesia italiana curata da Alfredo Giuliani I novissimi. Poesie per gli anni ’60 (1961).

Occorre piuttosto affermare una dialettica, che è prima di tutto storica, tra una poesia, per così dire, “più comunicativa” e una “meno comunicativa”. Dal saggio di Ghignoli e, soprattutto, dalla sua impostazione storica e critica, pare evidente come questa forbice, se intesa in senso comparativo, non possa risolversi nella dialettica “lirico/sperimentale” che attanaglia, e spesso ammorba, le discussioni sulla poesia italiana contemporanea. Non vi è, in questa dicotomia, tesi e antitesi (o anche: cultura e barbarie), perché la dialettica opera evidentemente in un unico campo d’analisi, che si potrebbe provvisoriamente definire la “produzione poetica complessiva”. Inoltre, il fatto che questa dialettica non si svolga tra poli radicalmente opposti è reso oggi ancor più evidente dal fatto che ciò che è “lirico” (e, sempre in via ipotetica, “comunicativo”) non lo è più, in epoca di post-lirismo, in senso assoluto, così come non è più da intendersi in modo assoluto, ovvero falsamente innocente, ciò che si può definire come “sperimentale” (e, ipoteticamente, come “anti-comunicativo”).

L’inesistenza di una dialettica radicale impone che la poesia “comunicativa” non possa essere norma – né in positivo, né in negativo.

La tradizione “più comunicativa” analizzata da Ghignoli, dunque, non può costituire, da sola, la “norma” linguistico-letteraria della tradizione letteraria spagnola del Novecento, ma di certo è una parte non irrilevante del suo panorama. Si tratta, in altre parole, di una tradizione poetica che l’attenzione critica – che però, fuori dal caso specifico, parzialmente accademico e parzialmente divulgativo, si deve a quel punto svelare senza patemi d’animo come “militante” – può liberamente sostenere e promuovere. E ciò deve poter avvenire senza doversi prendere la briga di difendersi dalle accuse di chi vede la barbarie nel presunto “appiattimento” e “livellamento” di quel discorso poetico che si vuol fare “più comunicativo”.

[A questo proposito, mancano forse studi approfonditi sulla ricezione del testo poetico in un contesto storico specifico, poniamo nell’Italia di oggi, ma quello che pare evidente, “a occhio nudo”, è una sostanziale identificazione, agli occhi di una buona fascia di lettori non specialisti, tra la difficoltà di un testo lirico/post-lirico e la congrua difficoltà di un testo, che si possa definire “di ricerca”; la barbarie, se si vuole, è già in atto, e non sono Alda Merini né Edoardo Sanguineti ad averla prodotta…]

Uscendo dalla parentesi personale, che poesia lirica e poesia sperimentale non siano poli opposti di una dialettica che cerca sintesi, ma piuttosto un binomio che di volta in volta viene ri-modulato, dev’essere chiaro anche a Alessandro Ghignoli che qui dedica un saggio alla tradizione comunicativa nell’ambito della poesia spagnola in lingua castigliana del XX secolo, ma che è stato anche autore di uno splendido testo poetico dalla chiara “vocazione all’elocuzione ludica e al meticciato linguistico” (sono parole di Stefano Guglielmin) come Amarore (Kolibris, 2009).

Fatte salve queste distinzioni, che è sempre utile riprendere quando si accostino termini come “Poesia” e “Comunicazione” (di qui, anche, la scelta dei versi di Navales: “Bene, / dovremo dirlo tutto un’altra volta, / lentamente”), si può tornare a interrogare il saggio di Ghignoli per trarne altre, salienti, indicazioni.

Come si è detto, l’indagine operata da Ghignoli è contestuale e, pur soffermandosi solo sul Novecento poetico in lingua castigliana,  comparativa, in quanto risponde all’idea “che gli studi letterari di una stessa letteratura nazionale possono essere concepiti anche come studi comparativi” e fa propria “l’affermazione di François Jost che la letteratura comparata rappresenta: “una visione generale della letteratura, del mondo delle lettere, una ecologia umanistica, una Weltanschauung letteraria, una visione dell’universo culturale, inclusiva e comprensiva” (Ghignoli 2013, p. 104; il riferimento è a F. Jost, Introduction to Comparative Literature, Bobbs-Merville, 1974).

Per quanto riguarda l’approccio storico, è da notare come il saggio approfondisca un periodo di tempo già al centro delle riflessioni del saggio di Ghignoli del 2009, ovvero dalla fine della guerra civile spagnola (1939) alla caduta del Muro di Berlino (1989), senza spingere l’occhio verso gli ultimi vent’anni di poesia spagnola in lingua castigliana. Del resto, come mi ha avvertito Ghignoli in una comunicazione personale, gli scenari più recenti della poesia spagnola presentano un mare magnum nel quale affondare le mani è impresa difficile. Lo stesso avviene in Italia, per effetto dell’atomizzazione e della disseminazione di poeti e poetiche. Ciò  non significa che i processi all’opera nella tradizione novecentesca in lingua castigliana analizzati da Ghignoli si siano improvvisamente arenati, o dissolti.

Tornando un momento a far dialogare la mia esperienza personale con il testo, la specifica porzione della poesia spagnola contemporanea che abbiamo riunito sotto il titolo di Canto e demolizione (qui la nota introduttiva) presenta alcuni elementi interessanti per la discussione. Li introduco senza patemi d’animo sul mio narcisismo, perché credo servano all’argomentazione che sto conducendo.

Se infatti gli autori di Canto e demolizione si svincolano, per motivi letterari ed extra-letterari (e uno studio comparativo sulla sociologia della letteratura, e in particolare della produzione poetica, nei due Paesi potrebbe essere parimenti interessante), dalla poesía de la experiencia di Luís García Montero e sembrano piuttosto rifarsi al concetto di poesía crítica avanzato da Ángel González (La poesía y sus circumstancias, Seix Barral, 2005), questo segnala, almeno, una tensione, che è sia materiale che simbolica, interna al campo della tradizione comunicativa delineato da Ghignoli (che è dedicato tanto a González quanto a García Montero) e che promette sviluppi ulteriori rispetto a quelli proposti, entro le date del 1939 e del 1989, nel saggio. Sviluppi, peraltro, allineati (e questo allineamento al contesto, più che la comunicatività, potrebbe essere degno problema teorica) al contesto di crisi finanziaria che attanaglia oggi tanto l’Italia quanto la Spagna.

Se dunque nel testo, in virtù dei limiti temporali già enunciati, non si trovano accenni a una possibile comparazione tra le produzioni culturali attuali dei due Paesi, altri motivi di comparazione accennati nel testo restano comunque validi, e riguardano le reciproche influenze culturali rispetto alla produzione dei “novissimi”, tra il 1960 e il 1970, la diversa ri-elaborazione di una storia perlopiù novecentesca di “guerra civile”, l’accesso asincronico alle possibilità materiali e culturali rese tangibili da una situazione di “boom economico”, eccetera.

In conclusione, il saggio di Ghignoli si presta come un utile punto di partenza per indagare un particolare versante della poesia spagnola del XX secolo, che è stato ampiamente tradotto in italiano (gli autori discussi nel saggio sono stati tradotti dallo stesso Ghignoli, così come da altri autorevoli ispanisti, come segnala la curata bibliografia finale) eppure sembra ancora largamente incompreso, in un’atmosfera culturale sulla quale ancora gravano i cascami della querelle “lirico-sperimentale”.

Ghignoli affronta argutamente questo snodo rilevante, aggirandolo e affermando la bontà di un’ottica storica e comparativa: l’unica, forse, che può togliere le castagne dal fuoco e segnare come l’intreccio tra poesia e comunicazione non sia affatto l’esito di un abbraccio mortale tra Cultura e Barbarie, ma un versante tutto sommato prolifico di un panorama letterario che può, ragionevolmente, essere molto più ampio.

 

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5 Comments

  • Ti ringrazio, Davide. Conoscevo il tuo Poem Shot dedicato a Garcìa Montero, sempre preciso, puntuale e intelligente come i tuoi Poem Shot (ma, come ti ho già scritto in altri luoghi, non so se, come scrivi, si possa basare il canone sulle opere e non sugli autori, e soprattutto, se si possa fare sui testi singoli… non so!). Quanto alla “povertà” dei mezzi, la chiamerei piuttosto una “diversa semplicità”, che tira in ballo, ad esempio, quella metafora sensuale di cui tu stesso parli e che fuori di Spagna (ma, per meglio dire, fuori dell’Andalusia!) non è tanto diffusa o preminente. E non vedo per niente questa come una tradizione conservatrice o reazionaria, come si legge tra le righe da altre parti, in rete, perchè credo che un approccio comparato debba misurarsi con le tendenze militanti e di superamento neo-avanguardistica dei paradigmi, e viceversa. Altrimenti, in entrambi i casi si perde molto.

  • Ottima recensione/ricognizione. Da quel che mi pare di capire (ma posso sbagliarmi) il libro di Ghignoli riconferma una sensazione che ho avuto piu’ volte leggendo la poesia ispanofona: quella di una maggiore comunicativita’, e anche (forse) di una maggiore poverta’ o semplicita’ di mezzi rispetto a parte di quella italiana. Ma si tratta appunto di una sensazione che forse deriva dal mio essere relativamente piu’ familiare con la tradizione italiana rispetto a quella spagnola o ispanofona in generale (che mi sembra anche molto piu’ votata alla metafora sensuale rispetto alla maggior parte della poesia italiana che conosco). Per questo ben venga un approccio comparatistico, e ben verra’ (spero) anche uno che non rifugga da ricerche quantitative (usando, ad esempio, corpora poetici) che mettano in luce differenze sistematiche tra diverse tradizioni.

    Se posso infine permettermi (anche perche’ c’entra con gli autori trattati), mi permetto di linkare una mia lettura di una poesia di Garcia Montero che mi colpi’ molto (ma Montero di per se’ l’ho trovato abbastanza ripetitivo, e, alle mie orecchie, un po’ ruffiano, o alla ricerca facile di “effetti speciali”):http://castiglionedav.altervista.org/blog/poem-shot-9-luis-garcia-montero-1958/

  • il lavoro di Alessandro è notevole. (Per ora) gli faccio i miei complimenti. Come li faccio a Lorenzo per questa recensione (molto più che una semplice recensione) a questo saggio. Un caro saluto, manuel

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