I moduli della sfumatura – 28 domande a Domenico Cara, di Angelo Scandurra

di Angelo Scandurra

Domenico Cara 01La posizione di Domenico Cara nel panorama della nostra cultura contemporanea, induce a profonde riflessioni. Non è, infatti, immaginabile, oggigiorno, incontrare un intellettuale di così radicata coerenza ed “efferato” entusiasmo.
Nella molteplicità degli interessi (è poeta, saggista, critico d’arte, editore, fondatore e direttore di riviste) questo ferrigno figlio del Sud (è nato in Calabria) non smarrisce lo smalto di un’autenticità che, per precisa caratura di proposte, è raggio d’originalità.
Nell’irriducibile forza di scavo che Cara opera attraverso i mezzi poetici riaffiorano i motivi di un’esistenza mai paga di verità e di codici.
Il suo largo sorriso, scoppiettante, pronto ad avvolgere il più “pesante” dei problemi, coincide con i moduli espressivi della sua arte, dove le trame vivono come velate in una estensione quasi “placida”, ma sotterraneamente governate da pulsioni e reinvenzioni sul limite della sfumatura. Non esistono nelle sfaccettature etichettanti di questo prismatico intellettuale squilibri di tensione formali o contenutistici: Domenico Cara è sufficientemente artista per sfuggire agli allettanti inviti dell’autoconclamazione. La sua opera, perciò non rischia il soffocamento di una comoda omologazione, sottesa com’è, al rito selvaggio della creatività.

Si può nascere poeti?

Si può nascere poeti ma la vita impone di esserlo sempre di meno, per cui bisogna partire comunque da zero, ad ogni esperienza cercare di ridiventarlo per quanto è possibile!

Quando si può definire uno “scrivente” poeta?

Si tratta di una definizione romantica, in ogni caso nella misura in cui il linguaggio riesce a farsi meraviglioso, rinunciando a certe antiche cabale del sentimento, e nell’essenza in cui la disperazione, la ricerca del profondo, le estasi sia pur emotive, riescano a creare un minimo cataclisma di eventi imperiosi e in qualche modo inediti, cogliere intanto la sua pronuncia potenziale.

Cosa significa, allora, essere poeti?

Essere poeti significa rinunciare a certi orgasmi evocativi, così come alle sottili vibratilità delle suggestioni lambiccate, o esplodere (su tutti i fermenti individuali) con aberranti movimenti anomali, come è accaduto alla poesia degli ultimi cento anni di solitudine dell’espressione (sulla pagina); e in qualche modo tracciare il senso e il non senso della stessa interiorità al fondo della coscienza e nella prospettiva di testimoniarne la stessa astrazione d’un sogno.

Esiste ancora un messaggio poetico?

Non esiste alcun messaggio “poetico”. La modernità ne ha privato i possibili entusiasmi e le proporzioni. Esistono appelli, slogan, petizioni decomposte, ritmi collettivi della protesta, inerti striscioni dello scontento generale. La stessa fiaba è diventata congelante e direi mostruosa, e il verso non riesce ancora a sostituire il punto di vista della politica in fatto di messaggi. E poi, chi leggerebbe oggi un messaggio venuto fuori dall’enfasi esclamativa di un poeta, o da un suo aforisma proditorio e didattico?

Se sì, qual è il tuo?

Il mio messaggio non esiste quindi, potrei sottoscrivere l’ansia nel clima di innumerevoli episodi dell’esistenza, ma siamo in molti afflitti da ciò che può accadere, e che la salvazione è sempre più difficile per tutti: ladri, scandalisti, asceti e pubblicani, politici e presenze decadenti di un moralismo ad usum delphini in atto, dalla tradizione ad oggi (e forse dopo).

E cosa ti aspetti dalla / per la poesia?

Dalla poesia mi aspetto il piacere immediato e continuo (e malgrado le amarezze che essa suscita) di scoprire i mobili criteri dell’intelligenza, le modalità con le quali essa si dispone alla scrittura, la crea, la rende elastica e, qua e là, strabica; e la qualità di come riporta la tradizione a una diversa euritmia, le abitudini dell’essere verso nuovi coaguli mentali, misure e codici di altra riassunzione e tonalità.

Quale ragione esistenziale detta la tua “andatura” poetica?

La mia “andatura” appunto, che potrebbe spiegare uno stile possibile, i rifiuti dei vecchi modelli di vita del linguaggio, e certe private utopie, i mutamenti del secolo, i progetti incompiuti, i fiuti di collegarmi ai profili di ulteriori fantasmi. Certo, appartenere il meno possibile al gioco degli approssimativi, di coloro che pensano all’ovvietà di cui fanno parte il benessere, la crassa ignoranza, la chiave del paradiso che hanno scelto per la sopravvivenza e la premorienza più banale e, diciamo pure, dinamica ed esterna al gioco.

Credi più ad una forza innovativa a livello di contenuti o di linguaggio?

Una “forza innovativa” è anche una fusione delle due essenze, non può essere dissezionata per fare piacere alle elucubrazioni della critica, che non capisce molto perché spesso so(m)maria. Il “nuovo”, quando esiste, ma non è facile fare il nuovo ormai, diviene esercizio radicale di codesta amabile armonia, che è anche azione di rapporti, non luogo prestabilito di alcuna ipotesi dell’invenzione sintattica.

La poesia dovrebbe essere il “bene” di / per tutti ? Non credi, piuttosto, che giostri in un circuito chiuso?

Va bene il circuito chiuso per la poesia! D’altra parte nessuno l’ha mai cercata come “bene” di alcunché. Coloro che la inseguono per la maggior parte ne diventano esecutori d’opera e comunque è il meno male possibile. Ma la sua inutilità non convince alcuno in un’epoca di materialismo, spinto fino al cospicuo ladrocinio e alle iconografie più luminose e fittizie. Cercare la poesia è un libero tripudio, e l’attrazione è sempre accessibile, anche quando gli schizzinosi la credono difficile.

Serve più alla poesia il dolore o la gioia?

La “poesia” è onnivora, ad essa tutto è utile (per la sua stessa inutilità). Un comportamento tematico piuttosto che un altro non la fa migliore né la disintegra, e tanto meno va verso la non poesia. Il lettore deve sapere cosa vuol leggere e non deve aspettarsi dalla poesia il dolore per approfondire il proprio, o selezionarne le angosce, né la gioia, ed aver prescritte formule per la continuità dei propri umori quotidiani. È importante frequentarne le aree generali ed esserne conquistati per la sua stessa virtualità, ma senza prevenzioni verso qualsiasi genere di universo essa prospetti.

Il gioco o l’immobilità?

Personalmente preferisco il gioco (humour, divertente satira, analogie, atmosfere allusive, tecniche di tiro legate al divertissement, senza scrivere filastrocche o refrains per lo scialo collettivo, ma per fare intervenire l’ironia su tante abitudini di espressione sussiegosa, o miti scomparsi e ripresi in maniera epigonica). L’immobilità però richiede una sufficiente ideologia prima di negarla totalmente.

La presenza o l’assenza dell’autore?

Indubbiamente l’assenza. La poesia potrebbe anche non avere autore e vivere assiduamente in tutti coloro che la cercano, senza sacrificare alcun Narciso, o voler essere stravaganti ad ogni costo.

Ti senti poeta della vita o nella vita?

Non mi sento poeta che per reazione ad alcuni (o molti) i quali fanno d’ogni sensibilità un fascio. Preferisco, per una convinzione individualissima, di non dirmi “poeta”. È una voce che sa di romantico, che la gente ti impone per scoprire la tua autenticità, rilevarne un significato per la beffa, in modo angusto e anacronistico; non rappresenta inoltre ineluttabilmente neanche una minima parte di ciò che in effetti ricerchi nella tua scrittura e diventa così una rosata assurdità.

Quali “ferite” la poesia è riuscita a sanarti? Oppure te ne ha aperte delle nuove?

La poesia non mi ha sanato alcuna ferita. Sono uno dei tantissimi Lazzaro che percorre la propria sopravvivenza, e in cui ognuno di noi cerca delle strategie per continuarla il più possibile. Indubbiamente tento di dimenticare, scrivendo, le amarezze irresistibili, gli usi pubblici che la vita della società potrebbe impormi con la sua azione burocratica, civile, i feticci di massa, le nausee, i vizi, le volontà che non sento. E, d’altra parte, non si tratta di un ozio assoluto, né di un’oasi per le privatissime accidie. Con la poesia si esce dalla realtà assoluta, dalle tecniche proditorie che ti vogliono impegnato a tempo pieno, nei naufragi e nei lambiccamenti della prassi: con la poesia sfuggi dal falso che ti disturba il più delle volte, vi si progetta un’almeno simbolica indipendenza.

Cosa pensi del rapporto poesia – morte?

La morte non l’allontana nessuno dalla nostra notte umana (Cristo ha avuto una profonda paura); in quel momento di tragica visione, la vita che si ama si perde, e allora la poesia resta una memoria spettrale che non ti interessa o non sai cosa sia stata per te, proprio perché lo smarrimento diventa plumbeo e totale; non puoi definire cosa sia stato il tuo passato, perché il Presente è catastrofico e sei sommerso nella bufera. Nessuno ricorda di aver avuto consolazione o armonia, non è consorte che prima di codesta crudeltà veemente (anche se la speranza si fa assoluta nella vita ignota e ignorata del Dopo).

E di quello poesia – amore?

Nel clima dell’amore la poesia è tutto (e più di tutto). Non c’è alcuna sottrazione d’incanto, né di desiderio. La poesia ti accompagna felice, ti dà entusiasmi multipli; direi che si fonde con la vita, spinge il sogno ai suoi vertici, il pensiero si fa dolce ragione di essere nella terrestrità.  L’amore è una sete avvolgente, e Lazzaro dimentica le più accese ferite.

Poesia – Dio?

Dio (l’idea del suo Assoluto)è anche il nostro trionfo, sposta il discorso in una levità che diviene fantasia, mentre tutto il resto ti accorgi mostra le capziose parvenze del Dèmone. Le oscillazioni dei vari tormenti, malesseri, umiliazioni, folate di nulla, sciupii mentali, cognizioni stagnanti di fisicità, nodi del sofisma, ecc.; le cose infinitamente fredde e sole perdono la loro funzione oggettiva, e tu appartieni a una più energica simbiosi.

Poesia – Libertà?

Nella libertà la vita intera si trasforma; gli specchi diventano continue proiezioni di corpo, gli spazi non presentano personaggi avvizziti. Ma quanto ha di libertà lo scriba isolato? C’è quando è reale e quando occhieggia; sono sempre presenti i suoi argomenti, le figure della pianura la rendono più lugubre o sterile, inautentica e fluttuante, ormai burlesca. Il poeta  è un semplice e s’accontenta della “libertà” di scrivere qualcosa contro l’illibertà, perdersi nei suoi colori, gemere a contatto di coloro che l’hanno resa più grigia.

Reputi che tutta la poesia, anche di genere squisitamente immaginifico contenga un proprio ideale civico e politico e che, quindi, definizioni come “poesia civile”, “impegnata”, non restino altro che luoghi comuni?

Poiché essa appare sospesa e piuttosto illusoria, o si squarcia in ambigue risorse, in frammenti, la critica ha bisogno di connotare indicazioni e segnali diversi, i meno approssimativi possibili, per spiegare la poesia; intanto la “vera” poesia deve contenere tutte le chiavi per essere interpretata ed essere amata, al di là delle sia pur allucinate fluttuazioni di misura e di tendenza, combinazioni e derive comprese.

Credi in un valore salvifico della / nella poesia?

La poesia non salva alcuno, direi che spesso è ostile a coloro che la scelgono per codeste riconoscibiltà propedeutiche, e si rivela addirittura un’abnorme o leggendaria menzogna.

Il lettore, diciamo pure, reputa i poeti e gli scrittori come “esenti” dai difettucci ordinari (invidia, prepotenza, sete di potere, frustrazioni più o meno latenti, ecc.). Qual è la tua opinione in proposito?

Non so cosa possa pensare il “lettore” (quando esiste) dei modelli morali d’un poeta. È giusto pensare che come uomini possano e debbano avere i loro vizi, le carenze di attendibilità di ciò che si pretende dignitoso e ispirato da muse senza segni di vita reale, piuttosto che statue di un’esposizione le quali offrono il migliore del loro silenzio e l’immobilità. Direi che i poeti spesso eccedono nei vizi: invidie, iracondie, dis /amore del prossimo, astuzie e frustrazioni splendide, ecc. Sembra incongruo tutto questo, ma fa parte di un’autodifesa contingente, nell’equilibrio e negli irti percorsi del labirinto.

Tu sei autore molto prolifico. Per te scrivere è un mestiere o un’esigenza diciamo esistenziale?

È un’esigenza e una volontà di ritrovarmi meglio che in altre specificità dell’esistenza e, certo, per contraddirle.

Una volta venivano dedicate alle donne la maggior parte degli scritti. Anzi, spesso, era proprio una donna a fare da ispiratrice. E’ questo ideale di musa a stampo romantico che governa ancora fra le righe degli scrittori contemporanei?

Una musa c’è sempre per tutti al fondo di alcune cose che scriviamo. C’è un problema di genere. Certo, il cronista o l’economista ha: il primo l’improvvisa notizia del peggio, il secondo si ispira all’inflazione.
Può darsi che diventino argomenti di una poesia e che non possa proprio pensare a una donna in tutto questo. La donna ormai è autrice in proprio, o ha abbandonato per sempre il ruolo letifico (e mummifico) di ispiratrice a tempo pieno.

Hai avvertito, qualche volta, la sensazione che tutto quanto scritto non serva proprio a niente?

Non mi chiedo mai se ciò che scrivo sia utile o no a me stesso o ad altri. Né pretendo che i posteri cerchino nella radura i miei versi per bearsene. Quello che conta per me è l’esprimersi, la festa della parola a contatto con il foglio bianco, il “realizzarsi” (come si suol dire con un brutto termine), riconoscere – almeno provvisoriamente – che so come servirmi di qualcosa che penso e inseguo, e che l’esperienza mi traccia nel corso delle scelte mentali ed esistenziali.

Se sì, perché continui?

La risposta è dentro la precedente: una legittimità di sentirmi vivo, “una maniera di esistere”, come ha scritto per l’opera di Cézanne, Maurice Merleau – Ponty, di avere contatti con coloro che hanno i miei stessi problemi di scrittura e, perché no? di normale esibizione!

Come giudichi l’attuale “stato” della poesia, soprattutto in Italia?

L’attuale stato della poesia in Italia è qualificante. Una delle più attive e immaginative, schietta, sempre diversissima e colma di energia linguistica ed emotiva. Ovviamente c’è molto epigonismo, immagini suasive ma usurate, effigi liricistiche, sgomenti con aggregate teleologie su misura, e altro; ma il ritratto generale gode di ottima efficacia, non è floscio.

Esistono uomini come te, o come me che t’intervisto, che si affidano ancora ad un colloquio di parole; altri “preferiscono” comunicare con strumenti di violenza molto più pratici e, se vogliamo molto più redditizi. Credi (rapportandoci alla prima domanda) per dei precisi dettami di natura biologica o per sopravvenuti fattori acquisiti dall’esterno?

Ogni conio o luogo della mente contribuisce a far poesia; il colloquio ha le sue regole, è importante la spontaneità o la progettualità enigmatica producente la metafora, o una serie di altre figure, con le quali ci si riporta a una poesia possibile. La poesia dell’urlo e dell’urto certo non è redditizia, può far gioco ( e capolino) nelle lungimiranze ideologiche, in altra pittura del sogno del progresso. C’entrano abitudini, morfologie biologiche, motivi di auto esplorazione, sensi di febbre e di logica della “peste” (la poesia è peste linguistica in ogni entità sintattica, e fino al suo punto più alto). Ma è la stessa libertà che s’incastra nella pratica dell’elaborazione del poetico, ed è un modo per farla uscire dalle sue nebbie, convenzioni, orditure melliflue, dis /equilibri e follie.

Cosa ti aspetti da un tuo ipotetico lettore?

Non mi aspetto niente dal “mio” inesistente lettore. I primi sono gli amici che scrivono come me poesia, e dai quali ho le impressioni affettuose e critiche spesso entusiasmanti, gli altri probabilmente verranno nel tempo, con i loro umori e fiducie, spero. Il lettore ha troppo da leggere, vi si aggregano innumerevoli materiali per la sua resistenza. (E dove mettiamo la sua puntuale dissipazione consumistica, la permanente conflittualità con lo spettacolo e i mass – media?). Non aspettandomi niente, quando accade qualcosa del genere, sembra una sorpresa (nell’imprevisto), e questa è un’enorme gioia; mi offre il piacere (e la febbre) di continuare come da sempre la bellissima smania con la quale mi ri / costruisco, vivo, sia pur candidamente e in piena disponibilità di me. Se le attese fossero un problema e un’ansia, molto probabilmente resterei deluso, e l’importanza della “poesia” certo potrebbe finire in un paradossale conflitto, tutt’altro che introspettivo, del proprio comportamento peraltro faticoso, e che riscopro come dilatabile ombra di qualcosa sempre incompiuta!


Angelo Scandurra è nato ad Aci S. Antonio nel 1948 e vive a Valverde (Catania), dov’è bibliotecario presso il Comune. È laureato  in lettere. Ha pubblicato di poesia: Bagliori (1971), Mandorle amare (1973),  6 Frammenti (1973), Urlo dei gabbiani (1975), Proposta per incorniciare il vuoto (1979), Fuori dalle mura (1983). Nel 2009 ha pubblicato con Bompiani  Quadreria dei poeti passanti: una serie di brevi racconti. Ha fondato il Gruppo Teatro Nuovo per il quale ha scritto un testo Evoluzioni di una metamorfosi (1978). Ha ideato inoltre, per diverse edizioni, lEstateteatromusica. Ha diretto la rivista Il Girasole a cui ha aggiunto una collana editoriale “Le gru d’oro” che ha pubblicato testi di poesia e narrativa. Collabora a periodici e a riviste letterarie e i suoi versi sono stati tradotti in varie lingue.

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