Ipotesi aforisma in ‘Lume degli occhi’ di Domenico Cara

di Marzia Alunni

Lume degli occhiIl rapporto quotidiano con la testualità ci abitua ad una sorta di perdita di potenziale del linguaggio. Il senso recondito, ma persino quello manifesto, delle parole, sfugge all’attenzione, ci si sofferma sul già detto, dimenticando che l’originalità è un palese sforzo di concreazione, distruttivo tanto quanto rinnovatore.

Il testo di Domenico Cara non corre il rischio di passare inosservato, tanto è lo zelo di esprimere, dire, comunicare al di fuori degli schemi preordinati, canonici e quindi banalizzanti. L’autore, fine poeta, ha una vocazione che spazia dalla critica alla frequentazione filosofica, per raggiungere un più elevato grado di sviluppo concettuale nel suo percorso di ricerca. La produzione che gli è propria è ben nota, lo interessano i nuovi linguaggi, quelli ad esempio della multimedialità, non come fini a se stessi, piuttosto per quanto riescono a suggerire, denotare, implicando una continua allusione alle potenzialità critiche, nonché espressivo-emozionali, dell’uomo.

Il genere aforismatico, per entrare nel merito dell’opera “Lume degli occhi”– (Laboratorio Delle Arti- Milano, Gennaio 2008, pagine 156) oggetto della nostra analisi, conosce attualmente una sua stagione d’oro. Essa è rappresentata da una quantità notevole di produzioni relative a vari autori, qui ricorderemo solo Longanesi e Flaiano che sostengono l’onore dell’Italia. Come in tutti i casi simili, però, la qualità non deriva dalla quantità delle testimonianze, inoltre sussiste una differenza tale di proposte, che oscillano dalla pura espressione letteraria allo strumento teoretico, da riuscire, a tratti, disorientante. È pur vero che ogni aforisma va inserito nella giusta cornice. Può essere dichiaratamente letterario e raffinato, per scelta anche stilistica, oppure richiamarsi solo alla matrice filosofica. È un aggancio, quest’ultimo, non del tutto vincolante, in ogni modo, ben più di un accostamento casuale, ma senza troppe implicazioni accademiche. Se operiamo un processo di riflessione e decodifica, scopriremo che l’aforisma, per la sua mancata pretesa di pesante e restrittiva sistematicità, riesce a catturare il pensiero in modo ondivago e geniale, ispirandosi agli orientamenti meditativi contemporanei più fecondi non sempre legati a movimenti di pensiero ufficiali o sentieri già noti. C’è da chiedersi, per l’ennesima volta, infatti, se la pretesa di chiudere tutte le porte della metafisica, difendendosi dagli spifferi del dubbio, non sia un controsenso palese, la realtà è fin troppo contraddittoria, aliena da ogni facile ‘reductio ad unum’ insostenibilmente dogmatica.

Per tale complessa weltanschauung si evidenzia chiaramente l’utilità del riferimento alla lezione d’umiltà aforismatica, linguaggio, ma anche stile di ragionamento, di vita e testimonianza.

Si nota, nella scrittura di Cara, un felice residuo della tradizione greca: il pensiero filosofico più antico, vera scaturigine dell’essenzialità aforismatica. Il concetto, per Domenico Cara, è infatti pur sempre metafora della vista, intesa come suo movimento, degli occhi, e quindi in senso letterale, ma anche visione onirica, ossia tentativo di proiettarsi e contemplare uno spazio altro. Tutte esperienze che ineriscono al filosofare dei presocratici in primis e generalmente alla tradizione classica. La brevità del frammento filosofico, da sola, non è sinonimo tuttavia di aforisma, in quanto noi la riscontriamo nella filosofia antica a causa delle lacune testuali che caratterizzano lo stato delle testimonianze giunte fino a noi [1]. Detto questo, tuttavia, occorre riconoscere che una certa essenzialità del dettato si mostra come elemento ineliminabile di ogni rigoroso concetto ideato dai primi pensatori, ammirato e fortemente seguito dalla tradizione successiva. Non si da il caso che esista vera filosofia senza amore per la sintesi, pregnante di significato e libera.

La predilezione per l’aforisma è dunque una vocazione all’assoluto concettuale, un tendere alla “sofia” che non scende a compromessi con la lentezza di un logos, troppe volte frainteso con superficialità dall’uomo, quindi un logos dimidiato dalla logorrea, dalla chiacchiera di heideggeriana memoria. Nello sviluppo delle tesi di Cara tale urgenza del cogliere, fissare, come su una tela impressionista e consegnare al mondo, è ben chiaro. Non sarebbe infatti concepibile, il discorso sulla visione, se non per esaltare la rapidità dei battiti di ciglia, il ruotare dello sguardo, la sensazione che il vero stia immediatamente al lato di colui che lo coglie, compiendo uno sforzo davvero grande di aderenza al fenomeno che è li davanti, reale, immediatamente spendibile, nella sua pervasiva e trascinante intangibilità. Vedere non significa rinchiudere asfitticamente, o svellere dal tronco, disanimare. Il Nostro rispetta la genesi stessa di quanto si riflette metaforicamente nelle pupille, non snatura l’atto della visione trasferendolo in un contesto del tutto trascendente. A che vale un iperuranio qualsiasi? L’oggetto della visione, sembra dire l’autore, è qui, ora, più vivo che mai, se rimanda ad altro (ad altri), o in alto, non è un tradimento, piuttosto una conseguenza del gioco degli sguardi, un vedersi nel sogguardare: “Osservandosi al centro degli occhi degli altri, alla finestra del vedere, sei comunque un pubblico ritratto, mai distratto, presenza globulare, dove ti scorgi alquanto sigillato, fiotto metafisico e curioso cristallino, in cui s’inscrive l’identità. Persino per ammicchi e immobili palpiti.” Da notare l’accenno all’identita ed il riferimento al fiotto metafisico, una presa delle distanze da ogni tentativo d’irrigidimento concettuale, con l’intenzione di attribuire senso e valore agli ammicchi e immobili palpiti, i quali sono l’espressione della complessità (globulare?) del vedere.

La tradizione aforismatica, in tutti i suoi esponenti, non sempre è riuscita a coniugare profondità, innovazione e senso della bellezza, spesso la sentenza breve, strutturata con giochi linguistici, talora sosprendenti, esauriva tutta la riserva di senso della parola, rivelandosi più un modo divertente di scrivere ed essere spiritosi con eleganza. Si trattava perciò di un riflettere, piacevolmente eziando… Nulla di più lontano dall’ambiente teoretico di Domenico Cara. Senza togliere niente all’autorevolezza della tradizione francese, sentenziosa e garbatamente moralistica, riconosciamo che l’aforisma può voler dire ben altro. Ci viene in aiuto Nietzsche, con i suoi scenari concettuali estremi, votati all’arte del paradosso, sembra quasi che la tradizione tedesca scopra un dissenso intimo profondo nei riguardi dell’idealismo, avvertito come granitico e troppo impegnativo per il ruolo assegnato allo Spirito. La sottile teoresi dei greci era ben altro, lo riconosce anche Heidegger in “Was is das? die philosophie” quando indica in Parmendide un riferimento autorevole del nascente concetto filosofico. L’Autore di “Lume degli occhi” dice intanto: “Siamo forse sempre più in là dell’indecifrabile, ma in effetti senza esatta mappa e ubiquità nella luce dell’occhio ritrovato.” È una revelatio, uno svelamento cui è dato, come privilegio, di assistere, mediante la scrittura.

E l’aforisma? Ti brucia dentro come una miracolo, così, per non rimanere accecati dal pensiero essenziale, in nuce, dobbiamo potenziare le armi della vista, alzare gli occhi in direzione della lux e scoprirci in grado, semplicemente, di vedere tutto. L’osservatore, Cara nella fattispecie, sa bene di non poter vantare posizioni di privilegio, esse turberebbero lo spettacolo senza aggiungere nulla alla fame di verità. Si veda questo esempio: “La libertà dell’occhio è giusto che adeschi il più cospicuo numero di vicende (sfasature e omologie comprese) ma la sua ellitticità non deve essere in tutto e per tutto perturbativa per coloro che osservano dalla solitudine di un’ellissi discreta e forse indifesa”. Ogni tentativo di abbreviare il percorso faticoso in direzione del vero può dunque solo snaturarlo, condizionando i risultati, perciò si può abbreviare unicamente il linguaggio usato che, non pretendendo di esaurire l’argomento, lascia spazio al contraddittorio, all’analisi ulteriore, fino al rovesciamento delle parti che ci trova spesso indifesi.

Il piacere, così apprezzato nella nostra società, spinge, d’altra parte, l’uomo odierno ad amare la coincisione, le sottigliezze del dire in breve, del suggerire, esso lo predispone ad un certo tipo di ascolto. Vi è nell’aforisma una natura democratica, poco altisonante per quanto determinata e profonda. Non c’è pretesa di convincere con la coerenza logica di un pensiero analitico che affermi senza discussioni, piuttosto è il ragionamento che s’impone per la sua naturale aderenza alla situazione dell’uomo-protagonista, in grado di mettersi in gioco: “Il più esatto vedere è forse quello spregiudicato, che alcuni sono convinti sia esaltato e insostenibile, probabilmente perché nessuno in esso fruga.” Da qui l’insistere di Domenico Cara per il motivo del vedere, se non accettiamo di poggiare lo sguardo sul reale intorno a noi forse non troveremo nessun simbolo alchemico di grazia ed a nulla varrà una dimostrazione logica qualsiasi, svincolata dalla nostra partecipazione, anche emotiva. Senso della bellezza, vera scaturigine e ricerca appassionata guidano il lettore che ripercorre il solito cammino, pazientemente, per così dire, con occhi nuovi. E se non possiamo comunque negare, con i filosofi del linguaggio, che l’ultima analisi è sempre quella che non si può ottenere, tuttavia nulla vieta di operare, viceversa, l’ultima provvisoria sintesi tramite la prospettiva aperta dal linguaggio-mondo aforismatico.

Una riflessione a questo punto è necessaria, essa riguarda la differenza tra la proposizione e l’aforisma. Scegliendo come modello Wittgenstein, possiamo riconoscere che, sebbene atomico, ogni fatto rimanda alla sua “proposizionalità”. C’è un contesto assiologico ineliminabile, una visione teoretica, flessibile eppure cogente, nel “Tractatus”, sebbene isolabile, ogni proposizione si aggancia alla particolare idea del mondo che coltiva il filosofo, c’è un filo conduttore sottile ma robusto. Il senso del procedere per aforismi si rivela invece l’esatto contrario, ciascun pensiero, nella sua ellitticità, si guadagna l’attenzione per se stesso, l’autore potrebbe anche cadere in contraddizione, se lo ritenesse opportuno con altre sue affermazioni, perché all’interno del discorso aforismatico c’è tutto un universo autonomo che comincia e finisce nella brevità della citazione [2]. È un’educata anarchia, felice di risolversi nell’accettazione del mondo, senza prospettive limitatamente definenti, non come insieme di ‘fatti atomici’ dunque, ma in quanto raffigurazione, per lampi, di scenari, parziali eppure autentici, fecondi, ma non spiccatamente predittivi, nei quali siamo protagonisti in modo totale, ovvero “Il libero gioco dell’occhio dinanzi ai reperti discontinui che compongono un collage. Il suo possibile senso e non-senso nella ricerca di un nuovo linguaggio, comunque proposto.

La parola di Cara è strutturata perciò in un discorso che non aspira ad essere una collezione, un sillabario universale, né una dossologia del vedere e basta. Il primo approccio è ad esempio in semplice crescendo, dalle poche e piane righe iniziali a testi sempre più strutturati, importanti, ma ariosi, complessi nella ambigua, problematica, fedeltà alla bellezza del vero. A riprova che l’autore non insegue una sapienza qualsiasi, spicciola e di moda. Il suo è una sorta di sviluppo zen, che decostruisce la stessa sentenza come è giusto che sia. L’immagine del giardino (zen) aiuta ancora una volta a capire l’importanza della visione, è l’emblema della sua diversità, rispetto alle tentazioni intellettualistiche, forzatamente trascendenti, o immanenti, che rappresenterebbero una fuga dalla responsabilità del mio, del tuo vedere: “L’albero ti guarda e forse ti conosce, ma finge di non accorgersi di te, sebbene pretenda di essere coltivato, dia o no la sua ombra e la sua frutta.”

Lo zen che puoi spiegare, infatti, non è il vero zen, ma una sua interpretazione distorta attraverso concetti non sempre posseduti appieno. L’aforisma che non cogliamo, oppure che ci annoia, è una finta, dunque, il Nostro lo sa bene e richiama spesso l’attenzione sul mondo attuale. C’è un’esigenza di tradurre in vissuto la complessità, un fervore che è sotteso alle parole, non siamo prigionieri di nessun’arte, la assumiamo, volando alto, con le spigolature che, ad ogni passo della lettura, troviamo ad attenderci in agguato.

Riflessi negli occhi sono tutti i segreti dell’universo, che non è affatto… complicato, ma lo descrivono tale, allora bisogna essere ìnfinitamente piccoli, fotoni di luce, sillabe della più imprevedibile e poco accademica ‘mathesis universalis’, apparecchiate per evocare, in breve, l’innocenza del vero intorno a noi.



[1] Si veda cosa dice Renzo Tosi su tale genere di aforisma: “…sembra in realtà influenzato da una particolare visione – filologicamente falsa, ma culturalmente molto produttiva – della Grecia arcaica dominata dalla suggestione del frammento. Dei filosofi presocratici, infatti, ci sono pervenuti per lo più solo problematici quanto casuali spezzoni e questi frammenti possono suonare come volute forme brevi, scaturite da una sapienza oracolare…” [Renzo Tosi in “I Greci: gnomoi, paroimiai, apophthegmata” da “Teoria e storia dell’aforisma” – Paravia Bruno Mondadori A.A.V.V. 2004]

[2] Elena Strada [Filol ed Ermen. Italiana Univ. Padova], relazionando un intervento di Werner Helmich [Univ. Graz]  su “L’aforisma come genere letterario. Definizione e problemi” [tuttaletteratura www.rivistasinestesie.it pagina a cura di Bianca Maria de Rift – Univ. Padova] sostiene che “…Altro aspetto peculiare dell’aforisma è l’isolamento, di regola segnalato anche visivamente dall’inserimento di una riga vuota che separi l’aforisma dagli altri testi; la linguistica ha recentemente formalizzato questa caratteristica indicandola quale autosufficienza testuale dell’aforisma che, all’interno di una catena di testi, gode di assoluta mobilità: può essere spostato ovunque, decontestualizzato ed inserito altrove, senza per questo perdere il suo significato (prova di commutazione)…” .

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