A proposito di ‘Romanzi’ di Domenico Cara

di Maurizio Grande

RomanziLa curva poetica di “Romanzi” coinvolge tutta l’esperienza esistenziale del poeta e dell’uomo moderno, e contiene i sincronia tutta la  molteplicità delle componenti di vita come fatto e come memoria. È un cerchio duramente poetico di cui sfumano i segni dei margini perché si tenta l’avventura centrifuga dello spostamento dell’uomo verso una realtà incognita avvertita – timidamente presente – con paura, nell’ambiguità dei suoi limiti e del tempo – matrice dei suoi oggetti ostili, sconosciuti o conosciuti a metà, densi di ombre senza correlato oggettivo, certo.

In questo svolgimento ciclico della realtà che si evidenzia e torna su se stessa, che è recipiente e contenuto, gnoseologia e sfiducia, oppressione e sfogo, mi sembra di dover collocare lo stesso significato metapoetico (metaforico) del titolo (“Romanzi”). Dove si presupporrebbe una storia, più storie, secondo le categorie logiche e formali del racconto con un inizio e una fine (nel tempo materiale o in quello ideale dell’esperienza più intima e ideale), attraverso uno svolgimento e una serie di implicazioni di esperienze ripercorribili in ogni singola esperienza individuale, e invece è la storia stessa del nostro modo di esistere e modale che si scrive da sé di volta in volta, provvisoriamente, senza margini e contorni decifrabili in cornici, densa di tutta la complessa ossessione dell’esperimento umano della quotidianità.

Romanzi” sono il ciclo narrativo di questa esperienza terrena, il romanzo della nostra storia privata e intima svolta nella collettività, l’epicità del nostro rapporto alla terra, al disamore come coscienza distorta e distruttiva dell’amore, lo sguardo innocente e contraddittorio ai nuovi pianeti da esplorare come migliori mondi possibili, l’attenzione rivolta alle nuove generazioni, al ricordo, alla persistenza obliqua e difficile della tradizione come conquista superata e inefficiente, alla fantasia che muore, alla nostra carne sofferta di uomini che si ferma sulle sue ferite e talvolta intreccia un dialogo umano sulle complementari ferite dell’altro. È l’ambiente stesso che determina i contenuti e la loro forma intrinseca, originalissima nell’architettura rigida e arida che deve individuare e fissare la materia, rozza e inerte, allucinata e volgare, rituale e asemantica, silente e urlo prolungato dei nostri sfumabili piani di sopravvivenza… Il contenuto è dunque l’ambiente, individuato scopertamente e senza scrupoli, dove si attua sempre più coscientemente la demitizzazione dell’idea e si misura il peso del fatto, dell’ “agito”, del risultato consequenziale a un indirizzo di volta in volta ben preciso, che non lascia nessun rapporto al caso, alla fantasia, al rapporto inventato liberamente su una reciprocità da scoprire, da intenzionare con rischi, arresti e riprese incerti, poiché prevede il tutto, e tutto etichetta, quando ormai il silenzio è solo un “lapsus” del lamento della movimentata ruota industriale.

A questo reale paesaggio di un “habitat industriale che è di questa generazione” che circonda e stringe l’uomo e il poeta, non integrato idealmente, seppure storicamente cosciente e diretto all’adeguazione razionale e programmata del suo presente incontrovertibile, si ricollega un sicuro paesaggio della memoria, individuato ogni volta e nettamente, nella congerie della fretta e dell’esaurimento totale della libertà emozionale e ideale (morte forse apparente della poesia), che deve servire come piano di recupero maturo di un’esigenza di vita e di possibilità latenti nel tempo trascorso nelle maree dello Jonio, con le figure di una fanciullezza stentata ma ricca di scoperte e di tensioni illuminanti, volta a una maturità che non rifiutasse più il passo coperto a ottenerla.

E così la folla dei rumori, delle velocità non percorribili, di gente permanentemente impegnata nel disfacimento operato dalla quotidianità, viene interrotta e bloccata un momento sul “filo degli archetipi del ricordo” con l’aiuto di un ideale salto all’indietro verso la natura, l’isolamento produttivo di se stessi, la crudezza di una vita continuata nel silenzio, a denti chiusi, eppure certamente fissabile poeticamente e idealmente nel faticoso svolgersi della fatica primordiale dei compagni passati, quando c’era ancora un linguaggio tessuto su cose e pensieri noti e amati, sulle speranze e le illusioni. Si ritrovano così echi di vite vissute nel silenzio che unisce nel riconoscimento di difficoltà comuni e desideri genuini, la rappresentazione di una prima testimonianza di vita segretamente legata alla mitica tradizione (del “latte che trasuda dalla memoria del pastore, / dopo quello di mia madre il cui senso è stato infine / drappeggiato di ragno per svezzarmi…(fresco alveare di salute, / folle alimento poetico), Antigone d’insonnie, deliziosa.”, dove infine si ritrovano affetti spontanei e febbrili, che l’annichilimento e l’assuefazione di modi nuovi sembravano aver smarrito per sempre. E l’occhio denso di ironia del poeta, amara ironia di chi deve (e ne ha coscienza) inventare un altro se stesso, burocratico e integrato, borghese e programmato, per sopravvivere a uno schema troppo affannato di valori e di modi che si susseguono l’un l’altro senza il tempo di verificare la loro temporalità e la loro discrezione; ironia di chi accompagna l’addensamento incoerente e convulso di uomini, oggetti, rumori, edifici, che sconvolgono una linea morale e civile non più reperibile sul piano di una conquista individuale cosciente, (l’assoluta normalità senza emozioni e tentativi umani della fine di un rapporto fra un uomo e una donna, l’uomo solo destinato al buio di se stesso col sesso in mano, il destino comune di esclusi,) per citare a caso da “Diagramma (e crisi) di un paesaggio”, viene temperata dall’intimo mondo ideale e morale dell’uomo che sperimenta un altro pianeta di affetti, di immagini fantastiche, di ricostruzioni, e realizza l’indistinto vagare oscillatorio fra la sproporzione della condizione presente, (ossessiva, indimenticabile del moderno “essere uomo – in funzioni”, oggetto di studio e di scambio, di consumi e di solitudini dirette, organizzate dalle strutture di una realtà che corre troppo veloce e impalpabile nei suoi sensi più antichi, verso un futuro che sembra previsto e preordinato), e la tensione verso il passato, custodito nel volgere degli anni, di memorie ricche di possibilità future.

C’è una circolarità di movimenti: il linguaggio, l’invenzione, la mimesi, il ricordo, la sofferenza umana e poetica e l’espressione, si seguono, si rincorrono, si intrecciano nel loro andamento pendolare, si fanno seguire fino allo spasimo prima di farsi cogliere, si ripiegano su se stesse, e nasce una poesia di movimento che sembra immobile nella sua nettezza stagliata, scolpita, eppure percorsa da infinite molecole di futuro, inafferrabili  e invisibili, ma di cui si avverte la presenza elettrica senza riuscire a contenerla in uno schema di andamento o in un programma determinato.

Il linguaggio realizza pienamente l’evidenza dei contenuti e diventa poesia inscindibile di parola e di cosa. La sua struttura è scolpita dal dentro della materialità che tutto coinvolge, e la sua durezza è legata alla dura difficoltà di adattarsi, di sopravvivere in condizioni. Sono abbandonati, o meglio rivalutati modernamente e originalmente, gli schemi tradizionali di organizzazione sintattica e di scelte lessicali; si procede rarefacendo al massimo la ridondanza, il luogo comune, si esclude nell’espressione sintetica e sincronica la dispersione dell’ovvio, del già saputo, del convenzionale, dell’astratto. È una lingua scarna e unitaria che ripercorre foneticamente e semanticamente la trama rigida e essenziale delle strutture da cui muove e si rinnova continuamente, quasi “metafora epistemologica”1 dell’attualità in cui siamo calati. La scelta stessa delle parole è individuata su una chiarezza di termini esatti, in una chiaroveggenza di linguaggio universabile e diacronicamente e culturalmente estensibile (“denunciato anche dalla quantità degli elementi lessicali sublimamente eroici o proverbiali o sentenziosi o lirici o inferiormente di consumo internazionale o colloquiali 2”, inseriti come chiave semantica di molti contesti); e inutilmente in ogni poesia singola si cercherebbe l’inizio e la conclusione di una narrazione, un tema e il suo svolgimento, una logicità di dipendenze. C’è un solo centro focale nel motivo dell’ispirazione, ma non coglibile graficamente nella disposizione orientata della parola, della frase, del verso, non palpabile direzionalmente, perché il nucleo iniziale insolvibile si compendia unitariamente di immagini, di disegni schematici, di un ambizioso 3 catalogo delle forme, di lucida considerazione, di racconto cosciente perpendicolarmente oggettivato dalla sofferenza lucida: il tutto compreso nello spunto iniziale e diffuso come sottofondo musicale e ideale, sperimentato nel corpo e nella poesia, senza lasciarsi limitare e dirigere dalla sua architettura ma usufruendo di una certa “complementarietà del reale 4.

Nel complesso un canzoniere attuale del tempo che ci comprende e trascende continuamente, con tutte le sue ambiguità e contraddizioni, e gli interrogativi senza unità di risposte, ma fecondi di una paurosa molteplicità di scelte possibili.

(15 aprile 1967)


cfr.  U. Eco: Opera aperta, Bompiani 1962 pp.13 + 145
cfr. G. Bàrberi Squarotti su Letteratura , n° 82    – 83 pag. 182
cfr. G. Bàrberi Squarotti  ibidem
cfr.  L.   Squarzina: “Un inedito di Brecht” su Sipario n° 244 – 45, agosto /settembre 1966,pag.8.

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3 Comments

  • 14esimo rigo :

    […] che è scevramento anche del ” in sè”.[..]

    eppoi:

    [..]diventa inutile è pesante per l’autore che scrive.[..]

    vabbè ho scritto molto velocemente e sono saltati anche un punto e una “e’ ”
    senza accento ma pazienza ….data l’ora .

    un saluto

  • Preferivo le letture,fino al “fare” (se non quelle prima) che complesso o no,di un autore si svelava veramente quello che egli scrive,non un’ottica che spesso utilizza una misura impari che è eguale solo alla convenienza propria e dei lettori,nelle notizie e nel fantasioso dire come spesso accade in mode e modi ,poco attinenti.Quindi non solo diventa inutile e pesante per l’autore scrive ma anche un vero e proprio calvario,che di certo e poco intellettuale e maieutizzante( e nella vita qualcosa mi è capitato di leggere e di certo questo processo,io lo intendo spiegazione perfetta a determinati innatismi che possiamo avere dal di fuori ,di noi o da una determinata esistenza -essere. che li può far nascere ,nostro malgrado e che si risolve spesso nella fine di altri processi che ne fanno capo ad un solo [e che può avere in utilizzo lo stesso negativo con fine poi nel dionisiaco deleuziano per l’umano che si libera , ma non verte nella fine ma nell’inizio maggiormente ,nell’identificazione di quest’essere al di fuori ,-quindi nel negativo ,forse quello hegeliano che è più assoluto come distanza da prendere- che è lo scevramento ma anche del’in se ,quindi dell’essere che è in ambedue le cose.ma che è inutile ri-menzionare e in questo commento ,dove il senso ruota e chiede la trasparenza d’altro e e di ben più importante da precisare.tanto le le mie probabilmente sono barzellette ma che non vorrei mai fossero demistificate sino a tanto o in tanto d’altro -e non parlo del ragionamento ma della psicologia all’individuo,che viene appioppata-come spesso accade in cupole di lettori e “saggianti tra di loro,nelle loro, ricerche filosofiche” e con le quali ho niente da spartire.Anche perchè personalmente,io,l’unica cupola con cui mi è capitato di avere a che fare o meglio con la sua estensione e risonanza radicata che c’era ,una volta nella mente di alcuni cittadini è stata nella città in cui sono nato .e che ho combattuto come tanti ,sino a debellarne anche solamente i segni più lontani,rischiando anche la pelle e potendo quello che sono riuscito a potere).E avere a che fare con chi non vuole sentire e pensa solo d’infinocchiare ,mi fa incazzare e di parecchio e che poi io debba andare a parare -in specifica solo a questo ,il resto è di rilevanza marginale -,in terminologia e discorso del genere mi sembra ridicolo e inesistente ,oltre che totalmente avulso da quello che scrivo [e mai utilizzato se “non a monito,metaforico” di quei lettori sopra ,che capovolgono sempre…] e dalla realtà in cui vivo e qualsiasi altra cosa nella mia vita,che anzi va sempre e di pari passo con ben altri termini e licenziosità ,di tutt’altro verso e direzione ( a parte qualche bestemmia ma quella riguarda l’essere del ragionamento sopra non di certo lettori e scriventi dell’altra sponda diversa da quella mia che è della riva natia e naturale: e quando,ci vuole ,ci vuole porcoddio).Ma siccome nella scrittura tutto è permesso o il contrario,ci troviamo spesso,nuovamente agli inizi ,ancora ,nell’era internautica in un posto dove chi non sa nulla dell’altro -e sono in tanti- dovrebbe essere il suo fautore.
    Una specifica con l’ottica di chi scrive non a questo post in particolare ma per tutti
    quelli,che capita di leggere e ovunque.

    Bellavia Marcello

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