Domenico Cara: ‘L’enigma e la strategia’

di Paolo Brussard

L'enigma e la stratregia

1.

Ho dovuto inventare un tempo di quotidianità guidata per seguire Domenico Cara in “ L’enigma e la strategia” (1), posto che l’enigma sia di per se stesso, implicitamente, un nesso strategico in assoluto o soltanto perché appartenga all’assurdo od al modo, veramente adulto, di inciampare nelle sparse figure della verità.

2.

Sono milletrecentoquarantacinque i percorsi di riflessione scaturiente da logica dello stupore. Alcuni, appunto, sospesi sul proprio senso od apparentemente da completare oppure già completi per un’interpretazione o per una lettura o l t r e: per esempio: “Quando officiamo proditoriamente gli occulti mandanti del potere e dell’ira” (Ib. 115 – 50); “La pluralità occulta di tutti( o quasi tutti) i singoli” (Ib. 113 – 32); “Quello che mi sfugge di certe gratuite asserzioni politiche nella data puntualissima (e programmata) degli anniversari” (Ib. 111 – 4); “Tutta la notte: dalla fame generale all’occulto terrorismo”(Ib. 93 – 3); “Gli archivisti della nostalgia ancora un tentino labili e snob!”( Ib. 92 – 160);
“Ciò che trasmette l’inconscio e diventa pubblico giornale.”(Ib. 90 – 120); “L’improvvisa fobia nella sua seduta notturna.”(Ib. 80 – 171); “La sociologia indolente!”(Ib. 61 – 40); “L’aumento della distrazione nella strategia del riflusso.”(Ib.42 – 27); “I dilemmi, se non siano già qualcosa che è decifrabile come psicomania.”(Ib. 27 – 4); “La sistemazione degli spartiti, quando infine cancella che scaturiscono dall’aggressione del tempovelocità, dalla zigzagatura che correda l’andirivieni dell’oggi. Si fondano però sulla potenzialità e sull’energia del trauma maieutico.
Si diffondono come favilla centripeta. Nuclei racchiusi, contemporaneamente, sulla propria fase tutta la musica.”(Ib.27 – 3); “La visione poetica! Con quale occhio, con quale sensibilità, con quale fiamma o gusto dell’ipotesi?”(Ib. 14 – 21).
Altri si spingono verso il precedente del precedente del precedente. Altri derivano da apparente nonsenso. Altri sono intensificati dal nonsenso. Altri iperbolizzano. Altri, sentenziosi, sembrano perdersi in contraddizione ma, ecco: questo tipo di contraddizione punzecchia, scompagina. Altri, per materia, sono singenetici ma lontani dalla conseguenza o qualche volta convergenti, per esempio (valido per la seconda disgiunzione): “E adesso siamo al punto in cui la ferocia ha il suo ben pettinato cadavere.”(Ib.69 – 1) coniugabile con: “L’un contro l’altro( e solitamente a fianco).”(Ib.92 – 155).
Aforismi come evento di dissenso, di giustificazione. Soprattutto come evento, per assurdo, non contraddittorio, di auscultazione.

3.

Ma accostiamoci ancora meglio, ancora più a questi frantumi roventi da colossale esplosione prossima e remota. A questa apparente – disparente umanità di ogni uomo. A questa adamiticità sempre adulta nel metodo dell’istante( Ib. 49 – 1):”In ogni caso giocavamo sotto l’albero sedotti dalle sue sciocchezze.” Una delle quali, poniamo, per assurdo o per gioco o per enigma, risponde all’inspiegabilità del peccato. Un’altra; all’inspiegabilità della crescita o della moltiplicazione di una coppia – ed in tale vertiginosa prolificità- da perdurare come genere umano. Un’altra ancora, – per follia di tipo erasmiano o semplicemente per poesia- alla simultaneità di quattro coppie edeniche che toglierebbero dal cono d’ombra dell’incestuosità ( e da tutti gli aloni o da tutte le componenti fisio – psicologiche connessioni) l’esuberanza dell’unica coppia. Ferma restando però la polisensa discutibilità sia del termine incestuosità sia dell’oggetto corrispondente al vocabolo incestuosità. Per quanto l’unicità della coppia edenica della narrazione mosaica possa essere –corrispondentemente alla pluralità delle coppie- una perfetta astrazione, un innesto universale inquadrato in una finzione scenica assoluta.
Sciocchezze del tipo cariano –che non sono affatto nugae- perché penetrate da sarcasmo. Ma “sciocchezze” è uno dei tanti vocaboli con cui massificazione, animus versipelle, tecnologismo, politicismo, letteratura ad usum  delphini, religiosismo, intenderebbero gabbare l’enigma. Sciocchezze, ancora a proposito del gioco condotto “sotto l’albero”(Ib. 49 – 1) che non esimono dal propendere sull’esito delle ricerche di Wilson, Cann, Stoneking in un senso, su quello di Adriano Buzzati Traverso, in un altro ed in altri.
Ma sciocchezze che proseguono sull’onda del mistero: “Non è un caso che anche il mistero non esclude la limpidezza di una possibile verità”(Ib. 27 – 8). Comportano o tirano vigorosamente a galla un contorsionistico bisogno di carpire il bandolo delle propria persona. Stringano la domanda così: “e se quell’essere la persona che ognuno crede di sé non risponda al bandolo?” O, in più: ”Che non sia proprio io il mio bandolo? Fuori, s’intende, di graffianti coscienzialismi.
Se la poesia, inoltre, Perché ci si accorga del suo spessore, fiorisce con l’aforisma o con  l’indizio, c’era proprio questa necessità cariana di gettare attorno a noi tutti un diluvio di fieli che un po’ alla Rouault, un po’ alla Ernst facessero presentire l’appropriazione del bandolo come persona che si sfugge per ritrovarsi.
Perché, se l’enigma potenzia la ricerca e, come punto fermo, racconta la sua meravigliosa ambiguità, la strategia, per sfiorarlo o per attingerlo tramite tratti paradossali soltanto, non sarebbe dovuta che darsi come forma la più rispondente. Sicché l’enigma è in ogni uomo stesso, perché enigma sono gli uomini. Lo mostrano con il suicidio, con l’omicidio, con la falsa testimonianza, con la ricerca della verità nella strategia del paradosso o nell’occasione di un discorso serrato che trapela da apparenti frantumi come dai frammenti di Democrito, di Ippocrate, di Bacone, del Montecuccoli, di Schopenhauer o di qualche poeta risucchiato dal turbine della perscrutazione.

4.

Senza dubbio queste “ripartizioni” sono l’eco del poetare. Di tutta la poesia perscrutata da Cara. Di tutto il poetare che gli è rimasto ancora nella persona o di tutta quella che protegge come predente o nel presente ciò che si denomina s t o r i a.
Questo termine presente  è l’alimento dell’enigma e della strategia. Non ne posso scrivere come di un progetto per spazi, certamente. Ne posso tentare ricognizione per difetto. Come  d’altronde, accostamenti “per manco” sono le “ripartizioni” stesse.
L’enigma –di cui tentano l’apparente sconcerto- ferve nello squilibrio che serpeggia tra il principio o tra una sua ontologica perspicuità, tra una sua ontologica inenarrabilità ed il “cruciale tranquillo disaccordo”.(Ib. 59 – 11) o “la fuga(a)misurare in ogni caso la tecnica della contingenza”.”Ib.59 – 6). Tutto sul seguente frammento: “In principio era il silenzio costituito dalla sua intensa e inascoltata sonorità.” (Ib. 59–2). Sciocchezza cariana interpretativa perché conduttiva dell’esercizio di paranoia attuale, di schizofrenica autosufficienza con cui, appunto, si bolla (o si fa di tutto per bollare) il complesso di materia che non rientra nei limiti di potere operante o ritenuto tale solo per autodefinizione. Siocchezza  cariana che stigmatizza certa incapacità di ascendere verso il “silenzio” come principio di parola che s’incarna in tuta la persona o in un presente la cui mollaè il differimento dilemmatico ma cogente. Ed è marasma. Avviene perciò il marasma. Vincoli di ovvietà, di frenesia, di perbenismo, di omertà, di soprusi, di torture morali, fisiche, di offuscamenti. Così:” Risospinta decisamente verso  il finito, l’anima si accorge di non poter dimenticare una terrestre ambizione.” (Ib. 31 – 63).
Ma ciò che appare veramente congenito e di ferrea proprietà per ciascuno di noi nel cosiddetto passato, nel presente, sì da apparire come senso di essere (non di essere come modo di apparire), si consegna nella struttura temporale sociale privata o nella reciprocità analizzante come tema e come problema di recuperabilità del silenzio – principio. La congetture, per arguzia, trafigge l’incapacità come essenzialità congenita. Scopriamo che  il finito è minato dall’anima (Ib. 31 – 63) stessa (scriverei: dalla persona totale) che, se avverte di “non poter dimenticare una terrestre ambizione” (Ib. 31  – 63) è tenacemente abile per mordenti interrogativi della natura seguente: “Come si aggiornerà l’ultima ambiguità?” (Ib. 31 – 58); “Come fa a vivere e uccidere la proverbiale (ed evangelica) immagine degli uomini di buona volontà?” (Ib. 33 – 2); “Ma il dolore di Caino è consanguineo alnostro destino?” (Ib. 35 – 41); “Il chiaroscuro, cosa mostra dei suoi curvi segreti?” (Ib. 47 – 88); “Oh, la memoria non è l’assillo della privatissima pigrizia?” (Ib. 84 – 27), costruiti specialmente nella densa dialogicità autotelica dello spessore: “Vorrei dire ad ogni interrogativo: lascia che continui il discorso: non puoi mica fermarlo con il tuo dubbio.” (Ib. 28 – 18).

5.

La scoperta è ancora enigma sia per la sua avvincente poeticità di utopia sia perché l’oscurità dell’evento di mutazione suggerisce di percorrere –nel senso cariano- uno per uno tutti i milletrecentoquarantacinque tracciati solo per ulteriorizzarli o per tentarne una transcomposizione mediante un’affabile distruzione: ”Poi vi dirò cosa mi ha suggerito quel tarlo.” (Ib. 29 – 38). Poi quando? P O I: in un futuro che acceca in quanto è  p  r e s e n t e ma cova le strategie dell’enigma. Non nell’enigma del presente o nel presente enigmatico. Se così fosse che cosa avrebbe di presente? Ma nel p r e s e n t e che nell’enigma risponde alla “resistenza passiva accanto all’influenza del vuoto. “(Ib. 28 – 24). Enigma allora vale possibilità di pochi e relativi modi, di ristrette ma sempre ampie forme di vita, di poesia, di perscrutazione, di attività, di religiosità, di altro. E’ porsi –o credere di essersi già posti- alle frontiere della fragilità soprattutto propria. E’ la fuga però della domanda in assoluto. Ma porla – o crederla di porla in assoluto- non sarebbe una avventata contraddizione? Intanto la contraddizione non tende a mostrare l’enigma nell’abisso della coscienza come società insufficiente o appena abbozzata? Fuga della domanda, scrivevo, ma nella sua improvvisa iconoclastia sta la sua forza. Il domandare se, per caso, la fragilità stessa e la delusione cocente che spingono la vita, la poesia, la filosofia, la religione, la politica non debbano mai venir meno, per imprimere agli oscuri coefficienti (del domandare stesso) novità, grado, destinazione.
L’enigma è nella poeticità che avanza. Che è sorta per avanzare. Ma da chi o donde proviene? Forse non è interessante –sempre nel momento della domanda- sviscerare  il chi il donde. E’ perfettamente umano invece scorgere lo schermo che sale dalla domanda. Vederne fluttuare l’enigma. Sapere –come sapore campanelliano- che l’enigma sia possibile, voluto, giacente e né perfettamente e né interamente approccio di spiegabilità. Altrimenti –a parte altre implicazioni- non sarebbe una cospicua sfaccettatura del poetare. E non possiamo vedere che per enigma o sentire o sentirsi sollecitati che per enigma. Vediamo nello specchio perché l’enigma è specchio di per sé, specie di ciò che è carenziale, mostruoso, apparente per tutta l’apparenza che comporta. In alcun rapporto con modi platonici o nirvanitici. Perché è specchio l’enigma che si produce derivando da sé metamorfosi. Cara ne traccia con sicurezza, con ironia le struggenti strategie per accostarlo per difetto. Il sintagma “con sicurezza” corrisponde alla sicura insicurezza con cui il gioco per difetto è relativamente condotto. Così le strategie sono larvali o effettuali del poetare che ognuno di noi esercita nell’apprestare nel patimento sensi, tracce,dis(t)tillazioni, Co –Essenze, calcoli, granaglie, artifici, sofismi, furetti (Ib. 25, 31, 39, 47, 57).
Strategie che guidano alla qualità del potere: Nel senso di contrastarne la denaturazione. Nel senso di saggiarne lo stile di servizio, di longanimità, di modestia, di comprensione. Fuori dello spirito di potenza, di prevaricazione, di egoismo, di crudezza, di cervolloticità, che sintomatizza il progettare, il ritualizzare e sempre in termini di equivocabilità: “Il pericolo del progetto è di essere sorto insieme a innumerevoli altri e di non riuscire a compiersi fra tutte le versioni fortunose.”(Ib. 45 – 67) ammenoché non si riesca a “dissipare il progetto almeno con uno sfregio!” (Ib. 49 –  4).

6.

Piace questo scrivere dell’enigma ma con l’enigma in mente. Cara perciò né complessivamente né esaustivamente ha incontrato l’enigma anzi si è incontrato come enigma. Con l’enigma, come poteva, si è inabissato però nella moltitudine. Quando l’enigma è anche nella mente di ciascuno di noi le finalità di conseguimento sono scomparse da un pezzo. Enigma in Cara è la minuziosità con cui egli crede di scoprire soltanto gli uomini con le loro strategie. E’ la loro forzosità che si screpola nell’enigma. La sua lezione dunque è. Prima l’enigma, però. E’ presente infatti dove la frase si spezza. Non in quanto s’interrompa. Proprio perché sintatticamente completa, si frantuma nel senso.. O dove inizia una disarmonia prestabilita (Ib. 83) o dove gli opposti coincidono. La sintassi che brilla molto spesso è una sfaccettatura dell’enigma. Ciò di scopre dopo o quando ci si accorge che sarebbe potuta scorrere diversamente:” (Ib. 28-24; 29-32; 29-38; 29-42; 43-32; 43-35-36; 43-40; 84- dal 9 al 30; 84-45-46). E’ l’apoditticità dell’enigma, il suo silenzio apagogico.
La sua quota o sommità labirintica. Il suo squarcio di sogno umiliato. La sua proposta ma rarefatta. Un bandolo che percorra il suo moto doppioconico: dunque follia. L’enigma ricorda la follia. Ricorda che “la caricatura improvvisa è almeno un ritratto indiscreto.” (Ib. 83-5). Ciò che la follia alimenta come virus congenito all’enigma è la deformazione minuziosa che scardina un pretesto o un saccente equilibrio. La follia custodisce gelosamente  il quia absurdum della santità.

7.

C’è un finissimo segno di santità in quest’opera di Cara. Gli confidavo questo punto di vista conversando telefonicamente. Santità perlomeno nel lucido, impeccabile tentativo di essere coerente, con sofferenza, nella metropoli lombarda assurta a paradigma di un naturalismo puntuale, attento, consapevole della larghezza, della sicurezza dei suoi dogmi; discreto o sottile nel codificare essenze generazionali, a fenomenizzare autonomie di istanti, di percezioni, di eventi, di forme.
La poesia, cuore ell’enigma, rintraccia in questa santità esercitata sulla sterminata utopia degli squilibri quotidiani, il nucleo della difficoltà per “idealizzare un occhio guercio” (Ib. 85-38).
I miei occhi guerci sono “il frutto che galleggia marcio e grottesco.” (Ib. 85-40). Ma dove sarà andata a rintanarsi la santità? Proprio nella “perpendicolarità (che) nessuna galassia racconta ad alcuno” (Ib. 85-43). Nella perpendicolarità delle strategie che raccontano però la giovinezza anfibolica –prestabilita – istantanea – tragica degli uomini. In quel frutto che, nonostante i suoi amori cadaverici, galleggia.
Strategia è perciò il dispiegarsi delle volontà nella ripetibilità del senso dell’enigma. Per la ripetibilità, per la sua coscienza ora orrenda ora disarmata ora assente, la santità costituisce lo sguardo. Ancora, la strategia è covata dall’enigma stesso. Senza metafisicheria ma con partecipazione di scetticismo, di ironia, di paradosso compos sui. La volontà, non improvvisata di ognuno, è convocata perentoriamente. Per cui ognuno sopravvive ed opera e “scruta la trafittura” )Ib. (91-146) per quanto Cara si auguri “un carillon che misurai la tristezza della vita corrente.” (Ib. 91-142).
E’ sempre enigma ogni uomo che debba –e deve- inventare se stesso. E’ sempre strategia ogni uomo che avverta nella sua libertà la spinta per conoscerlo. Le vie sono misteriose, incommensurabili come gli uomini. Ne è garante una meravigliosa “impronta”(Ib. 95-93)”sulla quale abbiamo imposto i nostri punti di vista dell’indagine” (Ib. 95-33).

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