Ricordando Vittorio – lettura di una poesia da Gli strumenti umani

Vittorio Sereni

Oggi, domenica 10 febbraio 2013, ricorre il trentennale della morte di Vittorio Sereni. Il 2013 è anche l’anno del centenario della sua nascita, e iniziative – letture, mostre, conferenze – si stanno diffondendo, anche se forse meno numerose di quanto sarebbe opportuno. Una conoscenza approfondita di Sereni permetterebbe, ad esempio, di capire in che misura e fino a che punto le nuove generazioni che dicono di ispirarsi a lui, davvero abbiano fatto entrare nei propri versi quegli inimitabili tremiti interni dove c’è tutto Sereni e anche una scommessa persa o ignorata da molti contemporanei. Il fatto è che Sereni spesso, e frettolosamente, viene ancora ricollegato alle cose, alla Linea Lombarda di Anceschi; con la sfortunata conseguenza di vederne un precursore del minimalismo, quando non c’è minimalismo, mai, in Sereni: se per minimalismo intendiamo una rinuncia del soggetto – esaltata, elegiaca o ironica non conta – a un qualche oltre, mai negato ma anzi reso necessario da un’ininterrotta ricognizione dei limiti dello scrivente (“scrivente”, non “poeta” né “autore”, si definisce Sereni con spietato e lucido auto-revisionismo nel poemetto Un posto di vacanza). Questo discorso ci porterebbe però lontano, e lo terrò per un’altra volta. Così come il fatto che la formula della Linea Lombarda, ancora forte e influente, andrebbe necessariamente vagliata, nella sua ricezione attuale, sui testi, con uno studio orientato, comparato e sistematico che a tuttora – per quanto ne sappia io – manca. Ma non è giorno di polemiche, né di inopportune “commemorazioni”, poco  in linea con l’umiltà di Sereni. E nemmeno troverei utile, per chi mi sta leggendo adesso, indugiare sull’importanza per me affettiva ed effettiva della sua figura, che non saprei rendere in poche righe senza sembrare fuoriluogo.

L’unico modo di rendere giustizia a ogni poeta, e tanto più a un poeta come Sereni, è ascoltarlo – con empatia ma anche rigore; i suoi testi, più che lui stesso o quello che altri ne hanno scritto. Del resto, “E ascoltami, come sai”, è un verso di Sereni, posto a sigillo di una delle più struggenti elegie del secolo scorso, scritte in morte dell’amico Niccolò Gallo.

Allora, siccome oggi sarebbe l’undicesima puntata di Poem Shot, mi appresto a una delle poesie più belle e meno conosciute di Sereni – anche se molte altre avrei voluto/dovuto analizzarne. Questa poesia è L’alibi e il beneficio, uscita ne Gli strumenti umani (1965). Mi scuso fin d’ora se non posso appoggiarmi, nei commenti, al Meridiano con apparato critico di Dante Isella: non ce l’ho qui con me in Inghilterra. Farò allora come se rileggessi Sereni (che non studio più da  tre anni) per la prima volta, senza troppo sovraccarico critico precedente.

L’alibi e il beneficio

Le portiere spalancate a vuoto sulla sera di nebbia
nessuno che salga o scenda se non
una folata di smog la voce dello strillone
– paradossale – il Tempo di Milano l’alibi
e il beneficio della nebbia cose occulte
camminano al coperto muovono verso di me
divergono da me passato come storia passato
come memoria: il venti il tredici il trentatre
anni come cifre tramviarie
o solo indizio ammiccante della radice perduta
una sera di nebbia agli incroci di ogni possibile sera
infatti è sera qualunque traversata da tram semivuoti
mi vedi avanzare come sai nei quartieri senza ricordo
mai visto un quartiere così ricco in ricordi
come questi sedicenti «senza» nei versi del giovane Erba
tra due fonde barriere dentro un grigio acre tunnel
con che pena il trasporto buca la nebbia stasera
alibi ma beneficio della nebbia globalità del possibile
che si nasconde ma per fiorire
in alberi e fontane questa polvere d’anni di Milano.

Il ritmo e il livello fonosimbolico di questa poesia ne fanno, a mio parere, uno degli esiti più alti della poesia di Sereni, e non solo. Si veda quante consonanti vicine per l’articolazione (le labiali /b/, /p/, le nasali /m/ e /n/ le liquide /l/ e /r/), le velari (/k/ e /g/) e le vocali posteriori (/o/, /u/) percorrano tutto il testo, addensandosi in alcuni punti come il v. 3 (vocali posteriori), i vv. 4-5 e 18 (bilabiali e liquide), eccetera. Perfino i due nomi del titolo, “alibi” e “beneficio”, replicano questo pattern e anagrammano “nebbia”, che è il fulcro tematico e compositivo dell’opera, dettando forse perfino la punteggiatura: che è rada, perché il monologo interiore e interrogante sfuma i contorni del detto come fa la nebbia, affermata sul piano della mimesi solo per acquisire una portata simbolica alla quale ci avvicineremo più avanti.

Il titolo è sovradeterminato (ovvero, ricco di significanza) sia per questo impianto fonosimbolico, sia per il suo essere quasi ossimorico (“alibi” e “beneficio” hanno connotazioni spesso antitetiche). Perché questa coppia è associata a “nebbia” esplicitamente due volte (“l’alibi / e il beneficio della nebbia”, vv. 4-5 e poi, con avversativa, “alibi ma beneficio della nebbia” al v. 18)? Probabilmente perché la nebbia è immagine/metonimia dell’ambiguità: essa copre (“cose occulte / camminano al coperto muovono verso di me”) ma promette qualcosa che non possiamo ancora vedere (“globalità del possibile / che si nasconde ma per rifiorire”).

La poesia sviluppa questa contraddittorietà lungo tutto il suo percorso. Qualche esempio: l’assenza di vita del centro abitato (“nessuno che salga o che scenda”) è contraddetta da segnali che presuppongono attività umane (“una folata di smog la voce dello strillone”), ma anche l’essere il quartiere “ricco in ricordi”. Allora, “paradossale” può essere inteso letteralmente in questo contesto. Oppure, a muoversi sono “le cose”, che conquistano la scena e fanno dell’io poetico (qui ridotto ai minimi termini) un puro recipiente passivo (“muovono verso di me/ divergono da me”: si noti quest’altra contraddizione). Perfino il sintagma corrente “spalancate a vuoto” viene risignificato dal testo, in quanto è apertura (“spalancate”) e assenza (“a vuoto”). Insomma, una catena di controsensi sviluppata si come per gemmazione, e a cui non è forse estranea l’opposizione-somiglianza tra “ogni possibile sera” e “sera qualunque”: come a dire che l’ordinario, proprio per il suo essere spoglio e comune, ha potenzialità per diventare altro. Questo forse non si capirebbe con chiarezza se non si richiamasse alla mente la tensione utopica in Sereni in un testo come Appuntamento a ora insolita (“Caro – mi dileggia apertamente – caro, / con quella faccia di vacanza. E pensi / alla città socialista?”, vv. 12-14 e “Potrei / con questa uccidere, con la sola gioia”, vv. 33-34).

Almeno altri due o tre aspetti meritano d’essere menzionati e approfonditi: il blending concettuale tra tempo e spazio, l’intrecciarsi di privato e collettivo, e il dialogo metapoetico. Il primo è un principio strutturale del testo quanto lo è anche l’ambiguità connotativa di “nebbia” discussa sopra. La dimensione temporale è in “sera” (dove obbedisce sia a mimesi sia a significanza, come simbolo convenzionale del declino), in “Tempo” (nome del giornale, ma appunto caricato di significanza), in “passato”, “anni” e “polvere d’anni”). La dimensione spaziale è in “Milano” (punto forte perché in chiusa) e in una serie di termini che richiamano il movimento: già in incipit, “portiere” segnala metonimicamente la presenza di un mezzo di locomozione (ribadito direttamente in “tram” e “trasporto” più avanti), “incroci” la presenza di strade, verbi di moto sono nei vv. 6, 12 e 13 (“camminano al coperto muovono verso di me”; “traversata”; “avanzare”). La compresenza di questi due assi si fonde in alcuni luoghi, con una similitudine fulminante (“anni come cifre tramviarie”, snodo strutturale e ritmico del testo) e un luogo comune risignificato (“sera traversata da tram”, dove “sera” passa da una connotazione temporale a una spaziale).

Quanto all’intrecciarsi di privato e collettivo, bastino i riferimenti alla stampa come organo collettivo e (mal)comunicante (“lo strillone / – paradossale – Il Tempo di Milano”) il riferimento a “storia” (passato collettivo) contro “memoria” (passato individuale), nonché i riferimenti esterni alla città di Milano, in posizione forte perché in chiusa della poesia. Il privato è certamente in “memoria”, in “me” ripetuto due volte e nella scelta dei numeri (per es. il “tredici” è l’anno di nascita di Sereni: motivo ulteriore per ricordarlo con questa poesia), e nel dialogo metapoetico con Luciano Erba, amico ed esponente anche lui della Linea Lombarda cui accennavo sopra. I versi di Erba, posti in corsivo, hanno anche loro una duplice ambiguità come la nebbia: da un lato servono ad argomentare quanto detto prima (come spiegare, altrimenti, il didascalico e argomentativo “infatti”?), dall’altro vengono ribaltati e irrisi (“senza ricordo”…. “mai visto un quartiere così ricco in ricordi / come questi sedicenti “senza” nei versi del giovane Erba”). Come dire, forse, che la poesia, anche la propria, come la nebbia “si nasconde” (in quella degli altri) per “rifiorire”, cioè per apportarvi un qualcosa in più, anche contraddicendo le parole di un amico e compagno di percorso, se necessario.

(già su www.castiglionedav.altervista.org)

More from Davide Castiglione

Pordenonelegge: sulle classifiche, sui metodi e altro. Le mie scelte.

A votazioni già concluse, ormai posso dirlo. Sin dall’inizio ho appoggiato entusiasticamente...
Read More

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.