Roberto Maggiani: Poesia e scienza, una relazione necessaria? – una lettura di Maurizio Soldini

 

di Maurizio Soldini

Roberto Maggiani - Poesia e scienza, una relazione necessaria? Edizioni CFR - 2011 - pp. 32

Il saggio breve di Roberto Maggiani sulla relazione tra poesia e scienza è corto in es-tensione ma lungo nella in-tensione, volendo con questo dire che c’è una lungi-miranza di fondo in una tensione teleologica al fine di esprimere il proprio credo, la profonda fede nella poesia e nella sua grandezza, che altro non è se non  “la grandezza dell’uomo in armonia con il creato” con la consapevolezza non solo teorica ma soprattutto pratica che “ogni poesia sia un tentativo di manifestare o ricomporre tale armonia che è la bellezza, un punto d’altezza per ricomporre il molteplice in unità”.

Maggiani si interroga se sia possibile una relazione tra poesia e scienza e se questa relazione sia necessaria. Alla fine della lettura del saggio si arguisce non solo che la liaison tra poesia e scienza sia necessaria, ma ancor più che è indifferibile e ineludibile. Ai fini soprattutto di salvaguardare e salvare quel concetto, con scaturigini pratiche, che vuole l’uomo essere “non semplice unione di materia”, ma un ente che “trascende” questa stessa materia.

Oggi viviamo in un mondo pervaso dalla scienza e dalla tecnologia, che hanno imposto la loro met-odologia anche a quanto non pertiene ai campi specifici di loro interesse. Ed è così che abbiamo dei segna-via che in qualche modo ci indirizzano, condizionandoci, su strade spesso preconfezionate su schemi logici da una parte, naturalistico – empiristici dall’altra. Alla scienza, inteso il termine dal punto di vista sperimentale, con quel tocco di assolutizzazione ricevuto in primis dall’illuminismo e quindi dal positivismo e poi ancora all’inizio del Novecento dal neo-positivismo, appartiene una visione e una percezione del mondo di fondo analitica, che ha condizionato anche la filosofia, al punto da appiattire quest’ultima sulla metodologia scientifica. La Weltanschauung della scienza ha determinato un accantonamento, un’espulsione del metafisico e ha codificato l’essere come soprattutto materiale, fisico, e c’è stata una tendenza sempre più acuita a frammentare lo scibile e sono diventate egemoni le specializzazioni e le sottospecializzazioni. Al punto che si sono creati linguaggi diversi e diversificati che hanno portato all’impossibilità di comunicare tra gli scienziati stessi. La cultura nell’epoca pre-moderna era una. Oggi non solo abbiamo la scissione delle due culture, da una parte quella scientifica e dall’altra quella umanistica, ma nell’ambito di queste vi è il fenomeno della frammentazione e della specializzazione che hanno portato ad una vera e propria neo-Babele.

Ecco perché oggi c’è una forte necessità di tornare alla realtà. A quella realtà che non concepisce l’uomo e il suo mondo schizofrenizzati a la Cartesio, con la res cogitans e la res extensa, ma che vuole l’uomo come persona unitotale, individuata da corpo – psiche -spirito. Una realtà umana tout court. Questo non significa che la scienza non debba dare il suo contributo alla conoscenza e alla formazione dell’essere umano, tutt’altro. Significa solo che, consapevole della propria forza ma anche dei propri limiti, deve farsi umile al cospetto degli studia humanitatis che soli hanno le potenzialità di inglobare sub specie totius quei dati, quelle leggi, quelle conoscenze che solo il linguaggio poetico, la poesia, l’arte riescono a rendere efficaci nei processi di comunicazione e di interpretazione. Questi sono tipici di quella metodologia ermeneutica che Gadamer negli anni sessanta del Novecento ha avuto la forza argomentativa di riporre in una posizione di autorevolezza proprio attraverso la ri-valorizzazione di quegli studia humanitatis nei confronti del monopolio assolutizzante delle scienze sperimentali. Che cosa potrebbe dire ancora oggi uno scienziato positivista riguardo la poesia? Che è fumo, che sono parole inutili, che non portano nulla alla conoscenza e al progresso umano, perché pregne di aria fritta, perché forgiata nell’intuizione e nell’innocenza e nella tradizione che spesso peccano di pregiudizio. Ma Gadamer direbbe che questo è un boomerang che torna indietro allo scienziato, perché questi è stato vittima a sua volta di un pregiudizio.

La scienza ha i suoi canoni ed è bene che li segua, ma non può pretendere di vincolare l’uomo ai suoi paletti. Insomma la scienza deve continuare a fare il suo percorso ma non può pretendere di assolutizzare se stessa ed ergerla a padrona incontrastata del mondo e dell’uomo. C’è altro e c’è Altro. E, forse, chi sa tenere presente questa alterità è proprio tra le altre arti e scienze, proprio la poesia, che tenta di ricucire gli strappi della scienza, alcune devianze della filosofia, che tenta di ridare all’uomo un linguaggio che è sicuramente molto più a misura d’uomo ma ancor più dell’umano.

Maggiani va oltre e sulla falsariga di Novalis dice che addirittura la scienza deve essere poetizzata. Per far questo accede attraverso la scienza e il suo linguaggio e alcune sue prospettive, come il principio olografico, e il principio di indeterminazione di Heisenberg, a dare il la per una possibile intesa comunicativa tra scienza e poesia e arriva a parlare di un principio di indeterminazione poetico e di quanti di poesia giocati sul rapporto tra significato (forma) e scrittura (materia). Maggiani è abile a mettere in evidenza come la scienza possa essere utile alla poesia, ma il suo fine è quello di poetizzare la scienza, e fa comprendere molto bene come lo scienziato abbia questa necessità perché possa “viaggiare sull’onda di una personale e intima intuizione del mondo che, spesso, è estranea da ciò che normalmente il senso comune fa percepire”. Attraverso l’intuizione e la creazione lo scienziato è capace di scrivere veri e propri poemi sulla natura. E in fondo questo è quello, che in controtendenza, sosteneva Popper dal punto di vista epistemologico, mettendosi in contrasto con i neo-positivisti, quando rifiutava il verificazionismo e proponeva il falsificazionismo, facendo recuperare alla metafisica, così riabilitata, lo spazio perduto col neo-positivismo. Per Popper, infatti, lo scienziato parte dalla sua osservazione pilotata da intuizioni, pregiudizi, conoscenze della tradizione, conoscenze acquisite, intuizioni, immaginazione, fino a fare quelle ardite congetture, che una volta dette, lecitamente scritte, dovranno essere sottoposte al tribunale della ragione. Questo significa che anche lo scienziato, in prima battuta, crea: la poesia gli è pertanto congeniale.

Insomma questo saggio di Roberto Maggiani ha molti meriti, ma soprattutto gli deve essere riconosciuto quello di voler traghettare il lettore alla dimensione antropologica, dal momento che al centro della sua trattazione ci sono sì la poesia e la scienza, ma soprattutto c’è l’uomo. L’uomo colto nella sua natura costitutiva, che non è solo biologica, chimica e fisica, ma sta tutta nella sua dimensione unitaria corporea psichica e spirituale. E l’uomo attraverso la sua natura è incline alla poesia e al suo linguaggio. Poesia fatta di realtà e di irrealtà, di fisico e di metafisico, con al centro le domande e le tentate risposte sui problemi di sempre dell’uomo: vita, morte, amore, amicizia, felicità e dolore e comunque sempre con quella meraviglia e con quello stupore, che lo rendono pur sempre, ancora una volta, umano, davanti al mondo e alle altre persone.

Mutatis mutandis, in Maggiani c’è la stessa consapevolezza socratica, che poi è la consapevolezza di ogni uomo, di fare un passo avanti e andare oltre. Quando Maggiani dice: “A suo tempo scelsi di studiare Fisica, pensando che tali studi avrebbero soddisfatto la mia curiosità sull’Universo e le sue leggi, dal microcosmo al macrocosmo, anche al fine di dare risposta ai molti perché che fin da bambino mi proponevo” e  “Mi andavo però rendendo conto che la Fisica, da sola, non sarebbe riuscita a soddisfare appieno la mia ricerca. Capivo, infatti, che la realtà era fortemente relazionata alla mia umanità, e da essa influenzata; che le mie visioni sul mondo avevano necessità anche umane, oltre che strettamente scientifiche”, non può non riportarci con la memoria al Fedone di Platone e alla Seconda Navigazione a cui accenna Socrate.

Oggi una Seconda Navigazione è più che mai urgente per l’uomo e la poesia potrebbe essere lo strumento più adeguato per remare verso la salvezza. Salvezza intesa nel senso di fede per chi crede e in senso laico per chi, pur non avendo un credo religioso, ha fede nell’uomo e in un qualche senso, a scanso di equivoci nichilistici. Con la Prima Navigazione, infatti, a vele spiegate, abbiamo avuto e abbiamo modo di giungere alla conoscenza della natura dell’uomo, ma la Seconda Navigazione ci conduce alla genuina e autentica, perché completa, natura umana. Dopo il bosco e le sue ombre si apre la radura con la sua luce.

La luce è il linguaggio della Poesia.

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