Giampaolo De Pietro: “Abbonato al programma delle nuvole”

abbonato al programma delle nuvolePoeta del sud Giampaolo De Pietro, nella cui voce si percepisce qualcosa della sua isola, la Sicilia, ma molto lontano dagli stereotipi. Appartato quanto basta, ma presente in rete con la sua poesia, brevi scritti e commenti è autore che condivide e partecipa; Renata Morresi in suo intervento critico lo definì “solare”. Esce per le edizioni L’arcolaio il suo nuovo libro Abbonato al programma delle nuvole, raccolta eterogenea di testi, com’è per La foglia è due metà lavoro precedente di De Pietro già vincitore del Baghetta 2013.
In queste poesie ci conferma la sua capacità di usare registri diversi e di dare voce particolare al suo guardare il mondo.

È la vita, l’esistenza piena, nelle persone come nei luoghi, ad avere parola nella sua poesia. Alla ricerca formale, che dà ai suoi versi una leggerezza invidiabile, l’autore unisce le proprie ragioni prendendo atto di un vivere indifeso e forse indifendibile, dove non siamo mai solo i testimoni del tempo o gli artefici di parole. La dedica finale, a Osip Mandel’stam e a Nadezda Mandel’stam a Gertrude Stein e ad Alice Toklas “per le loro vite coraggiose e non solo il linguaggio” è segno del suo particolare segno, in cui quell’includere chi accompagna i poeti è significativo.

Divisi in quattro sezioni i testi danno corpo a un vissuto e a una parola aerea. Plana via lieve De Pietro, giocoliere con le parole, ma portandole sempre a dire l’urgenza di cose comuni, quando diventano gesto, pensiero e stare lì dove si è, ma con la propria tenerezza e i propri luoghi. Al tempo rapido di oggi e al livellamento verso il basso di ogni cosa ( parole, fatti, ideali) risponde una voce attenta alle pause, raccolta tra stanze e vie di paese dove si passa fischiettando, immuni da malinconie, presi da quel che accade, che è sempre molto.
La poesia per Virginia Woolf è di una originalità che è indicativa di come si può leggere/ascoltare un altro autore: ” – Chiuse gli occhi  – per riaprirli chissà quando è dove. / … Con lo spazio scritto prima ancora di prendere…/” (p.89)

I frammenti della sezione finale aprono spiragli sul possibile schiudersi di un dire che si offre ben oltre la laconicità. A tratti alcuni lampi sulla pagina ricordano Antonio Porta, quel suo stupore e rivelazione insieme e un certo modo nella scrittura a perdifiato.

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6 Comments

  • Si sta bene qui. Mi piace la lettura di Nadia, e la compagnia di Martina e di Lorenzo. Grazie! Saluti, Giampaolo Dippì

  • Lascio qualche timida, sconclusionata (ed entusiasta) anche troppo notturna prima impressione, di quando ho letto il libro, e di quando lo rileggo o riapro, o anche, soltanto, porto in giro con me. Per via, o le vie, dei suoi salti, forse, a comporre simmetrie, meraviglie, ricamo della fatica e della sorpresa dei giorni. Talvolta mi immagino Giampaolo De Pietro tra le pagine e mi appare un saggio, ma senza la barbosa bianca, magari una straluna. Di capelli che non vanno a capo. Permettersi di scrivere di nuvole verticali. E’ un libro che mi scorre dentro, l’ha fatto da subito, da un sempre. Ma sentirlo – leggerlo ancora, ogni volta cosi’, e’ un prodigio che commuove. Questo prodigio di occhi (sguardo) e parole. Leggero. Guardo come sporge… quella rosa si sporge e non e’ lei la sola qui, in questa compagnia di passanti conquistati e nuvole e tempi che sfuggono via e poi tornano, ma solo alcuni. Il dolore per gli altri che vanno, la gioia dei baci in arrivo, la malinconia delle posizioni fissate, il cercare di “arrivare in tempo”, lo zoppicare a pena, riconoscersi (o non?) simili, gli effetti sui vetri, l’aria respiro… portare indietro gli abbracci… le dita, le mani… quanto quanto resta, quanto da perdersi, ritrovarsi, danzare, piangere, respirare. Se “nessun errore e’ sottinteso” avviene sempre la “riparazione”? Tutto sta nelle pagine a venire, a parole (che non sono dichiarazioni). Nella magia praticata dal libro. Verde di affetti e foglie, bianca di nuvole e mare, la magia di una terra anche, di un guardare-sentire che fotografa invisibilita’, che lascia in silenzio, in dono. Oppure che sballotta per meglio distribuire nostalgia e magia, tra le porte che si aprono e quelle che non lo fanno.
    (Indossare ad esempio la similitudine di cane davanti alla porta, e “paurine”)
    Pensare con tenerezza all’intorno e all’interno. Il tempo dell’inizio che s’allunga
    e conserva anche le radici.
    🙂 peregrinare di parole che sobbalzano.
    (Sembriamo o siamo: quanto difficile e’ capire o colmare la distanza ma esserci e’ certo. E capire non e’ il punto). “Appropriarsi d’una leggerezza”.

  • Pingback: inni in vani
  • Grazie per la lettura, molto intensa! Continuo anch’io a ritenere straordinaria la capacità di trasformazione in materia lieve, sempre “naturale”, da parte di De Pietro di eredità che ad altri sembrano pesanti (Cristina Annino diceva Palazzeschi, Nadia Agustoni Porta, e anch’io, probabilmente sbagliando, Mesa, a proposito del libro precedente)….

    • Diverse cose mi hanno colpito nel libro, a conferma della sensibilità di De Pietro, come quel suo modo di includere, che trovo dia respiro.

      Grazie Lorenzo del passaggio.

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