Generazione P (con oroscopo generazionale)

di Raffaele Ferrario

poesia

La volontà di questo scritto sta nel proposito minimo di un inquadramento anagrafico della generazione P, attiva in tempi di recessione culturale. In questo saggio di Gianluigi Simonetti, apparso il primo giugno 2012 sul blog “Le parole e le cose”,  dal titolo: “Mito delle origini, nevrosi della fine. Sulla poesia italiana di questi anni”, anche il lettore meno avvezzo alla frequentazione della poesia contemporanea può fruire dell’eccellente ricostruzione critica, di cui Simonetti dà ampie ragioni nella sua analisi. Qui restando, non ho particolari obiezioni da contestare all’autore del saggio, che anzi ritengo ben documentato e condivisibile nei suoi punti di osservazione critica.

Diversa, però, è la disposizione cronologica sulla quale insisto nel mio scritto, che traccia un più ampio ventaglio di rappresentanza generazionale, giocata in primis sulla condizione d’imbarazzo e malessere nel mondo; nello specifico, il disagio psicologico, artistico e sociale, vissuto dai nati tra il 1960 e il 1990. Nella divaricazione di tale wormhole, è subito evidente che un soggetto nato nel 1960 sarà in tutto e per tutto alieno da un soggetto nato nel 1990. La vera sostanza da me intesa per la generazione P è l’inizio della catastrofe rappresentata dagli anni Ottanta e l’attuale suo punto di definitivi strappo e scissione.

Mi spiego meglio. Prendo un individuo nato nel 1960. Penso ai suoi vent’anni pienamente immersi negli Ottanta: l’inizio della fine, non esclusivamente letteraria ma civile, sociale e politica. Ne prendo, sempre estremizzando i poli, uno nato nel 1990 pienamente immerso nella discarica etico-comportamentale tanto cara ai distruttori di ogni cultura e, senza entrare nel merito delle abissali differenze etiche, politiche, estetiche, esistenziali, di età tanto diverse, vi leggo altresì una convergenza verso il negativo radicale generato, imboccato, nutrito e voluto dall’homunculus ex machina, saldamente ancorato al proprio scranno di protezioni, benefici e favori istituzionali. Politica e magistratura sono il cadavere del verso a sostegno di bugie prosastico-giuridiche.

E specifico che con ciò intendo più di una responsabilità diretta, una vera e propria colpa del duopolio magistratura – politica, chiuso nel proprio stallo ergastolano di decreti legge, eletti a codici unici di intervento, affinché tutto continui a conservarsi così com’è. Chi decreta temporeggia, rimanda, mente senza pudore. Chi fa leggi, o non esiste più, o sarebbe meglio non le facesse. Inevitabili le ripercussioni linguistiche e di mera percezione della realtà.

Una ricorsività circolare senza futuro. Insomma m’interessava come collocamento minimo, piuttosto che una specifica differenziazione poetica del textus precedente contro il textus recente, il disagio comune, l’accorpamento generalizzato a un perenne stato di guerra senza guerra. L’era del superfluo e la germinazione poetica da esso scaturita, in un rapporto esperienza-testo; e non cosa/oggetto-testo.

Per essere più preciso, sono convinto che i nati fino al 1978 rappresentino uno spazio di primo e omogeneo collocamento di autori che, come sostiene Simonetti, rimuovono la crisi, mentre gran parte degli autori venuti dopo, si pongano in un tentativo dialettico con la crisi, nel suo pieno svolgersi, pure incarnando un precipuo allontanamento non tanto dalla poesia in se stessa intesa e vissuta, quanto un debordante avvicinamento alla frattura dei valori acquisiti. Lo scrivo come dato, secondo me oggettivo, di una ormai consolidata debacle antropologica.

Quando si stabilisce un criterio è invece necessario mostrarlo. Allora il parametro sarà quello dell’età. Un’età della paura. Dopo il terrorismo (1969 – 1984), il terrore. I nati dal 1960 al 1990 sono i protagonisti esibiti del tentativo di rottura con i padri; poetesse comprese, anzi più coraggiose e motivate dei poeti, se si fa coincidere la figura del padre con il patriarcato cameratesco e mussoliniano dell’Italia. Gli estremi cronologici della generazione P raddoppiano il terrore, se lo mangiano così come s’ingoia una cucchiaiata di vermi.

Seguendo una frammentazione generazionale che sembra patire più delle precedenti quel riconoscimento a suo avviso negatole, la scrittura contemporanea non può non collocarsi dentro questo sentimento di perdita, di inconciliabilità sociale, di saccheggio del futuro, di manifesta impotenza e di aperto scontro tra i sessi.

Sentimento che si lascia alle spalle un passato ancora troppo vicino e un futuro ridotto a comparsa. Vivere in un mondo in cui qualcuno è riuscito a produrre la piaga della rassegnazione. Rassegnazione che si propaga col tenore di un virus. Questo è, nella misura fedele al senso di inadeguatezza e al senso di inutilità, lo stato d’animo diffuso.

Constatazione di realtà, dove tutto si gioca nell’attimo, e con sbadataggini repentine. Generazione che appunto contraddistingue un periodo storico, strenuamente impegnata nel suo sforzo, in parte giustificato e in parte vano, di collocarsi, per ragioni di opportunità minime, nella categoria dell’utile.

Baudelaire detestava l’utile, più come aggettivo che come sostantivo, con tutto sé stesso e con tutta la posa di sé. Rimbaud anche, ma soffrendo con più intensità il senso di colpa per averlo negato a colpi di poesia, prima e a colpi di prose inevase, poi. Tutto sommato anche Wilde, che fu un Orson Welles ante litteram, ne era un arguto e ironico antagonista.

Il 15 maggio 1871 non fu certo un giorno come gli altri. Così Rimbaud a Paul Demeny in un estratto dalla lettera del veggente: “[… Questi poeti verranno! Quando sarà spezzata l’infinita schiavitù della donna, quando vivrà per se stessa e grazie a se stessa, poiché l’uomo, – fino ad ora abominevole, – le avrà dato il benservito, sarà poeta, anche lei! La donna troverà dell’ignoto! I suoi mondi di idee differiranno dai nostri? – Troverà delle cose strane, insondabili, repellenti, deliziose; noi le prenderemo, le comprenderemo. …]”. Profetico e oracolare: Jean-Nicolas-Arthur Rimbaud.

Mi domando allora: “Utili a cosa?”. “Utili a chi?”. “E perché?”. Utili alla diffusione. Utili a sé stessi. Perché partigiani di un seguito come identità negata.

È un problema di identità. Nulla più e nulla di più complicato. Ci sono dentro io e ci siete dentro voi. Questo per coniugarci in quel fatidico pronome personale “Noi”, di cui è stata un’eccellente interprete Lidia Riviello nel suo libro: “Neon 80”.

Un problema di condivisione, senza però tacere l’aspetto dell’opportunità in essa resiliente. Oppure legato alla moda. Trendy. Cool. Con una frequenza che pare ormai esponenziale, sono le mode a imporsi nei loro disperati tentativi di raggiungere l’eternità, quando invece hanno i giorni contati poiché una nuova moda è sempre in agguato. Il rischio di contagio è elevato.

Le mode sono calamite che non risparmiano nessuno da una qualche forma di attrazione verso di esse. Incapparvi da poeti non è funzionale alla poesia; forse solo a sé stessi. Ogni moda crede di essere affrancata dalla morte. Lo crede talmente da negarne l’esistenza. Nella moda non c’è morte, anche se la morte va sempre di gran moda. La moda ha il chiodo fisso di assassinarla. Se ne compiace fino a trarne beneficio per essere incensata con la toga.

Capita ed è sempre capitato che un gusto corrente si imponga o voglia farlo, ma la sorgente cui attingere resta la tradizione: una sterminata riserva, la quale non attende che di farsi “assolutamente moderna”. Rimbaud con ciò intendeva qualcosa come il calarsi maledettamente nei bassifondi della realtà, ritornando con la preda della veggenza affinché l’amore fosse reinventato. Il destino: un crack dell’essere, pedinato a vista da quello finanziario. Che fallimento umano, troppo umano.

Chi l’avrebbe mai detto che il Mercato si sarebbe sostituito alla religione, edificando banche per chiese, centri commerciali per templi. Le Multinazionali e le S.p.A. non stanno nella realtà, fabbricano la loro, solo che lo fanno anche con la realtà degli altri.

La poesia non può dirsi civile o lirica o sperimentale, se non attraverso criteri posti dalla ‘critica in apnea critica’ perché spesso assorbita dal giornalismo come divulgatore di una nuova etichetta semantica e principale sabotatore della lingua, per evidenti motivi legati non tanto a una sua ipotetica colpevolezza, quanto alla sua capacità di contaminazione su larga scala. Così quel gioco di criteri, in un’epoca scriteriata, procederà beatamente verso sempre più massicce imposture. La globalizzazione: sfida che l’umanità sta perdendo con l’altro e con sé stessa, ha coinvolto l’arte come si coinvolge un bastone tra le rapide.

Il verso libero avrebbe dovuto emancipare la poesia dalle sue armature formali e farlo possibilmente per andare oltre. A tutt’oggi somiglia più a un passaporto democratico in comune, al quale dar lustro versificando liberi. I timidi non fanno tendenza, men che mai gli isolati. I lirici sono in trappola. Gli sperimentali non si guardano mai abbastanza dalle ragnatele del Gruppo 63, molto distratti da Sanguineti (perché lui è uno che torna) e spesso incuranti di Emilio Villa: alfa e omega di una poesia alchemica[1] pura; e si rivelano stonati nell’inciampare sulla cantilena di una litania consunta.

Pare sia un meccanismo acquisito quello di fare gruppo, di riunirsi tra consimili, di cercare una perenne conferma alla propria identità, che patisce i passaggi a vuoto del caos e della diffidenza. Si sta come orfani che ne piangono la restituzione, riproducendone continue situazioni di realtà.

Scrivendo poesia, ma ancora più ingenuamente impegnandosi nella sua esibizione, ci si sente legittimati ad autodefinirsi poeti. Sì, per i poeti contemporanei “allineati”, l’arte è diventata un fattore di identità.

Questo sembrerebbe un fatto, ma è bene accontentarsi della sola interpretazione. Gli allineati sono i partecipanti; coloro che si fanno in quattro per la poesia, muovendosi però da operatori culturali, da paladini dei fondamenti civili e delle cause sociali, dediti a revival politici, con l’illusione che il gesto politico sia qualcosa di identico alla loro tenacia nel recitarlo. Occupazione tout court di due poeti, poco incisivi con i loro versi ma idonei agli aspetti organizzativi di eventi, è quella di Matteo Fantuzzi e di Isabella Leardini.

Il malinconico termine poeta sarà presto sostituito dalla più olistica espressione performer, e l’opera d’arte sarà tradotta in azione performativa. Per sgombrare il campo da ogni equivoco, va scritto che non c’è nulla di sbagliato in questo atteggiamento di ribalta, senza però confonderne le intenzioni. Ad esempio nel poetry slam, ideato nel 1987 dal poeta americano Marc Smith – “sberla poetica” di derivazioni beat, generation allora ben organizzata e unita nell’urlare al mondo il proprio howl –, il testo perde il primato letterario a favore della sua rappresentazione. La vittoria sarà concessa a chi si dimostrerà più abile con la voce, con il corpo, con il pathos, con la seduzione, con il teatro, insomma con il proprio intero bagaglio di espressività.

È altro ciò che il testo occupa. Il testo è indipendente e si svincola dall’autore, il quale se ne serve per le sue azioni letterarie. Lecito, ci mancherebbe. Come dovrebbe esserlo, lecito, distinguere il testo nel proprio dominio elettivo del libro e la lettura performativa di quel testo fuori dal proprio dominio elettivo, dove il rapporto testo-libro permuta in rapporto testo-pubblico. Testo che di volta in volta sarà tradito e condotto in merito alla sua mutevole riproduzione. Testo che non è più solo testo ma testo con accessori extra. Testo, in fondo, costitutivo della propria impossibilità di spostamento al di fuori del libro. Testo soggetto ad affitto, mai a sradicamento.

Il testo vuole un rapporto uno a uno. Rapporto che, tra palco e pubblico, costituirebbe un disastro.  Nella sua ingenuità di fondo, nella sua spontaneità gratuita, il “poeta performativo” dimostra coraggio, perché osa, durante il suo turno, sottoporsi in carne e ossa allo sguardo altrui. Osa infiltrare il suo microfono là dove la competizione con il pop, con il rock, con lo spettacolo, è persa in partenza.

Lo fa certo nell’infedele idealizzazione della poesia. Lo fa per le più nobili ragioni e per le più nobili cause. Lo fa per necessità. Lo fa per divertimento. Lo fa per ambizione. Lo fa e basta. Lo si fa se c’è a monte un interessamento a far parte di quel ristretto mondo poetico-letterario, standoci a ogni costo, dentro quell’identità compartecipe.

Far parte appunto. Imboccare a tutti i costi quella direzione comune che converge al centro di una “confraternita”. Trappola per topi, con il poeta come infermiere e la poesia come mestiere, cui appigliarsi all’inizio per poi non potersene più staccare. Chi dice che bisogna leggere la poesia in pubblico, che non va confuso con la gente, dice bene.

Non è poesia; è poesia letta, percepibile come cosa diversa già da quel “letta” che fa del leggere poesia, la poesia stessa. La pone in atto. La travasa dall’esoterico all’essoterico. Ne fa assidua ricerca di un contatto fra poesia e lettura, così come si cerca, involontariamente o no, un’adesione tra lettura e pubblico.

Il punto di vista (tradire / tradurre) più solido, perché coerente con sé stesso, è quello di Lello Voce che non ha mai nascosto il suo affetto per l’oralità dell’opera. Una sua continua espansione al di fuori del libro. Eppure, di posizioni, ne esiste un nutrito hinterland a forma di piramide o a forma di cono famiglia velatamente silenzioso. Posizioni silenti per motivi di comodo, di carattere, di scelta. Posizioni radicali, come furono quelle del Gruppo 63.

Le sperimentazioni cui fa riferimento gammm sono francesi, canadesi, inglesi e statunitensi, con un’attenzione particolare ai lavori di Jean-Marie Gleize: scrittore e poeta francese, nato a Parigi nel 1946, il quale tenta di coniugare porzioni e frammenti eterogenei di una scrittura realista come soluzione di continuità e rinnovamento delle avanguardie storiche degli anni Sessanta e Settanta.

Non meno importante è Christophe Tarkos, qui un estratto da “Pan” per chi mastica un po’di francese.

Questa la posizione di Giovenale / Bortolotti sulle scritture recenti, mentre Andrea Inglese in questo scritto dà un ulteriore contributo teorico all’idea della poesia “come una pratica di scrittura all’interno della quale si possa esplorare ed interrogare non solo la natura dei diversi generi letterari, ma della letteratura stessa”.

C’è una linea sperimentale romana che ha in Marco Giovenale la sua testa e nel libro: “Poeti degli Anni Zero”, di Vincenzo Ostuni, parte del suo manifesto.

Senza con ciò intendere che i poeti antologizzati siano tutti romani, né che lo siano tutti quelli che gravitano intorno al progetto di GAMMM e di EX.IT. e senza con ciò intendere una contrapposizione tra i romani e i milanesi. Ovvio che non è la cittadinanza a interessarmi e a contrapporsi, ma sono due realtà esistenti, con un proprio stile e una propria maniera di intendere e rappresentare le cose. L’una, quella lombarda, storicamente fissata e tutt’ora in corso. L’altra, quella romana, nella propria identificazione massiccia con lo sperimentale e con il “cambio di paradigma”.

E c’è una linea lombarda la cui poetica ci mostra l’incolore, lo stile alirico e antielegiaco, l’interesse per le periferie, per la frontiera, per la casa, per la città, per gli ambienti familiari, vedendo e vivendo in ogni atto un principio di “cosificazione” della realtà. La poesia in re dell’oggetto, con il poeta che funge da cronista della cosa quale “datità” pragmatica del principio di realtà. “Brainthing” nell’intenzione: la cosa-cervello; accuratezza cronologica e puntualità geografica di un cervello piano, nel risultato. Un sano compendio critico, qui.

E una dichiarazione del critico Anceschi: «Una istituzione come la poetica oggettuale è fortemente indicativa nei suoi movimenti nella poesia e nelle arti; basterà qui per esempio ricordare come la poetica degli oggetti attraversi tutto un secolo della poesia italiana, dai realisti e scapigliati fino ai “novissimi”, e in particolare, si riconosca in un tratto molto acuto e intenso che la riguarda tra la poetica delle cose di Pascoli e gli emblemi oggettivi di Montale» (Luciano Anceschi, Da Ungaretti a D’Annunzio, Milano, Il Saggiatore, 1976, p. 58).

Linea mai nata e mai morta, confinata dentro la bolla di chewing-gum encefalico del quotidiale[2]. Da Sereni a Raboni, da Erba a Loi, passando per quell’Ora serrata retinae, in cui il talento di Magrelli ventitreenne seppe trovare l’anima dell’oggetto, emancipando già da esordiente la sua poetica, nata oltre ogni incasellamento e involontaria pietra tombale per i lumbard.

Giampiero Neri più di altri, anche molto più altolocati di lui, centra il bersaglio con le sue rappresentazioni intorno alla crudeltà del quotidiano. Tiziano Rossi è in grado di affabulare il lettore. Sereni e Raboni hanno componimenti degni di stare nella poesia e hanno prodotto materiale sufficiente per considerarli, senza alcun dubbio, poeti. Lo stesso vale per Cucchi, autore fedele alla linea lombarda, cui attinge con rinnovato espressionismo.

Ciò che contesto è quel tipo di dettato – fatto di magrezza, di scarnificazione, di versi anche stucchevoli quando rimpiccioliscono il sentimento a dato oggettuale, di grigio e triste fiammifero abbandonato dal fuoco – che mi allontana dalla poesia perdendo, con essa, ogni affinità sensoriale. Cominciamo a darci del lei e il disincanto senza entusiasmo ingrassa dentro un loop tautologico.

Sarei stato disposto a ritenere geniali e indipendenti tanti assunti teorici della linea lombarda, se soltanto la scuola dei suoi poeti di appartenenza non si fosse così avviluppata all’oggetto, quale proiezione di esperienze e fatti nella realtà; e se lo stile usato non si fosse reso così spoglio da impersonare la cosa nella sua mera nudità di oggetto, invece di sezionare chirurgicamente quella cosa, cercandone l’idea e non il comportamento, il cuore e non la pragmatica.

Platone non passa da Milano, gli affitti sono cari e i monolocali sono scomodi. Non si esclude che talvolta lo si possa scorgere, con un quaderno blu, in mezzo ai peristili della stazione centrale, oppure in prossimità dei vestiboli per i senzatetto, dentro gallerie puntualmente scambiate per caverne.

La competizione, non solo sul piano della rivalità, finisce per diventare editoriale, e la contrapposizione regredisce a lotta per il controllo del potere decisionale. In ciò, al di là del merito letterario, su tutte si impongono le figure di Maurizio Cucchi, Antonio Riccardi, Davide Rondoni, ai quali si fa qui cenno solo in relazione alla loro singola e collettiva forza editoriale.

Gli stimoli degli anni Sessanta e Settanta erano, sì, politici civili sociali. Oggi l’indottrinamento teocratico è ancora imperante. Lo sono l’ansia e lo sconforto, che causano riparo nelle persone o nei discorsi, nel paternalismo o nel perbenismo. Il Paese, il nostro, quello della bandiera tricolore, si divide grosso modo non tra Nord e Sud o tra Padania e Roma – deriva che ha altresì rischiato di farsi più seria del dovuto – ma in due fazioni opposte: “Cattocomunisti e Cattofascisti”. L’espressione di celate nostalgie è perdonabile ma le intenzioni malcelate diventano caricaturali.

Autismo e anaffettività hanno messo radici nei gironi metropolitani dei centri abitati. L’individuo ha montato il protossido di azoto, così prima dello schianto percepirà, con il sistema frenante inibito, il suo vortice dinamico. Il burlesco uomo-macchina: un creatore divorato dalle proprie creature. Il deus ex machina per antonomasia. Uno sguardo non è talvolta sufficiente per intuire la visione d’insieme. Così come a volte, quasi sempre in termini psicologici, c’è il rifiuto di voler vedere. L’accorgersi di chi si è e dove ci si trova potrebbe disintegrare la persona.

Ascolto e osservazione. Raro averle. Difficile coltivarle. Roba da poeti. In relazione a sguardo e visione d’insieme, l’osservare è più del guardare e insieme all’ascolto assicura un vantaggio sulla realtà in cui si è calati. Questo a dimostrazione di che cosa stabilisce il saggio: una volontà minima di analisi e collocamento; dell’assunto su cui si regge il saggio: la differenza che sussiste tra poesia e poesia letta; di quale sia l’obiettivo del saggio: la generazione P.

Nell’assunto si riconosce la competizione in atto fra testo e autore nei panni teatrali di “poeta performativo”. Per opposte tensioni, si percepisce anche la passività dell’astante. Non è falso affermare che un’ottima lettura può nascondere la fragilità di un testo, tanto quanto una pessima lettura ne può demolire la vitalità. Lacuna incolmabile, poiché il performer esercita una teatralità sul pubblico, mentre il poeta, per sua natura, tende a defilarsi. Il teatro è una rappresentazione; la poesia è metafora di sé stessa.

Tornando ai test semasiologici, c’è una palese inconciliabilità arte vita, e laddove non se ne faccia un brodo confusionale teso a sovrapporre i due piani, sarà lo scorporamento il suo statuto, diretto a trattare la lingua come entità distaccata dalla vita, a sé stante; e la vita come suo container empirico. Distorcendo il verso baudelairiano: “Au fond de l’inconnu pour trouver du nouveau”, da Le voyage (Giù nell’ignoto per trovare il nuovo, da Il viaggio), in “giù nel nuovo per trovare l’ignoto” si evince il moto antidirezionale con cui la poesia di ricerca sperimentale gioca le sue carte.

Poeti il cui viaggio derubrica ogni struttura, con l’avallo di un intelletto atletico, che però esula da qualsiasi ignoto possibile. Poeti che arricchiscono di continuo la loro impresa con una cyber-azione fileindicatrice e morfodirezionale, dove la destrutturazione lirica diviene ricerca formale del nuovo déjà-vu. Principio di destrutturazione linguistica che regge la forma dei “materiali fuori contesto” (qui  e qui ) nella sua ambizione di rinnovamento con gli strumenti della prose en prose e con le tecniche della depersonalizzazione. Desiderio legittimo, titolo sovradimensionato.

“[… les inventions d’inconnu réclament des formes nouvelles. …]”. Le invenzioni dell’ignoto reclamano forme nuove. Come per la distorsione baudelairiana, così l’inversione rimbaldina: “Le forme nuove reclamano le invenzioni dell’ignoto”. Svelato l’intento, capovolto il fine. Dunque, per come la vedo io, se la poesia dichiara guerra, con la volontaria complicità del suo autore, al proprio spirito lirico, per quanti beati passatempi del pensiero si possano iscrivere nello spazio del testo-azione, non sarà mai raggiunto l’esito sperato. Il piatto freddo è una magra consolazione.

Che cosa resterebbe della Bellezza, intesa come passione vitale? Che cosa dell’Estetica, qualora se ne azzerassero, in ordine: l’idea del bello; le arti liberali settecentesche, prima e le sue basi filosofiche, poi; le percezioni sensoriali; l’oggetto ideale; le implicazioni concettuali; i presupposti storici e quelli culturali; la costruzione sensoria del mondo? Dove l’ignoto come indovino del mistero? E dove mito e fede? Non vorrei che restassero i nuovi paradigmi della Neuroestetica: “L’arte del cervello e il cervello nell’arte”.

Non è forse una religione, nel senso etimologico di re-ligàre: unire insieme, la poesia? Applicandole ovunque una tenace liposuzione, se ne otterrà un corpo tenacemente anoressico. È un preferire la costruzione alla sostanza, il deposito all’essenza.

Al tempo stesso, se le avanguardie storiche hanno vissuto fino in fondo la loro fusione tra vita e arte – nella sua doppia impossibilità ermeneutica e fattuale – questo nuovo antilirismo destrutturante e depersonalizzante si agita nell’impossibilità storica e nello spaesamento di realtà, perché nicchia privilegiata di un’inseguita neocostruzione organica.

Il “changer la vie” di memoria rimbaldina, preso a prestito da tanti fra i movimenti francesi di contestazione del ’68, e prestato a varie cause, a vari epigoni, a spiriti in rivolta e ad anime tormentate, è ora un “changer l’art” secondo impulsi di ristrutturazione stilistica, metrica, ritmica, formale, contenutistica. Così procedendo, a mio parere, verso la sottrazione di un linguaggio alla lingua.

Sono esperimenti “proesietici”, calcolati e lavorati più liberi che mai da una sorgente classica e svincolati dalla sacralità carnale del verbo fare, come riposti dentro una teca trasparente il cui tocco è proibito. Sono iceberg, anche perfetti all’apparenza, ma, sotto sotto, freddi come la metodologia seguita per compiere, secondo regole perlopiù di logica, un esperimento.

Da un lato si è fatta pressante questa determinazione che passa da Giovenale a Vincenzo Ostuni in veste di curatore dell’antologia “Poeti degli Anni Zero”. Libro in cui il curatore, già nel suo saggio introduttivo palesa la scelta di un parametro antilirico per formarne la selezione, quando poi nella stessa sono contenuti versi di Lidia Riviello, che sfido chiunque a ritenere autrice antilirica. Ora, o Riviello c’è capitata come eccezione (che conferma la regola), o il metro si nega da sé.

Determinazione anche nel contatto permanente con i tipi di Nazione Indiana, blog di spiccate attitudini alla “ricerca sperimentale”, o meglio, disponibile a ospitarla con frequenza esclusiva.

Si valutino a riguardo scritti e interventi di Broggi, Loreto, Bellomi, Bortolotti, Guatteri, Fusco, Giovenale, Marzaioli, Davoglio, Zaffarano, Menicocci, Teti, Inglese, Policastro, e Andrea Raos delle “sei sestine implose”, che ho letto come una provocazione aliena, la quale non ha nulla della potenza mietitrice di alcuni sbalorditivi versi usciti su vari blog e tratti da: “Le api migratori”. Andrea Raos che potrebbe rappresentare, in un futuro incerto e per puro diletto profetico di chi scrive, l’equivalente di quello che fu Valerio Magrelli per la linea lombarda, cioè il suo accidentale demolitore. Degli autori sopra citati non se ne mettono in discussione i requisiti né le peculiarità ma lo stile, così spiccatamente introverso ed estremizzante.

Ciò che un tempo ha rappresentato il palcoscenico mediatico è oggi quello interattivo della rete. Nazione Indiana, ormai distante dagli esordi moreschiani, posta volentieri questa conversione in versi dilatati e dilaganti, politicizzati e spersonalizzati; è l’aculeo di quell’iceberg raziocinante, con un domicilio a Roma e la residenza a Milano.

I nomi di poetesse, poeti e scrittori sin qui rivelati, non sono da intendersi quale caotica commistione di elementi che a caso forma una coltura poetante. Non se ne ventila un’eventuale appartenenza in termini cospirazionisti. L’intenzione esplicita è quella di stabilire che un proficuo scambio di battute esiste, tanto quanto i contatti singoli con un blog di cui non si possono negare i canali preferenziali e il messaggio di fondo che, con lucido scavo, mira al dibattito, sia autentico, sia calamitato da poesia di ricerca e da poesia sperimentale; intenzione orientata verso quel “cambio di paradigma”, forse ancora troppo giovane per poterne definire gli esatti confini. A riguardo qui.

La destinazione è la ricerca clandestina – Giovenale stesso ne lamentava lo stato di marginalità editoriale cui è costretta in Italia – di quel nuovo. Chiamiamola, perché no, tessitura. Tessitura che, in una società in cui ogni equilibrio è compromesso e, per contrazione, ne rimane invalidato anche l’ambito letterario, lamenta ogni fisionomia di attaccamento con il passato, senza possedere un suo terreno di demarcazione specifica. Una sorta di limbo, dove i ferri del mestiere sono rimasti senza un mestiere.

I nostri sono tempi in cui l’autore ha troppa elettricità in corpo, e in cui non è più l’opera – la sua opera – a legittimarne la forza stilistica, ma lo scenario mitopoietico che si è costruito intorno. Tempi in cui si potrebbe quasi rimpiangere l’art pour l’art teorizzata da Théophile Gautier, considerato maestro e amico da Baudelaire. Quello dell’art pour l’art è un pungolo e un amaro paradosso al tempo stesso. Superata definitivamente da Baudelaire e, a mio avviso, ancor più da Rimbaud, ha subìto una feroce regressione nell’attualità letteraria italiana, sia poetica, sia narrativa.

Il paradosso sta proprio nella sua riesumazione come unico rapporto possibile con il nostro presente, antropologicamente mutato in “sentimento dello spettacolo”, proprio perché è venuto a mancare un senso specifico e generale dell’arte, quale peso e misura del mondo. Facciamo poesia per chi e per che cosa, se non per noi stessi e per il semplice fatto che non possiamo farne a meno?

Ogni secolo, nella pigra e incompleta evoluzione umana, non differisce poi tanto dal secolo precedente, almeno per quel che concerne malcontenti e infelicità, in un secondo momento trasfigurati, grazie al meccanismo della sublimazione, nell’opera.

Altro interessante processo, innescatosi con valenza di gruppo e manifesta attenzione alla collettività, è quello di un marcato spirito aggregazionista, che sia coro e arena delle varie identità in esso convergenti. L’associazione ESCargot ne è un campione esemplare; riportandone fedelmente le informazioni, evidenzia sé stessa con queste parole:

“Rassegna di “poesia plurale” curata da scrittori, editori, critici. Incontri intorno alla scrittura in versi, alle politiche della letteratura, all’interazione fra poesia e altre forme d’espressione”.

“Il gruppo di promotori di ESCargot è composto da Maria Grazia Calandrone, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Elisa Davoglio, Michele Fianco, Francesca Fiorletta, Marco Giovenale, Massimiliano Manganelli, Giulio Marzaioli, Vincenzo Ostuni, Tommaso Ottonieri, Maria Concetta Petrollo Pagliarani, Gilda Policastro, Laura Pugno, Lidia Riviello, Franca Rovigatti, Sara Ventroni”.

Poesia plurale qui. Materiali fuori contesto là. Il collegamento è omogeneo. La comunicazione interdipendente. In questo articolo: “Che fine ha fatto TQ?”, di Vincenzo Ostuni pubblicato su alfabeta2, si percepisce la sofferenza di chi lo ha scritto, la sua delusione e un marcato risentimento per la sensazione di essere stato tradito. Si percepisce inoltre quanto l’autore abbia preso di petto l’argomento.

Alcuni estratti che ne connotano il senso: “Hanno pesato, sì, le caldane della stampa, sempre più disattenta, spettacolare, conservatrice. // Non perché le sue proposte non siano state realizzate; ma perché neppure sono state ascoltate: le parti con cui TQ avrebbe potuto dialogare le hanno opposto un muro di disinteresse. // Le forze vitali di TQ, tutti i suoi membri più influenti, se ne sono progressivamente disamorati. Come anche, infine, il sottoscritto. // forse è ancora possibile e utile una voce radicale collettiva e qualificata, più omogenea e agguerrita di TQ.”

Pur concedendo piena fiducia a Ostuni nella sua autenticità, non se ne può tacere la reticenza anche solo a ipotizzare una responsabilità personale. Dai virgolettati si arguisce quanto l’analisi verta su attribuzioni esterne. Ciò che segue dovrebbe aiutare a focalizzare meglio:

“Primo risultato: alcuni se ne allontanarono presto perché troppo moderati, troppo compromessi; altri perché consapevoli di non rispondere ai pur laschi criteri di qualità letteraria che si andavano promuovendo. // Ma, anche fra chi rimase, qualcuno è a disagio nel vedersi attribuire una difesa della «qualità», quest’incubo zdanoviano; arrossisce all’idea che lo si scambi per un movimentista da strapazzo; teme forse d’essere espulso da editori e giornali come un sottosegretarietto ammonito a più diplomatica mitezza d’accenti. E poi non ammette un grado eccessivo di intellettualismo.”

E qui, volontariamente o meno, Ostuni aggiunge un tassello alla parte mancante, cioè confessa, sia lapsus calami o intenzione di farlo credere, che l’inizio della fine è partito da una frattura interna a TQ. Sia Giovenale, sia Ostuni, mi spingono a pensare che serpeggi del malcontento riassumibile, confrontando il senso dei testi (link alle pagine precedenti), nella parola disattenzione. Riconosciute le debite differenze tra i due articoli: l’uno dai toni amari e risentiti (Ostuni), l’altro ironico e attinente alla marginalità (Giovenale) – anche se personalmente l’ho trovato più enfatico e ridondante che ironico –, è vero che il messaggio emergente dal confronto dei testi confluisce in qualcosa di molto simile all’indignazione.

C’è dell’ingenuità in tutto questo, ma non tanto relativa al testo che dice quel che pensa, quanto piuttosto al modo in cui esso si pone. Chi partecipa a un disaccordo collettivo e chi si sente trascurato, lamenta in fondo più di un disappunto. Denuncia un disagio letterario, artistico, intellettuale, esistenziale. Ma il “tutti se ne fregano”, deplorato da entrambi, non rende giustizia a chi sa bene che l’indifferenza se la cava meglio di altri, al giorno d’oggi.

Quanto a Nazione Indiana, non vorrei che si scambiasse un preciso dato di evidenza, sul quale mi sono soffermato, con le più fantasiose attribuzioni al mio pensiero. Riflessioni, le mie, con l’aperto scopo di fissare una discrepanza quantitativa nella rappresentazione delle molteplici scritture di ricerca, combinate però al culmine di un denominatore comune: la ricerca del nuovo. Si sarà arguito che io intendo, pipistrello o falco, questo benedetto nuovo come un’operazione di natura derivativa.

Così posta, la questione dà a Giovenale ciò che gli spetta nell’affermare l’esistenza di un gap, sia mentale sia concreto, nel panorama letterario italiano. Di contro, si mostra con ingenuità, sia nell’aspettarsi qualcosa di diverso – perché riferirsi alle scritture di ricerca in Italia, significa mettere in conto che ci si muove in un guscio di noce – sia nell’insufficienza di coraggio nel suo dirla tutta sulle ragioni di ostilità, ignoranza e diffidenza soggiacenti alle scritture di ricerca. La si direbbe una sofferenza da emarginati, un supplizio da “incompresi”, questa lamentazione non troppo dissimulata, perché nel profondo impaziente del giusto riconoscimento.

Curiosa anche la coincidenza numerica dei vasi comunicanti: 63 – 93 – 13.

Del primo restano le ceneri ancora ardenti di Sanguineti, la sua lingua come officina sperimentale e labirinto officiante. Sanguineti è per molti sia un punto di contatto, sia una spina nel fianco. Metà del suo fantasma emana luce da torcia sull’eredità poetica lasciata; l’altra metà ne tradisce il disprezzo e le ambizioni, giungendo presto – come sarà anche per Umberto Eco – a ricoprire cariche accademiche e politiche, assolutamente aborrite e negate quando il Gruppo 63 andava formandosi e si era formato; evidentemente accolte e corteggiate quando gli stessi andavano sciogliendosi e dopo il loro definitivo scioglimento.

Che cosa egli esattamente rappresenta, se non uno spartiacque tra gli anni Sessanta e la successiva congestione poetica, che magari ambiva a divenire civile, impegnata, marxista, e invece si è trasformata in costellazioni elitarie, poi sfociate in micropotentati (o macro, a seconda delle posizioni) accademici? Derivativi né il modus vivendi né il modus operandi, ma il modus pensandi e la forma mentis.

Nanni Balestrini: “Padre Novissimo” e “leggendario” precursore di ciò che sbrigativamente si pensa oggi essere il nuovo, quando invece un complesso di affiliazione alle tecniche dello stesso, appare chiaro. Debito che pure esiste nei confronti di Elio Pagliarani, l’indiscusso ideatore del “romanzo in versi” moderno. Scrittore geniale e rivoluzionario, nel suo proposito di superare ogni standard di cooperazione neoavanguardistica, restandovi con un piede dentro e uno fuori, scelta che pare avergli dato ragione.

Così Giorgio Manganelli sul Gruppo 63: «Il Gruppo non ha un Manifesto, non ha una teoria, non ha mica una ortodossia, è un club di persone irritate… No, di persone disoneste, direi, di persone disoneste a vari livelli di coscienza ma disoneste, altrimenti non ci sarebbe alcun motivo di fare un club». Un eretico dissidente sarcastico e scaramantico Manganelli.

Perché negarne l’evidenza e fissarsi con ostinazione intellettuale su esperimenti già collaudati? O meglio, perché chiamarlo traguardo se si è in fila alla frontiera?

Del secondo resta quell’impulso di rottura che diventa “post”. Il postmoderno, croce e delizia di fine Novecento. In questa relazione al convegno: “Il Gruppo 63, quarant’anni dopo” Lello Voce si esprime sull’argomento.

Di svolgimento attuale è stato l’evento “Poesia ’13” occorso a Rieti nel maggio del corrente anno. Luogo in cui si è molto dibattuto sullo stato di salute della poesia, e lo si è fatto con particolare attenzione al significato e ai meccanismi di una poesia di ricerca e sperimentale. Territorio di alleanza implicita con la ricerca del nuovo e di contiguità con il passato più recente.

Si è discusso anche sul concetto di memorabilità dell’opera. Come riuscire a individuare nel testo un frammento, un passaggio, che sia possibile definire memorabile in maniera più oggettiva possibile. Le due soluzioni che interpreto come le più convincenti sono: la Storia e l’ipse dixit. La prima, sedimento e verità del canone. La seconda, voce in capitolo di una figura autorevole, depositaria non solo di un ruolo dogmatico, ma anche custode di un senso.  Senso di un magistero perduto. “L’ha detto lui” nell’oggi è un’attribuzione nonsense, il tributo a un protocollo desueto e non più credibile. Della memorabilità sembra che resti la prospettiva del soggetto, con la possibilità di un suo allargamento all’oggettivo solo nella Storia. E così il circolo si chiude. Memorabile è un entusiasmo decodificato dal tempo.

Che cosa sono il moderno e la modernità? Eccellenze servite su carta moschicida? Che cosa, se non un occhio incerto sprofondato nell’inferno psicologico del presente? La poesia è un’estensione del sacro, appartiene al perturbante e non è per nulla democratica. Sa dislocarsi da un baricentro di tangibilità penetrando la quarta scansione temporale: l’eterno. La poesia non è propriamente un esperimento ma un antro di alambicchi fumanti e pentole sul fuoco. La lingua è la sua cucina. Un’arte combinatoria che cela il suo mistero nella tensione risultante dai sincronismi ottenuti. La sola entità che il Mercato non ha saputo piegare alla sua cognizione normativa.

Ciò che va sempre oltre è la tradizione, perché la tradizione è ciò che sempre resta. Amo la bellezza, che del mistero è il rovescio, perché non dice mai: “Non ho capito”; e amo il mistero perché dice sempre: “Lo so”. La bellezza che non deve sottostare a nessuna sovrastruttura logica, perché nasce e muore nello spazio di una folgorazione. Quando si mostra, è sufficiente uno sguardo per coglierne l’epifania. Il mistero che sa di appartenere al sacro ed è un’intrigante proporzione tra l’ignoto e la fede riposta nel viaggio, alla ricerca della propria eredità.

In questo intervento di Andrea Cortellessa, ripreso sul blog “Le parole e le cose”, in data 22 settembre 2013 e uscito sul numero 32 di alfabeta2,  il critico evidenzia tre aspetti, a sostegno della propria tesi: “Esperienza – resistenza – diffusione”. Lo fa con la perizia che gli è propria e con l’astuzia di chi sa rielaborare una serie di citazioni a dimostrazione del proprio pensiero. In buona sostanza l’ho letta e percepita come operazione di montaggio, intesa nella sua funzione cinematografica. È in fase di montaggio che il cineasta dà forma alla sua creatura, quando si cala in quella che sarà l’ideologia dell’opera. La liaison fotogramma-montaggio sta alla settima arte come la liaison verso–levigatura sta alla poesia.

Un concetto chiave del secondo aspetto si estrapola dal rimando a Paul Valéry: “Confesso che non afferro quasi nulla di un libro che non mi opponga resistenza”. Il richiamo serve, tra le altre cose, a tonificare l’argomentazione che conduce all’indagine di nuovi codici.

Per quanto Valéry sia esemplare e acuto, non si può non sospettare la destrezza con cui Cortellessa si appropria del termine, traslando a proprio beneficio lo spettro di significati cui si presta la parola resistenza. Senza metterne in dubbio la buona fede e l’onestà intellettuale, si evince però dalla sua interpretazione l’idea che la resistenza sia niente più che un attrito, una frizione dialettica tra il testo e il suo cliente. La matrice di fondo del ragionamento verte su dinamiche d’insieme, con l’implicita convinzione che questa sia in grado di compiere il salto da domicilio a residenza, fino a spingersi allo stato di famiglia del nuovo.

Procede, Cortellessa, con la diffusione: il terzo e ultimo aspetto, da cui estraggo quattro virgolettati:

“«La mente diffusa» è un sintagma che prelevo da uno dei testi letti, a Rieti, da Laura Pugno. L’attributo designa bene una delle caratteristiche della poesia di ricerca di questi primi anni del Ventunesimo secolo. Così come si parla di «cinema espanso».”

“Oggi la poesia diffusa è quella che, anziché racchiudersi nei territori di riserva delle proprie dizioni più collaudate e dei propri circuiti più risaputi, si nutra di altri immaginari, altri concetti, altre tradizioni; e, al contempo, estenda i propri confini nei territori dell’immagine, della performance, dell’installazione. Solo la frequente pigrizia intellettuale di chi la poesia la pubblica, la promuove, o semplicemente la legge, vede in questo un indebolirsi dello «specifico poetico». La poesia è forte proprio in quanto inclusiva, più inclusiva che in passato”.

“La mente diffusa, inoltre, ci riporta alla questione del soggetto e dell’esperienza. A Rieti un connotato trasversale, che accomuna autori considerati «post-lirici» e altri «oggettivisti», mi pare sia – superata infine la dicotomia novecentesca fra un io «ridotto», tendenzialmente annullato, e un soggetto restaurato, sino al suo trionfo narcisistico – una soggettività neutra.

“La poesia espansa, o diffusa, del 2013 è una poesia che forse, dopo averli tanto invocati, sta finalmente costruendo ponti: tra l’uno e i molti, tra l’io e il noi, tra poesia e prosa, tra parola e immagine, tra il Novecento e il tempo che gli è sopravvenuto”.

Personalmente, stando a Cortellessa, non vedo in questo un indebolirsi dello «specifico poetico», ma un “diverso” nello specifico poetico. Più che un’evoluzione, un naturale avanzamento dei suoi confini, ne leggo una monodirezionalità avida di commistioni e incontri sotto l’egida del “Noi”, quale test gravido di possibilità e rivolto al superamento dell’io.

È mia convinzione dopotutto che il noi non sia altro che un io espanso, con il miraggio sia pedagogico sia politico di edificarlo a voce di responsabilità, qualora lo si usi con malizia e candore intenzionale. Individualità che può espandersi anche attraverso la proiezione di un io egoico su un noi autoriale; o sic et simpliciter per una sentita e sincera identificazione con i temi trattati. Ciò viene a determinare un’impasse sociale dove le istituzioni sono debolezza e ostacolo, mentre la “poesia diffusa” è la terra promessa di una ricerca neodogmatica, ma senza entusiasmo.

La stessa bella e augurale idea di ponti fa riflettere sul significato simbolico di collegamento tra due sponde, in una qualche misura vicine fino a scorgersi a occhio nudo, e in altra misura divise da un vuoto che reclama il proprio riempimento.

Il saggio non vuole dimostrare un nostalgico attaccamento all’io lirico. Tenta piuttosto di affermare che lo stile è l’organo imprescindibile della lingua. Mira, nel quadro generale di un superamento dell’io, a mantenerlo vivo nella sua radice lirica. Lirismo che agisce nel suo elemento musicale, con il desiderio di scremare dalla composizione la giusta melodia, nulla regalando né al caso, né alla tattica.

Nello sfracellamento coevo di codici, norme, sistemi, valori non più acquisiti, spostando il centro di gravità dalla mera sopravvivenza al testo, salta agli occhi la povertà di stile toccata dopo le ceneri novecentesche e dopo gli albori di un Ventunesimo secolo ben inaugurato dai fatti del G8 di Genova e dall’11 settembre 2001. Una fossa profonda scavata alla cultura, agonizzante per i tagli reiterati e per le umiliazioni subite, rigettata dalla politica con sterili e meschine manovre di bilancio. Un sapere in esilio, costretto al nomadismo e coltivabile ormai solo al di fuori della scuola. Ogni cosa sembra essersi contaminata e corrotta. È quasi luogo comune dire che un individuo pensante è più pericoloso di un’arma.

Lo stile dunque. L’unione stile-musica (musicalità del verso), al di là del buffet e delle marche da bollo, è un evento solenne. Altro elemento non marginale, anagraficamente meglio collocabile nei soggetti nati sul finire degli anni Settanta e dopo, è l’imbarazzante freddezza che fa da cornice al quotidiano. Testi anche pregevoli e degni di non essere trascurati, ad alto tasso di anaffettività. In ciò testimoni mancati del proprio tempo, poiché, se è corretta l’indifferenza percepita in quello stesso tempo di realtà, diventa opportuno il filtro artistico di quella dilagante desolazione. Vale a dire che la necessità di una metamorfosi, la conversione dal gelo al caldo, si pone in essere nel lavorio dell’opera.

È verosimile che si tratti di una fase di assestamento nella storia, assetto migrato con le sue contraddizioni nella scrittura. Se non preoccupare, dovrebbe almeno essere evidenziato perché costituisce una nuova devastante antropologia, soggetta peraltro a incessanti e repentine modifiche: la reductio ad insanitatem del diurno e del notturno, contro il calendario gregoriano.

Mi è inconcepibile la carenza di una protesta, non solo letteraria ma esistenziale, che trasformi, al pari dell’energia, questa miseria di realtà in sete di assoluto, nonostante l’opposizione del contingente. Vedo altresì morboso e controproducente quello che sembra proclamarsi come un vincolo di schiavitù nei confronti del passato letterario; vincolo che attanaglia poeti, scrittori e artisti contemporanei. L’enorme debito che troppi vivono come incolmabile, perché si usa dire, con stato d’animo di rinuncia, che tutto è già stato detto.

Non conosco sciocchezza più ottusa. Le combinazioni del possibile sono così ampie da concedere l’esplorazione di abissi creduti appunto irraggiungibili, in cui avventurarsi con l’equipaggiamento del palombaro. È un dolore con la maschera del sofisma tale piagnisteo che paralizza la conoscenza.  Ha l’aria di un complesso d’inferiorità psicologico piuttosto che di una fatalità imprescindibile.

Ogni grande opera, solo in futuro divenuta opera d’arte o addirittura classico, è germinata da un’eversione irriducibile nei confronti del proprio mondo di appartenenza. Ribellione radicale contro i sistemi prestabiliti e rigidi dell’organizzazione di ogni civiltà. La scrittura complica le cose utilizzando con predilezione l’autore come sua cassa di risonanza. Un racconto è frutto di un’immaginazione che oltrepassa la realtà.

Caravaggio, con le sue luci metafisiche su tela, è stato l’archetipo della fotografia e della settima arte. Faceva dell’iperrealismo nel Seicento. Abilità e genio erano tali da indurre i committenti del clero a chiudere un occhio sul quel suo vizio scandaloso di ritrarre prostitute. Caravaggio: rissaiolo e assassino.

Rimbaud, il prototipo del verso libero, sciolto da secoli di “gabbie”, libertà poi assimilata e inalienabile. Solo un ragazzo. Solo un ragazzo pieno di grazia infelice. Gli hanno sparato e lui si è messo a correre. Lui: “L’uomo dalle suole di vento”. Fuggiva lontano nel periplo della propria odissea. Rimbaud: l’Ulisse abissino; il condottiero di fucili morti. Che sia stato mercante di schiavi è una menzogna quanto i diciannove anni del suo addio letterario. Arthur Rimbaud: mago e assassino.

La generazione P è figlia legittima dell’immagine fascinosa e violenta che il cinema ha in essa prodotto. Immagine ipnotica e manipolatoria, puntuale nel tentativo reiterato da Hollywood di sostituirsi al mito greco. La cultura dell’immagine ha allevato la sua prole a corn flakes e voyeurismi, nel falso mito di un regno dello spettacolo.

«Il mito raduna sciami d’immagini, o meglio li tesse, donando loro trama e ordito. E le immagini, lungi dall’essere inequivocabili come la parola solidificata in legge, racchiudono una pluralità di senso dai confini incerti. (…) Dunque una costellazione d’immagini, qual è il mito, cela una ricchezza semantica che la parola non schiude mai completamente, e nemmeno può arginare».[3]

È una generazione che ha fatto i conti con il superfluo, anteponendo la necessità all’etica, senza riconoscerne il divario. È allora nella singolarità che interviene il poeta. Persona non tanto dissimile dal politico, nella sua scarsa propensione alla collettività. Ogni gruppo ha nei membri che lo costituiscono un alto tasso di idealismo. Lo stesso che ne fa da collante prima, decreta lo scioglimento poi. Matrimonio e divorzio. C’est comme ça !

Molto dinamico, soprattutto in Emilia-Romagna è Matteo Fantuzzi. Da poeta ha un testo al suo attivo: “Kobarid”, in cui ci mostra la sua “Caporetto generazionale”, libro che ho già avuto modo di criticare tempo addietro. Critica che deve aver generato più di un equivoco.

Quello che secondo me ne rappresenta la disfatta, è il suo fallimento d’intenti nella resa artistica dell’opera. Si è rivelato fragile trasformare la realtà con un linguaggio di realtà.

Forma e contenuto ne sono stati impoveriti. Non si percepiscono la rabbia e la ribellione. Non è un libro dalla “giusta cattiveria”, scivola in un dettato debolmente comunicativo. Nessun urlo. Nessuna guerra.

Lo stile, con l’idea sottostante di apparire attraverso la massima adesione alla realtà, incespica spesso in descrizioni – certo sul disagio civile e sociale, sul malessere dei giovani – che invece di suscitare un coinvolgimento nel lettore, lo allontanano dalle sensazioni più viscerali. Appiattiscono la tensione emotiva, là dove l’intento era sicuramente quello di creare un feed-back positivo.

Si dice sia un libro che ha venduto ben oltre le mille copie. Merito questo che non può essere negato a Fantuzzi, il quale, con tutta evidenza, si è dato parecchio da fare per promuoverne la diffusione e la vendita. Distinzione doverosa, in cui però discernere tra fortuna dell’autore e fortuna dell’opera. Resta un miraggio letterario il connubio arte-vita. La vita vive, l’arte si sente postuma.

In questo intervento sulla polemica Carabba-Ostuni, Fantuzzi conclude così il suo punto di vista: “Probabilmente oggi come non mai nel (possibile) laboratorio della città di Bologna si ha la consapevolezza che le questioni vanno affrontate e non svicolate o posticipate, e che il fare poesia altrettanto non significhi più “gridare nel deserto”: a queste conclusioni stanno arrivando in maniera coesa non solo a Bologna ma in generale le ultimissime generazioni, le altre probabilmente altrove continueranno ancora a dare risposte simili a quelle che si davano 50 anni fa, ma anche in questo senso il tempo sa essere galantuomo, l’importante ancora una volta ribadisco è sapere sfruttare le occasioni e non pensare che per forza ad ascoltarti anche da un palco prestigioso siano per forza i soliti mille sfigati che animano il mondo della poesia italiana contemporanea”.

La contrapposizione tra pars construens e pars destruens è un po’ tirata per i capelli. Com’è solito fare, l’autore distingue nettamente tra “le ultimissime generazioni” (con riferimento implicito ai poeti presenti nell’antologia da lui curata: “La generazione entrante”), battezziamoli postottanta, e le altre “vecchie di cinquant’anni”. Non fa nomi, né mostra un campo di residenza o d’intervento, se non nella sua ferma convinzione che “il tempo sa essere galantuomo”, frase peraltro del tutto condivisibile, così è sempre andata; e se non nel suo augurio propositivo che “per doppia forza non siano i soliti mille sfigati che animano il mondo della poesia italiana contemporanea” ad ascoltarti. Un lieve peccato d’ingordigia, perché mille sarebbe già un trionfo da poetry-star.

Nel merito entra anche Sonia Caporossi (qui). Personalmente ho ritenuto, fin da subito, insufficienti le magre argomentazioni, e di Carabba, e di Ostuni. Allo stesso tempo, immagino che non potessero né volessero essere argomentazioni sufficienti, sia per lo spazio limitato del dibattito, sia per la reazione piccata di Ostuni, che, così facendo, ha un po’ calcato la sua risposta. A tal proposito, nell’ambiente ideale della carta stampata, della televisione, dei social network, ci si concentra, fino alla più viscerale ostinazione, su ragioni periferiche al textus. C’è chi sostiene che sia solo pubblicità. Chi pensa a una posa effimera da intellettuali. Chi si affida alla propria ignoranza. Chi paventa effetti controproducenti per la poesia. Chi parla di calcolo, chi di puro apparire, ecc. ecc.

Caporossi analizza con uno dei suoi interventi soliti, cioè documentati e ad ampio raggio, condivisibili o meno nei contenuti, la disputa tra i due; o meglio li prende a pretesto per mettere in moto la propria affilata macchina critica. Segue anche una pantagruelica serie di commenti. Ho trovato di particolare interesse il riferimento “a due mo(n)di opposti di concepire la poesia”. L’unica grave lacuna che vedo tra i due mo(n)di, è la scarsa capacità di comunicazione.

Glossando il titolo carabbiano: “Meno Sanguineti più Szymborska – Liberiamo la poesia”, lo si potrebbe denominare, in attinenza alla mia idea di una generazione P (dove la P non sta solo per poeta e persona): “Meno poesia, più marketing Liberiamo la poesia da sé stessa!”. Non per sminuire la posizione di Carabba ma per avvalorare, nella sua luttuosa realtà, l’intero apparato di indagine esistenziale del mio saggio.

Saggio lirico che, durante la sua costruzione, ha mano a mano imboccato una sua via esplicativa confinante, fino a intersecarsene, con il malessere di una fascia che ho assunto a modello di età, partendo dalla sua condizione esistenziale e in parte identitaria, per toccare poi il contesto poetico-letterario.

Effervescenza poetica ce n’è da ubriacarsi, nell’età del ferro di questa Italia. Forse il grido inghiottito di una generazione rimpinzata di apparenze ma digiuna di una vera guerra tutta per sé.

La generazione senza guerra. La generazione senza faccia. La generazione imbecille, nel proprio significato etimologico di in băcŭlum: senza bastone, senza guida. Alla deriva. La generazione disturbata. La (de)generazione. La mia generazione fottuta dai padri: quelli che volevano cambiare il mondo. Succede che a grandi ideali seguano grandi delusioni.

1960-1990: “La poesia dei trent’anni”, un baluginante file per gran parte ancora criptato.

È giusto che a concludere ciò che il sottoscritto si augura sia stato un tentativo riuscito di inquadramento generazionale – secondo crisi, percezioni, sentimenti, identità e anche umori – dei poeti racchiusi nel breve spazio temporale compreso tra gli anni Sessanta e la fine degli Ottanta, sia la frivola distrazione di un oroscopo.

↓ ***** ↓

Oroscopo generazionale

Ariete: quando carica diventa un toro.
Toro: quando carica diventa uno spiedino.
Gemelli: sono in due, un po’ per uno.
Cancro: non è una malattia, ma un segno lo è di sicuro.
Leone: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”.
Vergine: non lo sarà per sempre.
Bilancia: soppesa ogni cosa, distinguendola in pesante o leggera.
Scorpione: è un piatto che va servito freddo.
Sagittario: attenzione al suo dardo infuocato.
Capricorno: ha due alternative: o caprone, o liocorno.
Acquario: può non tollerare i pesci rossi.
Pesci: sono in due a cercare un acquario per uno.

 

Raffaele Ferrario [Segno zodiacale: Biancaneve. Ascendente: spiedino]


[1] Per alchemica si legga: “di ricerca”, non intesa in forma di sinonimo. Alchemica, ben oltre l’aggettivo che la qualifica come attributo. ‘Parola-Stato’ in sé, oltre avanguardie, sperimentazioni, modernismi e postmodernismi.

[2] Fusione tra le parole quotidiano ed esistenziale, per contrazione fortuita di esistenziale.

[3] J.P. Sartre, Immagine e coscienza, Einaudi, Torino, 1960


Raffaele Ferrario è nato a Cesena nel 1971. Si è laureato in psicologia clinica con una tesi sullo scrittore russo Fëdor Dostoevskij, dal titolo Il testo letterario come verità psicologica. Ha condotto con Davide Argnani una rassegna mensile di poesia, dal titolo Momenti Letterari, presso la libreria Mondadori di Cesena, esperienza da cui è nato il libro Renato Turci poesie e testimonianze, Foschi editore, 2009. Ha pubblicato Manicomio, poesia, edizioni del Leone, 2010; Crepuscolo degli affetti, poesia, L’arcolaio, 2011; 2012 Storia di un sopravvissuto, romanzo, Il Violino edizioni, 2012.

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11 Comments

  • Ciao Raffaele,

    Non ho piu’ copie cartacee delle api ma posso mandarti il pdf.
    Se ti interessa, scrivimi a raos.andrea[at]gmail.com

    Grazie,

    AR

      • Prima e a monte di professarsi apostoli del credibile o dell’incredibile, credo che l’obiezione di Sinicco sia fondata, ma non in tutto e per tutto decisiva. La ritengo fondata, e molto, perchè altrimenti non crederei nelle iniziative che sostengo personalmente come “In Realtà, La Poesia”, dove si stabilisce chiaramente il primato dell’analisi testuale. Tuttavia, ci sono qui molti elementi (e l’analisi testuale avrebbe reso questo pezzo lunghissimo, non veicolabile in una volta sola, su qualsiasi sito) che, aldilà delle critiche puntuali, possono essere discussi e che Ferrario espone con lucidità e onestà intellettuale, cercando giustamente un dibattito possibilmente non polemico (e questo si auspica sempre…). Poi l’approfondimento critico è il test sine qua non di molte altre affermazioni che certamente si trovano qui, in mancanza (ma spesso a ragion veduta, a differenza di molti altri pezzi impressionistici che pullulano nella rete!) di analisi compiute.

        • Intendevo (Lorenzo e Raffaele) che per essere almeno un po’ credibili basterebbe fare degli esempi. Quando rilevavo qualche anno fa la compresenza di processi di accumulazioni delle informazioni (internet, media, etc) e la sempre più forte presenza di formatività tendenzialmente votate all’accumulazione nei testi, mi domandavo se le due cose avessero una relazione, se i poeti ne fossero consci, anche perché la critica nasce anche per rilevare una certa consapevolezza del fare, in risposta a diversi stimoli ambientali (società, ambiente letterario etc). Ovviamente la domanda, se volete, era retorica, dal mio punto di vista, ma non certamente dal punto di vista del lettore a cui spetterebbe l’ultima riflessione, ottenute le indicazioni dalla critica. E più decisamente, visto che si parla di rilevazioni antropologiche, sociologiche, farei esempi, indicando i libri come per la Riviello per intenderci; e ancora più decisamente ogni tanto potrebbero sorgere delle interrogazioni in più, anche perché si fanno tante affermazioni (e alcune di portata epocale), e sempre ci sono pochi esempi… questo è davvero incredibile:-) Dove sono finiti i libri?

          • Di esempi ne ho fatti: casi, campioni, prototipi, corrispondenze, contatti, idiosincrasie. Una più ampia sfera di intervento avrebbe richiesto un lavoro decisamente diverso dal mio, concentrato sul testo e magari accompagnato da una capillare esegesi del medesimo. Questo esulava a posteriori dal mio intento di sistemazione
            cronologica e di approccio esistenziale. A posteriori, perché, mentre il brano prendeva forma, più volte mi sono trovato a fare i conti con l’idea di un eventuale inserimento di testi che potesse arricchirne la portata. Idea poi
            abbandonata per scelta poiché – ribadisco – avrebbe comportato un lavoro altro dal mio intento originario e incompatibile con il taglio assunto dallo scritto.
            Che ciò rappresenti un limite è vero, ma un limite ancora più grande l’ho subito visto nell’insufficienza di portare alla luce qualche esempio a mo’ di corollario. Cioè a dire, o si tratta l’analisi in maniera seria e approfondita, e in questo caso la mole di dati e ragguagli si sarebbe dilatata
            all’inverosimile; o non se ne fa nulla sacrificando una possibile appendice a favore del corpo. Con generazione P, il mio proposito non è poi così ambizioso, né pretende di esaurire un discorso agli albori. Ho cercato di inquadrare questa strana e repentina epoca “moderna” nel suo privilegiato ambito relazionale con la poesia. Ho indicato “Neon 80” di Lidia Riviello.

            Eccone due estratti come esempio:

            “Fatti fummo per essere al neon assuefatti
            occhio per occhio, digitale celeste, anno del Dragone
            fatti fummo per essere consumati.
            Eravamo i cigni del decennio Ottanta e fatti fummo di fumo
            per vivere di pillole e gas.
            Quando demi moore nasceva
            il Neon già arricchiva i potenti della terra e come le
            mele stavamo e come i fumetti sottosopra
            e le bestie splendevano placide,
            nessuno superava il limite di velocità né su
            autostrada né in guerra.
            Cronenberg ci salvò dalla potatura dell’inconscio

            Anno Ottanta tutt’intero senza forma e ci ritrovammo
            a bere coca cola, l’elettronica scosse l’anima
            il canto stonò e i metalmeccanici si estinsero come
            antilopi

            Società perfetta, di tutti, dei morti soprattutto, dei
            morti con nessuno in casa col riciclo delle grandi
            banconote, banche rotte oltre il mare
            società perfetta restituisce ai suoi, tornati al naturale,
            i debiti di un consumo artificiale, strafatto ed immortale”

            Quando il neon si spense

            “Quando il neon si spense
            ci ritirammo al buio in azione nera
            senza acqua minerale senza sale e senza fare
            convinti che dalla città di fronte
            ci avrebbero restituito il sole.
            E soffiammo due tre progetti d’alba adriatica
            quando il volume delle impronte ridusse le nostre tracce
            a sentieri d’IKEA, allora al controllo sociale anteponemmo
            questa strana forma di iniziale, questo ricominciare”

            Così scrive Lidia Riviello a proposito di Neon 80:

            Neon ottanta, materiali sparsi, volutamente accennati e provvisori: accennati e provvisori come sono stati gli anni ottanta, nei quali, io bambina e adolescente mi iniziavo
            come potevo e soprattutto mi “cominciavo” a scrivere. Il neon era la non-illuminazione che rendeva le nostre città, uffici, i centri commerciali, gli ingressi dei palazzi dei non luoghi, scenografie ripetitive di uno scenario un tempo spento, ora acceso dalle nuove tecniche di illuminazione. Un piatto e lineare “luogo standard” dentro il quale prendevano vita eccentrica i feticci delle nostre società di consumo. Se ci sono stati dei non luoghi ci sarà stata una luce radicalmente “autonoma e immortale” a isolare tempo e spazio. Con questo “gas nobile, inerte, quasi incolore, “ si
            spegneva il sole.

            Il lettore valuti da sé: stile, forma e contenuti di questi due passaggi riassuntivi del libro, rispetto al quale non ho mai fatto mistero della mia favorevole impressione.

          • Caro Raffaele, va bene, non parliamo di libri. Non è quello il tuo intento. Ci sono alcune affermazioni che secondo me meriterebbero delle specificazioni allora. Se questo scritto vuole essere una disamina dell’andamento tra critica e socialità dell’ambiente poetico per astrarre un discorso, ci possono stare le tue descrizioni, ma ciò che non è chiara è la tua estetica di riferimento, e a che critica porta. Trovo spesso leggendo pagine di critica il prendere come paradigmatica altra critica (uno dei problemi per cui pare sia tutto già scritto): mi rendo conto della fotografia che fai di alcune scene, e ci vedo alcuni problemi… cerco di mettermi un po’ d’accordo con te su alcune nozioni, altrimenti rischiamo di non capirci: quando parlo di libri, parlo di opere, anzi forse preferirei parlare solo di opere di poesia, tra cui anche i libri e le diverse possibilità che hanno testi, strutture metriche, ritmiche, altri supporti, retorica, di essere efficaci (per qualcuno?). Ad esempio ad un certo punto citi lo slam, che – per essere asettici – non è altro che un format di socialità che ha l’ambiente per funzionare, e non è l’unico della serie, vedi i circoletti a cui assistiamo divertiti… Il problema (dello slam, come di altre forme di socilità) è capire se emergono delle opere: prendiamo i casi di Sandron e Petrosino che hanno vinto negli ultimi due anni tutti gli slam italiani: secondo la tua ricostruzione il testo qui passerebbe in secondo piano, tuttavia mi risulta che Petrosino usa spesso e volentieri endecasillabi, anche ad orecchio, e non meno della Riviello indica ciò che accade all’umanità, alla politica; e la stessa “crisi” la si ritrova nei personaggi, quelli che vanno al bar a bere bianchetti prima di pranzo, nelle descrizioni di Sandron, che non si limita poi solo alle descrizioni quando parla della catena di montaggio rimaneggiando la sua esperienza nelle fabbriche – che sia un rimando a Franzin, essendo veneto? Se penso al fenomeno dello spoken per l’Italia, con grande senso obiettivo, mi fanno un po’ ridere certe querelle, ma mi fanno anche pensare queste tue note a proposito del testo, che verrebbe prima della voce; e se fossero coincidenti (perlomeno in chi fa poesia con molti strumenti a disposizione)? Di fronte a che opera ci troveremmo? Questo per segnalarti un interrogativo sulla tua disamina, dato che a mio giudizio nelle opere che possiedono molteplici possibilità interpretative, la questione della performance si risolve, appunto, nella formatività – sia come scrittura, che è comunque un registratore di fatti e modalità, sia come memoria nei tempi passati e in altri fatti da scoprire grazie ad altri tipi di supporti nel presente e nel futuro. Ora, sgombrando un po’ il campo da molte pasticciate considerazioni da zero anni, poco convincenti, il problema concreto è il lavoro su un campo che appare smisurato, se si considera che solo per il dialetto – vedi l’osservatorio che abbiamo istituito assieme ad altri responsabili della rivista Argo, prendendo come punto di partenza le indagini di Brevini sul meridiano del 1999 – abbiamo pescato più di 100 poeti nati dal 30 in poi, per il 95% viventi, per più del 70% di ottima qualità, e di caratteri stilistici diversi, non certo fermi alle querelle tra ostentate mimesi, lirismi e antilirismi e paradigmatiche dialettiche, che rimandano tra l’altro a idealismi che mi fanno abbastanza sorridere. Estendendo questo trend all’italiano, che è di gran lunga maggioritario, in un paese di 60 milioni di abitanti, tu come pensi si possano più accettare certe disamine, dei critici, in mancanza di un quadro, anche geocritico, serio? In pratica, come possiamo parlare di tendenze, se siamo solo in presenza di buffe esternazioni di piccoli gruppi di critici, che invece di parlare di ricerca dovrebbero far ricerca? Come pensi che possiamo credere di vedere delle tendenze in mancanza di un lavoro simile? Nonché, dal punto di vista della cronologia, è così importante fissare date? Che ne so, Bordini non potrebbe giungere a riflettere sul mondo, come la Turroni, magari arrivando a punti di vista comuni da ambiti differenti, e con esperienze anagrafiche diverse, solo per il fatto di vivere il tempo presente, nonché di assorbire quello passato e di vedere, speriamo, nel futuro? Solo interrogativi Raffaele…

          • Caro Christian,
            “ma ciò che non è chiara è la tua estetica di riferimento, e a che critica porta”. Nel saggio faccio i nomi di Rimbaud, Baudelaire e Oscar Wilde. Intendendo per estetica la percezione attraverso i sensi, Rimbaud è il poeta che più di
            tutti mi ha colpito, con il suo stupefacente uso della sinestesia e con la sua oracolare idea di veggenza applicata alla lingua. Baudelaire per il luciferino coraggio
            di mescolare alto e basso con impeccabile compostezza, e Oscar Wilde per l’eleganza formale e per lo stile. In quest’ottica, le mie riserve su quella che ho trattato come una massiccia polarizzazione tra linea lombarda e linea
            sperimentale o di ricerca.
            “Quando parlo di libri, parlo di opere, anzi forse preferirei parlare solo di opere di poesia, tra cui anche i libri e le diverse possibilità che hanno testi, strutture metriche, ritmiche, altri supporti, retorica, di essere efficaci (per
            qualcuno?)”. Su questo passaggio concordo perfettamente, nonostante il taglio del mio saggio si concentri con prevalenza sul rapporto “male di vivere – tedio di scrivere”, che non trovo contradditorio rispetto all’analisi testuale ma fedele al tentativo di ricostruzione del presente. In ciò, il mio sforzo più temerario è stata la volontà di trarne un punto di contatto, che fosse il più
            comune possibile, anche perché quando penso ad una civiltà agli sgoccioli, la mia poesia non può far altro che “cantarne” la decadenza, senza essere decadente.
            Se il testo passasse in secondo piano, si tratterebbe di mera attorialità, o di teatro della crudeltà. I riferimenti alla performance e allo slam, che faccio nel saggio, pongono in essere la discriminante testo-azione. Non sono contrario né
            ostile a questo modo di intendere la poesia come “intervento diretto e per alcuni sociale”. Traccio semplicemente una linea di demarcazione tra il textus
            nel proprio dominio elettivo: il libro-residenza, e l’intero apparato di incisività pubblica che la performance e lo slam traducono in gesto, azione e voce. L’efficacia del risultato non è sempre foriera della forza del testo. Questa la
            discriminante che vedo. Il mio favore va al testo, che sul foglio a volte tiene, altre no, indipendentemente dalla capacità del singolo di dare a esso corpo e voce. Il rapporto testo-voce, a mio modo di vedere, non può essere
            coincidente, perché ne sorgerebbe uno strano cortocircuito tendente al teatro. Qui porto l’esempio di Mariangela Gualtieri, che sembra “vociare il verso” e concepirlo come voce che si posa su carta. Nei suoi libri, spesso se ne
            percepiscono le forzature in passaggi non più di poesia ma di oralità scritta. Poesie non certo brutte le sue ma giocate sull’enfasi di martellanti epifore e anafore, attraverso una costruzione che privilegia dilatazione e ripetizione tout court.
            “In pratica, come possiamo parlare di tendenze, se siamo solo in presenza di buffe esternazioni di piccoli gruppi di critici, che invece di parlare di ricerca dovrebbero far ricerca? Come pensi che possiamo credere di vedere delle
            tendenze in mancanza di un lavoro simile? Nonché, dal punto di vista della cronologia, è così importante fissare date? Che ne so, Bordini non potrebbe giungere a riflettere sul mondo, come la Turroni, magari arrivando a punti di
            vista comuni da ambiti differenti, e con esperienze anagrafiche diverse, solo per il fatto di vivere il tempo presente, nonché di assorbire quello passato e
            di vedere, speriamo, nel futuro?”.
            Come possiamo parlare di critica, quando un canone
            non esiste più e soprattutto non esistono più i critici che di questo dovrebbero occuparsi. Qualche tendenza esiste, vedi la parte che ho dedicato a moda e mode, ma la poesia non fa certo tendenza, e questo resta un privilegio
            ontologico, non una sconfitta dell’individuo. Lo scarto temporale che ho scelto per il saggio, 1960-1990, è in fondo sia provocatorio sia simbolico: getta un ponte tra le sue estremità ed è emblematico di un apice del pessimo inaugurato con gli anni Ottanta e in questo presente giunto al capolinea.

          • la coincidenza dei regni, nel mare calmo con occhi umani… non dubito, Raffaele, che, rimbaudianamente parlando, non si possa trovare il bello, però forse non è tanto la coincidenza tra oralità e scrittura che fa male alla poesia… a me pare piuttosto l’ipertrofia nell’utilizzo di uno strumento (ritmico, retorico, metrico, …) quando spesso e volentieri quel poeta in questione conosce o sperimenta solo una modalità… dal mio punto di vista la poesia trascende lo strumento, le conseguenze le puoi captare. Quindi secondo te, esistono le tendenze che si palesano dal punto della socialità, mentre tuuto il resto non è “estraibile”?

          • Assolutamente no. Si può estrarre e astrarre in qualunque forma e con qualsiasi strumento il fare offra al soggetto. Secondo me, la massima tendenza all’oggettivo continuerà a trovare la propria verità nel textus. Pur non avendo impostato il mio saggio su un’accurata analisi del testo, ne ho scritto ritenendolo il culmine di ogni esperienza. Ciò che a mio parere nuoce alla poesia è riprodurne in chiave “anaffettiva” e “cosificata” una realtà che palesa l’illusione di restare fuori dalla crisi e che mira a imporsi secondo un (neo)canone accademico, camuffato da piagnisteo antiaccademico.

          • Raffaele, queste ultime righe sarebbero dovute essere le prime. Comunque la critica (invece di camuffarsi il quel di sopra) dovrebbe tornare a fare la critica per le persone, ma mi rendo conto che la fase com’è impone una serie di saggi simili.

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