Poesia Condivisa n.12: “Bosco del tempo”, Giancarlo Pontiggia

 

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Sezione Seconda sosta

Perché proprio a noi
questo impervio destino:
cieli che spiovono,
rime che franano
sopra un fangoso mattino?

Per me che sognavo
una parola sola
(una ferma corazza, una beata viola)
solo polvere e frammenti, disanellati
ori.

Non è per voi questo tempo
o troppo quieti, o mesti
nomi: al gelo che si annuncia
scricchiano anche le foglie,

ghiacciano i cuori.

*

 

Sezione Nell’ombroso dove

Ma alla fine, Musa, di’
quel che ti pare:
purché tu sia qui,
purché rimani.

*

Sezione Cicladi

Tra queste isole, pensavo,
perirà infine
l’elegiaco imperfetto.
Tutto è caldo, sublime, esatto: una colata
di presente immane,

intatto. Vero era il proposito; giusto
il suo concetto: ma solo chi torna
scrive; già a Pireo credevo
al molle passato. Non servivano i versi
tra quei mari; erano loro, i mari
liquidi e fulgenti, la stupefatta

poesia del presente.

da  Bosco del tempo, Giancarlo Pontiggia, Guanda, 2005

Giancarlo Pontiggia è un poeta dello struggimento lieve; ripassa le crepe condivise dagli animi con garbo. In questi versi è evidente la sofferenza per il cambio di passo dei giorni nostri: subisce i riflessi frammentati, i valori disanellati su cui la collettività incomincia a farsi forza, la varietà e la diversità delle voci. L’appiattimento della tradizione in rapporto al presente ha privato di autorevolezza il passato, ma ci ha liberati dall’autorità delle catene ideologiche che per troppo tempo ci hanno costretti a testa china. Contro le previsioni di gelo, l’identità frammentata è feconda: l’“io” ascolta le circostanze, invece di essere monolitico e attraversarle tutte senza determinarsi mai. La poesia attuale è “forma aperta” al cambiamento, non più lirica, ma necessariamente sociale e al poeta perciò irriconoscibile.

Lirica che comunque non regge a confronto con la natura, col vissuto in cui abbiamo immerso il corpo. L’esattezza sta davanti ai nostri occhi costantemente e non possiamo dominarla. Il poeta che ha detto in pubblico di recente «la poesia nasce da un errore», ha dimostrato per mezzo di essa il suo contrario, cristallizzandola nella ricerca della perfezione. La bellezza quindi compensa l’errore nel ricordo, indorandolo al presente, consentendoci di tollerarlo. Dunque la Musa Calliope resti al nostro fianco, qualsiasi cosa abbia da dire, purché proferisca parola come lei sola può.

 

Dichiaro di voler acquistare eventuali successive raccolte pubblicate dall’autore per seguirne la futura scrittura, riferendone in questa rubrica.

Matteo Bianchi,  Ferrara

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32 Comments

  • Su permesso dell’autore, copio qui la sua mail giuntami ieri in privato.
    A.F.

    20 settembre 2012 21:26
    Gentile Annamaria,
    non frequento blog né siti, e non per spocchia, ma semplicemente perché non l’ho mai fatto, non saprei nemmeno come fare, e fino ad ora non ho mai sentito l’esigenza di farlo. Ho sempre creduto che i poeti parlino con le loro poesie, oppure – posto che ne sentano l’esigenza – con interventi critici, interviste, saggi in cui si dia la possibilità di un discorso strutturato. Proprio in questi giorni ho licenziato un libro che uscirà a novembre, e si intitola Lo stadio di Nemea, in cui ho raccolto undici saggi sulla poesia, anche sulla mia poesia: chi volesse comprendere i miei versi, lì troverà anche troppo, nel bene come nel male. Voglio solo aggiungere una piccola riflessione: la poesia non si giudica sulla base della sua supposta modernità, tanto meno della sua originalità, semmai della qualità (di lingua, pensiero, forza immaginativa) che sa esprimere. Chi non è d’accordo, farebbe bene a riflettere sul nostro passato poetico: Leopardi fu ridicoleggiato dai romantici milanesi perché antiquato e classicistico; del nostro primo Novecento leggiamo Montale e Saba, non Marinetti e la sua corte ipermodernista; così come, del secondo Novecento, i nostri posteri leggeranno Caproni e Bertolucci, non certo Giuliani e Sanguineti. Non sono teorie, sono fatti. Per Luciana: la poesia Tra queste isole, pensavo è l’ultima di una sezione intitolata Cicladi, e vuole semplicemente esprimere ciò che io ho provato – fisicamente, sensibilmente provato – ogni volta che mi sono avventurato tra quei mari, dotati di una forza numinosa straordinaria, tanto da apparirmi come una materia di luce purissima. Non c’è bisogno, quando sei lì, di volgerti indietro al passato, di ricorrere all’imperfetto (il verbo dell’elegia, di ciò che non è più): quei mari sono davvero l’immagine di un fulgore inaudito, che non chiede più versi, perché lo sono già loro. Se Luciana avesse voglia di leggere tutte e sette quelle poesie, credo capirebbe senza troppi sforzi. Se mi è permesso aggiungere un’ultima annotazione: la rivista «Atelier» mi ha recentemente dedicato un numero intero della rivista (64, dicembre 2011), raccogliendo una ventina di saggi sulla mia poesia apparsi in questi anni: molti di questi fanno proprio riferimento alla sezione greca di Bosco del tempo: forse potrebbero essere utili, chissà, per chi avesse voglia di avventurarsi tra quei mari di poesia. Non presumo niente di me stesso, e chi mi conosce sa quanto io abbia fatto di tutto, nel corso della mia vita, per viver nascosto, non certo per autopromuovere il mio lavoro letterario, ma la poesia richiede dedizione, passione, studio. Per questo non ho paura di confessare – contro le derive irrazionalistiche della nostra epoca (che predilige il dato emotivo su quello riflessivo) – di amare più l’attitudine classica alla parola meditata che l’impetuoso slancio romantico, quando l’impeto non sia sostenuto da una ferrea disciplina, da una profonda tensione etica (che implica anche la misura, e la responsabilità, del giudizio). Ringrazio comunque lei, Anna Maria, e tutti coloro che si impegnano a far conoscere la poesia contemporanea.
    G.P.

  • Concordo con l’amico Giorgio Linguaglossa sulla felice interazione, quando possibile, tra autore e lettore. La gran parte dei poeti (e anch’io tra questi) è disponibile a rispondere a dubbi-domande, ed è un evento, questo, fortemente e per fortuna dilatatosi oggi nella nostra era virtuale, con il brulicare di infiniti siti e blog letterari. E’ per questo che la nostra redazione invita i poeti presentati a vigilare sul post che li riguarda. Ma per l”obbligo di presenza”perchè non chiedersi, semplicemente, se l’autore non possa nutrire avversione, anche a volte solo per motivi anagrafici o difficoltà visive, o sia impegnato in convegni etc, o se non possa, ammesso che lo voglia, farsi aiutare e dettare alcunchè a qualcuno….Immaginiamo cosa succederebbe se quattro o cinque siti, in un mondo globalizzato come il nostro, magari anche in lingua inglese, avviassero contemporaneamente un dibattito critico sull’opera di un poeta?pretenderemmo forse, perchè siamo in democrazia parlamentare(sic) che il poeta fosse pronto a dirimere ogni dubbio, ogni dettaglio, assumendo magari anche un traduttore? Ma lasciando da parte questa forse paradossale evenienza, pur verificabile in un prossimo futuro, penso che il problema della spiegazione da parte dell’autore dei propri meccanismi creativi, della volontà di dire che cosa e in quale linguaggio, sia una questione oltremodo sottile, abbastanza slegata dalla consapevolezza dell’autore, e non è qui il caso di scomodare gli studi di psicanalisi applicata alla creatività poetica per affermare che anche l’interpretazione dell’autore è una delle tante possibili…
    Inoltre dico a Giorgio che di sicuro non lo sa, che qui non è il poeta che chiede di essere presentato, lui non è al corrente che qualche lettore entusiasta voglia presentare dei suoi testi, lo sa solo a posteriori e dunque sinceramente non può sentirsi obbligato ad alcunchè.
    Credo di aver chiarito e lascerei spazio ai lettori che vogliano dire se, incuriositi dalla presentazione e dai testi, intendano leggere l’intera raccolta e magari dopo, continuare a parlarne qui..
    Grazie a tutti per il passaggio e lo scambio,
    A.F.

  • Ritengo che la questione posta da Luciana Sanguigni sia fondata.
    Se cioè un lettore chiede «lumi» ad un autore su una o più sue poesie, o se un lettore chiede delucidazioni a un critico su una o più sue frasi critiche, io ritengo, anzi ne sono convinto, che l’AUTORE o il CRITICO debbano sempre rispondere ai quesiti posti, e questo principio di correttezza dialettico dialogico, si inscrive in quell’altro principio più ampio di glasnost (trasparenza) in vigore nelle nostre democrazie parlamentari (cioè fondate sulla parola e sul confronto delle tesi).
    In osservanza del principio su esposto io personalmente mi sono sempre sentito in obbligo di fornire ai lettori che me le abbiano richieste tutte le spiegazioni e delucidazioni che ho ritenuto necessarie e sufficienti a dirimere i dubbi e le interpretazioni.
    Ritengo infine che tale principio deontologico debba presiedere quale regolo universale a tutte le controversie dialettico dialogiche che possano occorrere anche in ambito letterario.
    Insomma, la cittadella della letteratura non è un vaso incomunicante dalla città della comunicazione universale, rientra nelle regole della democrazia parlamentare, credo.

    • Caro Giorgio,
      il tuo discorso non fa una piega – tranne una, piccolissima, quando interpreti le risposte del poeta o del critico come un obbligo. Uno può anche scrivere esponendo il proprio punto di vista (soprattutto se si tratta di poesia, che sta al lettore interpretare). Poi che gli altri dicano ciò che vogliono; una risposta può essere anche un’altra raccolta di poesie o un altro intervento critico. È vero che la natura del web si suppone sociale; è anche vero però che non è possibile intavolare una discussione come se fossimo in un bar o in un contesto faccia a faccia: una discussione tra 20 persone su un sito a cosa può condurre? sono sempre stato scettico rispetto ai commenti in un sito. infatti non commento quasi mai.
      Detto ciò, mi sembra che Luciana abbia (ri)proposto una questione (già accennata altrove in questo sito) ottenendo più di una risposta. Almeno io la mia l’ho data, nonostante Luciana prende atto che la sua richiesta non ha ottenuto risposta – ma forse voleva dire: la risposta che lei voleva. Sono d’accordo sul principio deotologico a presiedere tutte le controversie dialettico dialogiche, e infatti mi sembra che questo sito non possa considerarsi propriamente una cittadella della letteratura. È pur vero però che la deontologia riguarda non solo chi risponde, ma anche chi domanda. E se chi domanda parte con un presupposto pregiudizievole rispetto all’oggetto della discussione, ciò che si intuisce è che più che chiedere per sapere, chiede per affermare.
      Dunque ben vengano le domande, però l’idea è quella di evitare discussioni estenuanti dove vince sempre chi gioca sullo sfinimento ripetendo a più riprese la medesima domanda senza apparentemente voler capire. Infatti, se è vero che questo sito cerca sempre di accogliere e rispettare le opinioni di tutti che altrove sarebbero interpretate come eresie, è anche vero che non vuole per questo diventare un posto dove possono venire a parlare senza criterio* tutti quelli che altrove non ottengono risposta.

      Luigi B.

      *ovviamente la questione posta da Luciana un criterio lo ha; il suo atteggiamento – chiedere per sapere o per affermare? – a mio avviso, un po’ meno. La questione è stata posta, più di una volta e in più di un post in questo sito. Risposte sono arrivate, forse non tanto esaustive come si aspettava chi le ha ricevute, ma almeno con più grazia di chi ha posto la questione. Chi mi sembra non abbia argomentato a sufficienza è proprio chi ha tirato il sasso nello stagno, forse solo per contare i cerchi.

  • Ringrazio Annalisa Macchia per il suo intervento, così sereno e chiaro. Parole che mettono in luce il nodo di una ricerca di senso, che si avverte aver attraversato le mai esaurite domande dei poeti, sia classici greci e latini, sia i più recenti -oltre Valery, anche Mallarmè e Cèline- che Pontiggia ha stupendamente tradotto.
    E grazie anche al critico-poeta Gianmario Lucini, che con grnde pazienza e profondità ha voluto ribadire i motivi già da me molto più modestamente esposti , ancora “spiegando il perchè della impossibilità di spiegare” un testo poetico. Sempre che si accetti anche questa più volte ripetuta spiegazione, che rischia di annoiare non poco.
    La redazione ribadisce che questo spazio è assolutamente libero, e i lettori di
    poesia possono inviarci liberamente i loro testi preferiti motivandone la scelta, indipendentemente dal fatto che l’autore ne sia a conoscenza e che voglia/possa o no intervenire.
    E proprio perchè rispettiamo assolutamente la libertà di chiunque, nessun autore sarà mai obbligato ad essere presente sui commenti.
    Un caro saluto a tutti, e a Gianmario un augurio per il suo prossimo saggio che attendiamo con interesse, sull’argomento, evidentemente nescessario: “Inspiegabilità Universale dell’Arte”

    annamaria ferramosca

  • Ho letto (confesso, di fretta) i vari interventi e mi soffermo in particolare sulla obiezione di Luciana Sanguigni, perché va a toccare un argomento sul quale sto lavorando in un saggio che, spero, avrò modo di far conoscere fra qualche mese. L’obiezione di Luciana è quella della “comprensione” dell’opera d’arte ed è un’obiezione importante e seria: se tu sei un artista ed esprimi la tua arte in un linguaggio, allora fatti capire, perché altrimenti rompi la comunicazione e scrivi per te stesso.
    Il problema è che il linguaggio dell’arte (la parola, la pittura, la musica, ecc.) non segue la convenzione del linguaggio logico-razionale e la sua argomentazione procede per allusioni, non per “spiegazioni”. L’arte non dispiega: lo fa molto meglio e con maggior competenza il pensiero scientifico e quello filosofico. Il pensiero poetico invece, è un pensiero integrale, che usa la razionalità soltanto come principio organizzatore di un discorso, non come strumento dialettico. Un dipinto si spiega da sé, e se uno non sa capirlo, non è colpa del dipinto (ovvio, con una serie di “paletti” e non cosìm tout court come lo sto dicendo, ma paletti ai quali ora non posso fare riferimento per questione di spazio). Un’opera d’arte ha al suo interno le regole della sua comprensione, regole che rispondono a criteri a-logici. Non solo, ma tutti noi che abbiamio letto queste poesie, abbiamo letto ognuno delle poesie diverse: ognuno “vede” nell’opera la sua stessa vita, quello che la sua storia personale riporta, nell’incontro con l’opera. E’ impossibile che non sia così. E’ impossibile che vi sia un senso e uno solo, in una poesia: perché la poesia è l’incontro di un pensiero poetico (e NON logico) con la persona che legge. Neppure il poeta vede, nella sua poersia, quello che io poosso vedere e, lo stesso, certo io non posso vedere quello che vi vede il poeta. Non è questione di incomunicabilità, ma di ricchezza di senso, dove in comune c’è una certa parte di senso, che però è una piccola parte, non “il” significato. Casomai si parlerà di significatI, al plurale ed è proprio questa la differenza fra pensiero poetico e pensiero razionela: quello razionale veicola un solo significato, se davvero è razionale.
    L’opera è scritta dfall’autore e dal lettore: senza lettore l’opera non esiste, perché manca di una dimensione oggettiva, diventa puro solipsismo.
    Pertanto, io credo che non vada chiesto all’autore il “significato” di quanto ha scritto, ma a noi stessi va chiesto che cosa stiamo scrivendo mentre stiamo leggendo, ossia che cosa fa nascere dentro di noi la lettura, che stimolo, che reazione, che senso di accoglimento o di ostilità, che ripercussione ha per la nostra storia personale, che cosa dice o non dice del mondo, che visione del mondo si accompagna o si contrappone alla nostra, quali emozioni, sensazioni, quali pensieri, ecc. Quele significato insomma: ma siamo noi a dover rispondere. Una volta scritta, l’opera ha vita sua, ed è esattamente quella che noi tutti le facciamo vivere.
    Tornando alle poesie del nostro autore, non trovo che siano poi così radicate a una cultura passata, voglio dire nel loro “pensiero poetico”: il linguaggio è solo uno strumento: chi vuole cambiare la poesia cambiando il linguaggio, in realtà esprime un pensiero vecchio con parole nuove: non è questo che (io almeno, lo credo) è da chiedere all’arte. Trovo che sia un pensiero inquieto e moderno, molto lontano dal petrarchismo (mal inteso) di tanti autori “vecchi” davvero nel loro modo di scrivere. Insomma, mi fermo ma ci sarebbe da farci… un libro, appunto.

  • …prendo atto che la mia richiesta (credo legittima), è rimasta priva di risposta;
    prendo atto che l’autore non intende rispondere ad un lettore che gli chiede lumi su alcuni suoi versi.
    Per quanto mi riguarda la questione è chiusa con il silenzio-diniego (questa è la formula della letteratura giurisprudenziale vero?) dell’autore.
    Un Silenzio diniego che intendo quale atto di dispregio per il lettore da parte di Giancarlo Pontiggia.
    Ritengo però legittimo e doveroso, oltre che deontologicamente corretto e quale irrinunciabile principio di democrazia che il sito Poesia2.0 richieda formalmente all’autore (e a tutti gli autori) di rispondere alle istanze dei lettori. Grazie.

  • Certamente tre brevi poesie sono poche per poter percepire a pieno il mondo dell’autore che vi sta dietro e cogliervi il senso della parola-poesia. Inviterei chi resta un po’ perplesso al primo approccio, ad approfondirle questi testi completando la lettura del libro e cercare di “scavalcare” quel muro che a volte s’interpone tra autore e lettore, spesso per mancanza di pazienza di quest’ultimo. La poesia va anche conquistata.
    Alle spalle di Giancarlo Pontiggia, grande traduttore di classici (Salustio, Pindaro…) e grande cultore della lingua, anche di quella francese (ottime le sue traduzioni di Paul Valery), c’è una conoscenza profonda della poesia, classica e moderna. Inevitabile che dai suoi versi scaturisca una parola forse più accessibile e familiare a chi, come lui, ha conoscenze simili, ma indubbiamente arricchisce ogni altro.
    Personalmente trovo bella e coraggiosa questa parola colta e alta, scabra direi, ma pura, dove affiora, anzi urge una ricerca di senso a cui, tuttavia, non trova risposta. Tra squarci lirici, nel caos della sua città e delle anime che la abitano, forse è proprio in questa struggente mancanza di risposta, in questo arrendersi a un incanto senza nome, che la poesia trova i suoi spazi più ampi e tocca chi legge, chi sa leggere.
    Un caro saluto a tutti,
    Annalisa Macchia

  • ritengo che per la rispettabilità del blog e per ilrispetto che ogni autore deve ai suoi lettori, l’autore deve rispondere a un lettore che gli chiede lumi sui suoi versi. Se non si degna di rispondere a un lettore allora vuol dire che non rispetta i lettori. E, allora,mi chiedo: se un autore non rispetta i suoi lettori perché scrive e pubblica le sue poesie?
    domanda legittima, credo.

  • E’ proprio quello che ho cercato di spiegare, Antonio. E per questo non ho sentito la necessità di “spiegare” la mia lettura, sicura che ne avremmo mille e tutte diverse.
    Certamente sarebbe gradito l’intervento dell’autore sul post, ma sono tanti i motivi per cui non si vuole o non si può essere presenti . E noi rispettiamo assolutamente qualsiasi scelta.
    Un caro saluto

  • Condivido pienamente l’intervento ‘esplicativo’ di Luigi.
    Aggiungo: se si è ridotti a chiedere spiegazioni all’autore per ‘capire’ a tutti i costi una poesia – non ‘sentirla’ , ‘leggerla’, ‘ridirla’ come si dovrebbe, ma ‘capirla’ come fosse una formula chimica – beh, allora, perdonatemi, non si è veri lettori di poesia (tra l’altro si è condannati alla contemporaneità, perché i poeti defunti è difficile che rispondano a domande, specie così insistenti :-)).
    Saluti cari
    A.Fiori

  • L’invito agli autori e presentatori a chiarire eventuali dubbi dei lettori è da sempre prassi di questa rubrica.
    Ma l’autore non è obbligato ad aderire, per qualsiasi motivazione.
    Un saluto,
    A.F.

  • gent.le redazione

    ma allora se non c’è nessuno, tranne l’autore, che può dare esaurienti spiegazioni su ciò che la poesia voleva dire o su ciò cui la poesia allude, sarebbe il caso che la Redazione invitasse l’autore a dichiarare i suoi intenti poetici e a spiegare la sua poetica attraverso la auto lettura di una o più sue poesie.
    È credo una domanda legittima, e credo anche utile per i lettori del blog. Sempre che l’autore voglia esaudire la mia richiesta e sempre che la ritenga legittima. Grazie.

  • Gentile Luciana, continui pure a non capire, come lei richiede, le perdoniamo la sua ingenuità.
    Il fatto è che nessuno, se non l’autore, forse, potrà mai spiegare in dettaglio minuzioso tutto ciò che ogni parola sottende e che ogni sensibilità di lettore capta in gradi e per modalità differenti.
    Il fatto è che in poesia ogni lettore riceve una propria particolare suggestione, ricreando dal testo ogni volta la propria personale poesia.Essa risuona del substrato biografico -culturale- emozionale di chi legge in modo diverso per ogni lettore. Dunque ognuno di noi potrebbe darle una spiegazione che è una tra le infinite possibili, tutte soggettive, compresa perfino quella dell’autore.
    Le posso dire quel che a me capita di fare quando ad una prima lettura non entro in empatia con dei testi: li metto da parte e passo ad altri o ad altre opere (dello stesso autore). Se l’impressione di non percezione permane, conoscendo i miei limiti, sospendo il giudizio e resto in attesa, anche di molti anni, di una eventuale conferma o disconferma dei miei dubbi . Esito che – ne sono convinta e mi ripeto – soltanto un larghissimo numero di lettori (universalità della poesia) e un tempo lungo (memorabilità della poesia ) potrà dare. Certamente ha fatto bene ad esporre la sua prima impressione e cercare qui uno scambio (che però continua a criticare come carente nelle risposte, ma è la sua visione) ma dubito che il limitato numero di risposte possibile in questo spazio la potrà mai soddisfare. E quandanche fossero risposte in sintonia, di certo non qualificherebbero la sua posizione come giusta in assoluto.
    A. F.

  • Cara Luciana,
    forse il tuo non capire dipende proprio dal fatto che tu vuoi capire qualcosa che, invece, vuole solo evocare, non spiegare.

    – di che cosa si parla?
    di qualcosa che accade (è accaduto) in un momento non specificato, probabilmente di un giorno qualsiasi.

    – che cosa voleva esprimere l’autore?
    voleva esprimere proprio quel momento e le sue suggestioni (del momento, intendo) cercando di dare a tali suggestioni una forma definita, riconoscibile, in modo tale per cui anche altre persone potessero avvicinarsi alla sua stessa visione. Nulla di diverso rispetto a ciò che fa qualunque poeta (o artista in generale)

    – qual è la tipicità di questo stile rispetto alle altre scritture poetiche odierne?
    non saprei dire la tipicità rispetto alle altre scritture odierne, perché non conosco a fondo il poeta – e nemmeno la totalità delle scritture odierne. Sicuramente noto una certa pittoricità dei versi che, nonostante la brevità, riescono a suggerire un ambiente riconoscibile, a delinearne i contorni necessari a far si che in quell’ambiente, io che leggo, possa immaginarmici e possibilmente esperire la medesima sensazione dell’autore – tenendo conto che ciascuno associa poi tutto alla propria esperienza personale e nulla sarà mai identico. Noto anche una certa attenzione alla sonorità del verso, alle pause ed al ritmo che accompagnano coerentemente l’immagine che si intende proporre – cioé, senza manierismi, forzature o scelte a priori.

    Per il resto, non saprei che dire. Come dicevo non conosco il poeta a fondo. Riconosco comunque che, per quello che è il mio stile e per come OGGI leggo io la poesia (e domani può cambiare), non mi verrebbe mai in mente, anche conoscendo il poeta a fondo, di parlare di sangue che gronda, di splendore della cristallizazione e di poesia vera. Allo stesso modo non mi verrebbe mai in mente di cercare di *capire*. Ma questo è un altro discorso che appartiene più allo stile di chi legge che a quello di chi scrive. E, come tutti sappiamo, ciascuno ha il suo di stile e fa e dice nella poesia quel che più gli aggrada. E, come spesso accade, a volte si apprezza, a volte no. (ed è un sollievo sapere che non si fa del male a nessuno).

    Luigi B.

  • …continuo a non capire, perdonate la mia ingenuità. Qualcuno scrive che la poesia di P. «gronda sangue», che brilla dello «splendore della cristallizzazione», che parla il «richiamo all’ordine», qualcun altro scrive che è «poesia vera», qualche altro che è «densa di significato», qualche altro rimanda alla prefazione e qualcuno alla post-fazione… ma io continuo ancora a non capire. Vorrei che qualcuno che ne sa più di me mi spiegasse i versi che seguono. E precisamente:

    – di che cosa si parla?
    – che cosa voleva esprimere l’autore?
    – qual è la tipicità di questo stile rispetto alle altre scritture poetiche odierne?

    *

    cieli che spiovono,
    rime che franano
    sopra un fangoso mattino

    al gelo che si annuncia
    scricchiano anche le foglie,

    ghiacciano i cuori.

  • Tengo a dire in primis che apprezzo molto la poesia multiforme e magmatica di Giancarlo Pontiggia e ritorno a quanto detto da Antonio Fiori circa il linguaggio poetico. Non a caso Antonio ha citato il grande Giorgio Caproni nei cui versi si sposano rima e… prosa. Questa sorta di antinomia, ad una prima lettura, potrebbe sembrare arbitraria mentre di fatto mette a punto un rigoroso e personale codice linguistico, dal lessico al sistema fonetico-grafico per arrivare a quello che secondo me è lo scopo ultimo della poesia: la creazione ex novo. Nella poesia “vera”, e quella di Pontiggia lo è, tutto si ricompone nel gran fiume della nostra lingua italiana e della nostra peculiare ideazione: quel fiume nomina le cose portate dai tempi e cerca e al contempo rompe di continuo lo splendore della cristallizzazione. Rosa Salvia

  • Grazie , Matteo, per l’indicazione alla lettura di Lux Nox, che già nel titolo allude all’ineludibile contrasto, nel lavoro del poeta intento a captare segni, tra diurno e notturno, reale e irreale, tra materiale logico e illogico. Contrasto che la maggior parte dei lettori di poesia coglie e comprende come connaturato all’essenza propria del fare poesia, ascoltando il dettato senza auscultarlo e dissezionarlo, lasciandosene investire in posizione di totale empatia psichica. Esiste un ormai vecchissimo dibattito- che continua a non produrre esiti risolutivi -che a mio parere non potranno mai esserci- sul superamento di una lettura in poesia che cerchi nel dettato l’immediato esclusivo riscontro di significazione.
    E limitandomi a questi tre brevi testi di Pontiggia, indicati come paradigmatici di poetica da un suo acuto lettore, posso dire però che a me sono sembrati fin troppo densi di significato, lo stesso colto da Matteo nella presentazione e da Antonio Fiori nel suo commento. Ma su questo “sentire senso”, come pure sull’apprezzare o no il linguaggio che l’autore sceglie, certamente consapevole di una certa eco novecentesca che mi pare felicemente ricalibrata in cifra personale, lascio spazio ad apporti di altri lettori.
    Ringrazio tutti per la partecipazione,
    annamaria ferramosca

  • … lirismo, elegia, linguaggio fiorito per un mondo sfiorito, ripescaggio di lemmi delle civiltà letterarie trascorse, in particolare quella ermetica, così, senza una mediazione, ma reimpiegati come ready made, mi sembra una operazione priva di riflessione critica su ciò che comporta il ripristino di parole e lemmi di una civiltà letteraria estinta, se non una professione di fede letteraria (per carità comprensibile: come dire, io appartengo a quella comunità letteraria per marcare la mia estraneità a questa etc.); ma purtroppo il tempo passa, e la Storia delgi uomini pure, e il linguaggio poetico non può ignorare tutto ciò, o meglio, lo potrebbe ma con una operazione sulla lingua che nella poesia di Pontiggia non c’è, vi si ritrova soltanto un reimpiego di vocaboli desueti e non più in uso nel linguaggio letterario odierno. Addirittura, di certi frasi come quella «la stupefatta poesia del presente», non si capisce a chi e a che cosa si riferisca… ed è importante, credo, dal punto di vista di un lettore capire di che cosa si sta parlando, che cosa indica la parola «stupefatta»? E perché è «stupefatta»? Insomma, per cortesia, io vorrei capire, non lo chiedo con ironia ma con la volontà di capire questo linguaggio. Se c’è in giro qualche critico che mi possa fare una spiegazione critica su questi procedimenti poetici di Pontiggia io gliene sarei grata. Vorrei dire, come si fa a scuola quando il professore d’italiano spiega agli alunni una poesia, rigo per rigo, e poi complessivamente.

  • Leggendo il lavoro di Pontiggia che si trova al seguente link

    http://www.allachiarafonte.com/pdf/111.pdf

    non mi viene da chiedermi quante migliaia di volte abbia già letto quelle parole, né a quale fascia appartenga chi le ha scritte.
    Per quanto vi sia evidente un certo “richiamo all’ordine”, un poeta non indica mai un ordine altrui , ma l’ordine proprio, innanzitutto a se stesso.

  • mi chiedo che cosa significa questo linguaggio fiorito, anzi, questo superlinguaggio frutto di modellizzazione secondaria di altri linguaggi letterari del Novecento; chiedo anche (e lo chiedo all’autore) se ha ancora un senso una poesia frutto di citazionismi impliciti ed espliciti, prodotto di frammenti di frammenti e che cosa significano, in particolare, questi versi:

    i mari
    liquidi e fulgenti, la stupefatta

    poesia del presente.

    che cosa significa il verso «i mari liquidi e fulgenti»?
    che cosa significa e a chi si riferisce l’enunciato: «la stupefatta poesia del presente»?

    attendo una risposta. grazie.

  • La redazione di Poesia Condivisa prende le distanze da ogni intento provocatorio sul valore delle poesie presentate. Scopo della rubrica è infatti lo stimolo alla diffusione di poesia italiana contemporanea edita, puntando su una presentazione fatta da lettori comuni (di cui sempre si lamenta l’esiguità) che l’hanno apprezzata. Sia essa di prima, di seconda o – perchè no – anche di fascia successiva e – magari! – ancora da attribuire. Se si scorrono i 12 poeti finora condivisi, si può notare che accanto a nomi ormai antologizzati e riconosciuti come, per citarne solo due, Calandrone e de Palchi, ve ne sono molti altri più o meno noti, di cui si propone la rilettura, e altri ancora nuovi e sconosciuti ma meritevoli di attento vaglio. Certamente qualsiasi testo, di qualsiasi autore, può essere ripreso, rianalizzato e gli autori ricalibrati alla luce di una diversa visione e di parametri critici sempre più affinati, ma qui l’intento è solo quello di mettere in luce una parola poetica come sentita non da un critico, ma da un semplice lettore di poesia che ne riporta la propria analisi estetica ed emozionale. E il dibattito nel merito, come si vede, è aperto a tutti coloro che vogliano argomentare basandosi sulle propria- rispettabile ma sempre personalissima- scelta di marcatori poetici. Chi dunque critichi, come può accadere, qualche post perché non aderente alla propria visione, può, oltre che esporre le proprie articolate motivazioni, farsi avanti e proporre la propria poesia preferita(la “fascia” potrà essere stabilita non certo da qualche nostro sparuto lettore, ma soltanto dalla memorabilità dei testi nel lunghissimo periodo e da un larghissimo stabile consenso.
    Annamaria Ferramosca

  • Ringrazio ancora Annamaria e la Redazione per aver dato spazio al mio commento. Il lirismo di Pontiggia è intriso di nostalgia e gronda di sangue vissuto, com’è stato per la grande tradizione italiana e diversamente per la poesia europea in senso allargato: l’io si ripiega su di sé e tende, a volte, ad essere pure ridondante. I versi che Luciana giudica “di seconda e terza mano” mi sono parsi fondamentali per entrare nella poetica dell’autore: Pontiggia fa suo un intimismo non tanto pascoliano – se non in parte – quanto discendente del personalismo montaliano, ma senza privarsi dell’immediatezza di Caproni (concordo con Antonio). Semplicità di forma non significa banalizzare il contenuto, Berardinelli docet. E’ una poesia che non può essere capita, quanto percepita; io stesso mi sono trovato davanti al cancello dei suoi versi durante le prime letture della raccolta, ma poi, conoscendolo di persona, ho compreso si tratti di una sua cifra personale, e poetica soltanto di conseguenza. E’ una poesia che offre sprazzi, frammenti di luce, non risposte, tanto meno certezze – la lezione che i nostri hanno raccolto dall’opera di T. S. Eliot.

  • Semplicità di dettato e frequenze lessicali sono dati, constatazioni senza ancora alcun contenuto critico. A novecento inoltrato Caproni rivendica il diritto alla rima e all’uso di un vocabolario prosastico eppure non è certo poeta di ‘seconda fascia’…ma nemmeno io vorrei sembrare scortese 🙂

    A.Fiori

  • mi limito a citare solo alcuni versi della prima composizione che grondano letteratura di seconda e terza mano:

    cieli che spiovono,
    rime che franano
    sopra un fangoso mattino

    al gelo che si annuncia
    scricchiano anche le foglie,

    ghiacciano i cuori.

    al di là delle parole di circostanza dei letterati amici, mi chiedo: di queste frasi che ho incontrato migliaia di altre volte leggendo poeti (di seconda fascia) del Novecento, non ne abbiamo abbastanza? Ma come si fa a non rendersene conto? Davvero, non ho altro da dire, non vorrei sembare scortese.

  • Chiedo scusa, non ha funzionato il copia e incolla. La ripeto:

    “Solo chi torna scrive”, scrivi, perciò ecco che, tornato dal mio personale viaggio fra i tuoi versi, provo a renderti qualche impressione che da esso ho riportato. E’ stato con vero piacere di lettura, come ormai (non so se sei d’accordo) è sempre più difficile provare, che mi sono abbandonato al ritmo della tua lingua: così autentica, così densa di oggetti e di sentire; ho gustato l’eufonia di tanti e tanti versi; quegli iperbati dal sapore antico, così vivificanti; quel lontano, perfino mesto, disincanto oraziano, come nella toccante poesia per Giovanna; disincanto amaro, com’è sempre la sofferenza, perché ferisce e ci porta via il meglio: sì, è già tanto che resti qualcosa, “ciò che deve”, tu dici, ma come consolarcene?
    Ci sono libri ai quali si sente – prepotentemente – di dover aderire, e ai quali si corrisponde nel sangue, perché ci riconosciamo in essi e li sentiamo fraterni, carnalmente nostri. Un libro così, per me (per restare solo alla poesia) è “Viaggio d’inverno” . Anche il tuo è uno di essi, perché la lingua, il sangue che vi sento fluire lo riconosco mio; c’è in esso parte di un DNA comune, credo.
    Ho segnato poesie e poesie, a partire dalla prima, dall’invocazione a un lettore non ipocrita, ma “benigno e sperduto”, o molte della parte centrale, “Voci del tempo”; versi e versi, come i felici su Gimondi (che puntualmente Conte segnala), o quell’attacco così bello, arreso, sabiano, di “il male un giorno, vidi”; o la bellissima “prima sosta”; o i versi del Rucellai, la cui partitura, la tua, leggendola non si può non sentire vera, autentica e necessaria, ben più dell’originale; o la “quarta sosta”… Ma mi rendo conto che è perfino inutile soffermarsi troppo sulle singole bellezze, perché si rischia di sottovalutare l’insieme, il bel libro tutto, così architettonicamente armonioso. Difficile, oggi, trovare nuovi sentieri “nel bosco del tempo”, forse nemmeno necessario; ma è certo una necessità, per chi è poeta onesto e serio, liberare i vecchi sentieri da sterpi e fogliame eccessivo, da quegli intrighi di vegetazione che rischiano di soffocarli, e renderli di nuovo percorribili, insomma rinnovarli, come fai tu…
    Spero non ti sembri troppo banale quel che sono andato scrivendo, ma è davvero con gratitudine che ho letto il tuo libro.
    Francesco Dalessandro

  • Vorrei ricopiare qui, una vecchia mail dell’aprile 2006, scritta a Pontiggia, di getto, dopo aver letto il suo libro, perché miglior commento non potrei scrivere, a distanza di tempo. Eccola:

    Dunque, grazie agli amici di “Poesia Condivisa” di aver segnalato l’opera di Giancarlo
    Francesco Dalessandro

  • Condivisibili le tue parole, che captano i fuochi centrali dei tre testi. La lettura dell’intera raccolta di sicuro chiarirà questi temi. grazie, Antonio.

  • Sembra quasi che il poeta non riesca più a riconoscere un ruolo alla poesia: ha perso il passo, è disorientato, ma resta ad aspettare il ‘ gelo che si annuncia’. Ha ancora fiducia nella Musa (purché tu sia qui,/purché rimani); ma è senza canone ‘la stupefatta poesia del presente’, senza parole ‘sole’ , senza ‘ori'(…Musa, dì/ quel che ti pare).
    Leggo anche, in questi testi, una grande consapevolezza del crescente ruolo che avrà la poesia civile – necessariamente sociale, come dice Bianchi – ed una amorosa malinconia per un perduto futuro.

    A.Fiori

  • E’ il turno , questa volta, di un poeta milanese a noi noto già dalla fine degli anni 90 (è stato Premio Montale nel ’98 con la raccolta Con parole remote, Guanda) ampiamente antologizzato e spesso definito poeta orfico o neo orfico. Pontiggia è conosciuto anche come saggista (in queste tre poesie appaiono evidenti nessi con la visione espressa nel “manifesto” per una nuova critica poetica, redatto insieme a Paolo Lagazzi e pubblicato in Selve letterarie, saggio del 2004) , nonchè fine traduttore di poesia di autori francesi e classici latini. Poesia Condivisa ospita volentieri la convinta e argomentata presentazione del lettore Matteo Bianchi che ha selezionato questi tre brevi testi da una non recente raccolta ( 2005). L’’intento -ormai ben noto della nostra rubrica- è che questa poesia possa dilatare verso un orizzonte di nuovi lettori, soprattutto giovani, che invitiamo ad esprimersi qui sul proprio eventuale coinvolgimento. Giancarlo Pontiggia è infatti di rado presente in rete, non frequenta siti e blog letterari, assorbito dal suo molteplice lavoro di insegnante, studioso di (nuova)critica poetica e traduttore. Ci piacerebbe, e per questo invitiamo cortesemente il poeta ad intervenire sugli eventuali commenti, a chiarire innanzitutto questa caratteristica “orfica” della sua poesia, se accettata e se ancora da lui ritenuta presente nella sua attuale scrittura. Lo stesso invito esteso ovviamente a Matteo Bianchi, cui chiedo di chiarire il punto della irriconoscibilità per il poeta dell’aspetto sociale della poesia che si apra al cambiamento.
    Grazie a tutti voi,
    Annamaria Ferramosca

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