La buona poesia n.13: Marco Simonelli

buona-poesiaPer rispondere a questa domanda bisogna prima presupporre che lo scrivente qui presente abbia un apparato cognitivo mediamente funzionante in grado di afferrare, decifrare e classificare il concetto di “poesia” per poi scegliere di inserirlo in un cestino con su scritto “buona” oppure in un cestino con su scritto “cattiva”. Si prova una sensazione di smarrimento, come quando si fa la raccolta differenziata e non si è in grado di stabilire se un determinato materiale di scarto debba essere inserito nell’indifferenziato o nell’umido. Vigliaccamente sarei tentato di andare avanti disquisendo sul concetto di poesia come materiale di scarto riciclabile, divagando poi sulla possibilità di riduzione e smaltimento del testo poetico in vista di una lettura ecosostenibile. Per la gioia dei lettori di questo blog mi asterrò dal farlo.

Partirei da un assunto logico-filosofico da comodino del tipo: “Una poesia può dirsi buona quando non è cattiva”. “Sticazzi!”, risponderete voi, “già ce lo sappiamo, ci arriviamo anche da soli, Simonelli, ma che roba è questa? Hai scoperto l’acqua calda!” Farò finta di non aver sentito e andrò avanti esponendo alcune caratteristiche comuni alle poesie cattive nella speranza di evitare il lancio di ortaggi avariati, con la presunzione di contribuire allo sviluppo comune e comunitario di un’estetica non manichea né discriminante.

Le poesie cattive non sono tali per motivi genetici o biologici. In loro non v’è volontà di fare del male. Le poverine sono costrette ad adottare un comportamento antisociale  poiché i loro autori non hanno trovato abbastanza tempo per prendersene cura. Non possiamo scagliarci sugli autori delle poesie cattive accusandoli di incuria, si finisce per passare dalla parte del torto arroccandoci in un cupo giustiliazismo da rogo medioevale. In una società letteraria funzionante ci si aspetta che una poesia cattiva e il suo autore non siano lasciati soli di fronte a una critica sommaria: entrambi (poesia e relativo nucleo familiare di appartenenza) hanno bisogno di un adeguato impianto di sostegno rieducativo che dovrebbe essere fornito dagli stessi fruitori del testo tramite l’applicazione di una maieutica cognitiva. In questi casi un congruo sostegno fatto di consigli di lettura, segnalazione di esperienze poetiche altre, processi di conoscenza e arricchimento umano e letterario (non l’uno senza l’altro) possono costituire un valido apporto.

Le poesie cattive tendono a chiudersi in sé stesse e rifiutano qualsiasi forma di contatto col mondo esterno. Questo autismo è stato troppo a lungo identificato come “ermetismo” (volontario o involontario che fosse) da parte di ricercatori, specialisti e terapeuti che di fatto si sono resi conniventi con la patologia. La poesia cattiva ha il diritto di essere accettata come creatura affetta da sviluppo precoce: tramite l’ausilio di una terapia comportamentale volta a incoraggiarne le potenzialità espressive sarà possibile instradare le poesie cattive in un percorso di apertura e sviluppo. 

Le poesie cattive tendono a nascere premature. Scaturiscono di getto dall’autore senza che questi avverta la necessità di predisporre per loro apposite incubatrici. Per questo sono spesso infelici, sembrano affette da zoppia, hanno difetti di postura, l’alito puzzolente, le mani sudaticce, cercano di sorriderti mostrando la piorrea, sono goffe e tuttavia tentano disperatamente di ovviare alla loro sgradevolezza fingendosi buone, magari pensano che con un po’ di profumo non si senta l’odore e generalmente ignorano l’uso del deodorante. Le poesie cattive non sanno crescerti dentro, non hanno mai imparato a toccarti, ti vedono solo come un oggetto, sono un po’ come quei tipi che ti toccano il culo sull’autobus, per loro tu non sei una persona ma solo un buco oculare dove ficcare il loro verso lungo o piccolo che sia, non per darti piacere, emozione, coinvolgimento, ma solo per svuotarsi le palle.

Le poesie cattive sono assolutiste, si credono dio, sono teocratiche e dogmatiche, hanno il delirio di onnipotenza, sono indecise fra l’essere conservatrici o rivoluzionarie e nel dubbio non vanno a votare. Le poesie cattive vogliono strapparti un consenso promettendo che poi ti restituiranno l’IMU ma non è vero niente. Le poesie cattive non sanno neanche mentire bene, non sono brave a recitare, al massimo possono fare i caratteristi e si accontentano di quello, tanto l’importante per loro è che le hai lette, così almeno si illudono di non essere dimenticate. Le poesie cattive non sono pronte ad accettare di essere inutili, inservibili, di avere dei difetti macroscopici.

Le poesie cattive hanno problemi alla vista, non sanno guardare lontano né vicino, non sanno essere nitide, sfocate, seppia, bianco e nero. Presumono di essere grandi ma ancora non sanno fare la cacca nel vasino.

Le poesie cattive non sanno di essere cattive. Spesso si credono glamour ma non basta essere stampati su carta patinata per essere una poesia buona. Non basta apparire in tv, alla radio, sui giornali né avere molti like su facebook e tanti follower su twitter. Le poesie cattive pensano di essere realizzate nella loro vita solo perché adesso fanno le troniste. Le poesie cattive resistono al ricovero. Alle poesie cattive spesso va fatto il TSO.

Noi tutti abbiamo il dovere di non essere scortesi con le poesie cattive, anche se ci fanno perdere tempo, anche se i loro autori non sanno che la parola autore viene dal latino augìre che significa “far crescere”. Spesso gli scrittori di brutte poesie non sanno essere autori. Si considerano portatori sani di poesia. Gli autori di poesie buone invece sanno bene di essere malati ma nel frattempo si curano.

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7 Comments

  • Molto interessante. Mi è sempre (in realtà ho 22 anni quindi sono un pivello) sembrato che le cattive poesie abbiano pochi livelli di sviluppo. Per quanto riguarda le “buone” poesie, provo a fare un tentativo dicendo che si sviluppano efficacemente su diversi livelli: 1) musicale-sintattico: perché il ritmo non sia incespicante ma abbia un suo fluire ed i suoni riescano piacevoli, elaborati, curiosi a chi ascolta. 2) formale: ovvero attento alla forma della poesia nella sua interezza (la composizione dei versi, l’impatto visivo). 3) la profondità filosofica: sinceramente non credo esistano grandi poeti che non abbiano una capacità filosofica di penetrazione della “realtà” (qualunque essa sia) altamente sviluppata. 4) la conoscenza di tradizioni e sperimentazioni precedenti (al fine di evitare brutte copie, ma anche maldestre emulazioni). 5) la sincerità: potrebbe sembrare banale, ma la sincerità a me sembra un requisito fondamentale; quella schiettezza totale con se stessi, quell’onestà intellettuale che ti porta a non essere troppo avulso dagli “altri” o da te stesso, troppo costruito ( troppo “adulto” e poco bambino), comunicando qualcosa di profondamente sentito 6) l’utilizzo di diverse tecniche ai fini di arrivare alla definizione di un proprio stile. 7) l’intuizione creativa: il dono delle muse senza il quale il poeta non sarebbe portato a scrivere. Si vede subito quando una poesia è forzata, artificiale, complicata eccessivamente. 8) il labor limae: la capacità di sgrossare le pesantezze 9) la dualità: la capacità di vedere il continuo mutamento sotteso alle cose, ed essere in grado di lasciare emergere nel testo quel senso di stupore e meraviglia che si prova nella sensazione pura, nella consapevolezza della mente vuota che osserva il flusso cangiante come uno spettatore esterno e non giudicante. 10) l’ipertestualità: la capacità di continui rimandi che vadano oltre il testo.
    Si potrebbe andare avanti per ore. Da appassionato, sarei curioso di sentire altri pareri.

  • la questione è annosissima e noiosissima, tanto più che bastano pochi anni per mutare gusti e tecniche di scrittura. Secondo me un buon poeta è, prima di tutto, un lettore accanito di poesia, non solo sui social network, ma anche sui libri di carta. Questo è un ottimo punto di partenza

  • Una bona la xe tipo questa:

    Ti che te tachi i tachi, ti me tachi me tachi? Mi tacarte i tachi a ti? Tachite ti i to tachi che mi me taco i me tachi.

    La ga il contatto, il tatto e anca il taco.

  • senz’altro a una poesia geneticamente cattiva non va detto… insomma:
    mi trovi d’accordo. Io non so mediamente nulla di poesia.

    e però mi sembra che il fatto di scriverne con l’espressione del fate
    vobis – tanto io scrivo – non esima il critico dall’esprimere un
    giudizio. Infatti consegnarsi all’emozzziooone suscitata o al gradimento
    di un pubblico generico non dice proprio nulla. Al massimo dice che la
    poesia che comunica qualcosa (di adeguato alle facoltà del Pubblico) è
    falsamente comunicativa ed è stereotipata. Non vorrei addentrarmi in una
    discussione approfondita, d’altronde ripeterei molto di quanto già si
    trova in Mario Perniola (Contro la Comunicazione, Einaudi).

    La questione, a mio avviso, si pone proprio ora. Ora, quando il pubblico
    della poesia è fatto quasi esclusivamente di poeti o presunti-si tali
    perchè… perchè scrivono e qualcuno li legge / qualcuno li ignora.

    Vorrei che proprio tutti scrivessero poesie, ma altrettanto vorrei una
    generazione di critici che senza bandire nessuno s’incaricasse di
    sviluppare il pensiero che porta nuovo frutto.

    Frutto diverso. La diversità che spicca dev’essere sottoposta a critica.

    Quello che va, per me: che vada. Non ho niente contro i pensierini. Cosa
    potrei opporre al niente? un senso di comprensione che forse è pena,
    una pietà rassicurante per le calligrafie? forse sì.

    Ma forse “non è giusto”. Forse si deve combattere e scegliere: airesis.

    Difficile collocarsi tra populismi e accademie, però. Almeno facciamoci venire un dubbio. Grata al dubbio, al pensiero eretico

    una lettrice (Chiara Francini)

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