Poesia Condivisa n.1: ‘Albergare, materia, il cuore dei vivi’ (Maria Grazia Calandrone)

 

[Soltanto a titolo esemplificativo, e non volendo con ciò dare alcuna indicazione di preferenze su generi e linguaggi, la redazione di Poesia Condivisa avvia la rubrica con alcune  presentazioni inviate dai redattori. Per maggiori informazioni, leggi il regolamento del progetto.]

da  Sulla Bocca Di Tutti, Maria Grazia Calandrone,  Crocetti Editore, 2010

“Albergare,  materia, il cuore dei vivi”

I nomi sono tutti
irreversibili, anche i nomi dei cani  nel sole
dell’estate che salda
mondo e visione
in un nodo di lacca: il cane infatti
flette il muso di smalto come il rostro di un’aquila nella pace concreta
del mondo che ha per nome
il lamento di tutti gli animali.

Lo sterno dei rapaci
è la spoglia affiorante di un ‘isola
un  recinto effimero
sospeso
tra le conifere
con la segale amara a bordare i canali
lacrimali, frescaeffimera acqua
in atto in voi
aquile, luoghi
trasfigurati
con occhi aperti per nostalgia del paradiso e la voce
del salmista nel perno della pupilla fissa nel canto
diametri solari.

I bambini non hanno organi interni
sono aquiloni
pula
palloncini
etere nelle filze della carne
e catene di ossa
abbandonate sull’altare
di una riva
sono strutture invase dal vento, sono abbandonati
alla incomprensibile bellezza di una specie
che vuole essere toccata dal sole sebbene il sole sia una cosa mortale e abbia
__________________________________________________[una massa

che si riveste di mattino e sboccia
dal costato
bianca e funzionale come un’opera.

Sebbene il respiro della poesia di M.G.C. si dispieghi di solito su componimenti  estesi ben oltre i 50 versi, privilegiando il passo metrico lungo, scelgo per questa rubrica uno- più breve- tra i suoi ultimi testi, ma che appare emblematico della sua scrittura magmatica, di grande impatto evocativo. Poesia che cattura per  l’intensità con cui percorre le dimensioni del terrestre, del sacro, dell’oltre, a volte con dolenti richiami autobiografici. Essa prende corpo in un flusso torrenziale di immagini originatesi da visioni reali, ma che contemporaneamente conservano le tracce dell’attraversamento di un’interiorità accesa di continui sussulti-lacerazioni-incanti. Questo testo trasmette l’ascolto del sottile dolore di vivere che emana dalla natura, quella nostalgia edenica che attraversa i corpi animali e vegetali, che la consistenza luminosa dei bambini  incarna come incomprensibile bellezza. Evidente il lavoro linguistico, incentrato su un verso dall’andamento quasi sacrale, che di continuo muta direzione per l’uso di termini tratti da diversi campi semantici, e su un ritmo che ha cadenza tellurica, larga, non sillabica. Così accade che la “comprensione” avvenga oltre la sfida enigmatica del dettato, oltre la banale aspettativa logica di senso, prova di una scrittura di grande tenuta, dallo stile inconfondibile.

Dichiaro la mia volontà di seguire l’autrice nel tempo, riferendo in questa rubrica le mie impressioni sulle successive raccolte e/opere da lei pubblicate. (che m’impegno ad acquistare, non accettandole in omaggio).

Annamaria Ferramosca

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9 Comments

  • un’altro ascolto, un’altra acuta empatia,che commuove nel suo offrire un’analisi delle sensazioni suscitate da questi versi.
    sono sicura che Marco Righetti continuerà sine die a “sposare” la poesia di Maria Grazia.

    un grazie anche a Nina Maroccolo per il suo passaggio

  • Non avevo mai letto che il sole è “una cosa mortale e [ha] una massa/ che si riveste di mattino e sboccia/ dal costato / bianca e funzionale come un’opera”. La curiosità è fonda, è già nel codice di questa poesia liquida (perché avvolgente). Cosa fa l’acqua in cui ci bagniamo? Circonda interamente, non lascia (impossibili) spazi vuoti. Le parole di Maria Grazia sono così, strappi alla continuità logica in nome di un’altra, superiore urgenza; immergono in un linguaggio altro, evocativo di un mondo stupefacente e stremato (o, viceversa, dove l’effimero si sublima), se ne sono rimasti “il lamento”, “le spoglie affioranti”, “l’incomprensibile bellezza”. E poi già sentircelo sugli occhi come nostro. Qui la condivisione è lo slancio con cui il lettore abbraccia le immagini del poeta e le assume con emozione. Forse ogni lettura impreziosisce le poesie di Maria Grazia come se si dovessero sposare. Loro, fedeli a se stesse, si sottraggono e vivono in un’attesa (distanza necessaria per raggiungere la bellezza). E chi ha letto ne è ora respiro, segno.
    marco

  • Cinzia Marulli con il suo commento-racconto sincero, semplice e insieme emozionale è proprio l'esempio di lettore che qui ci si augura. dire l'empatia, la scoperta e il movimento emozionale che la parola  suscita, è un'onda che si propaga e stimola e può far molto bene alla poesia.
    Ho molto apprezzato, Cinzia, il tuo sottolineare l"intensità" della scrittura di Maria Grazia e la sua originalissima capacità di presentare la materia estraendone con successive immagini i semi vitali nascosti. Accadrà di sicuro anche a te, come è accaduto a me e a tantissimi lettori delle raccolte di  M.G. Calandrone, di voler continuare ad essere investita dalla densità di questi segni. grazie,
    annamaria

  • grazie, Sebastiano, per l'augurio a questa rubrica. l'eccentricità che tu rilevi è vera, se, come desideriamo, la partecipazione larga di autori e lettori potrà dimostrare l'uscita dal  solito cerchio dell'autoreferenzialità estimolare la diffusione di una parola "condivisa",dunque legittimata a continuare a dire. un caro saluto,
    annamaria
     

  • L'avvicinarsi alla poesia di Maria Grazia Calandrone è di certo un'esperienza particolarissima. Il mio primo incontro mi lasciò dapprima perplessa, non capivo, ma rimasi affascinata, quasi rapita da quei versi così lunghi, così onirici e visionari e continuai a leggerli con insaziabile desiderio.  Mi crogiolai poi nella lettura vocale delle sue poesie lasciandomi trascinare dal suono delle parole, dalle visioni poetiche che esse creavano in me, dalle tumultuose percezione che ne derivavano. E' un mondo poetico, quello di Maria Grazia Calandrone, che vuole, pretende intensità.
    Non posso che concordare pienamente con quanto detto da Annamaria Ferramosca in merito alla poesia di Maria Grazia Calandrone: mi permetto solo di aggiungere una mia impressione, del tutto soggettiva ma che ho sentito preponderante nella poesia sopra riportata ed è il fortissimo senso materico che essa mi ha trasmesso. Per assurdo si tratta di un senso materico che tuttavia, nella sua eccezione,  trascende la materia stessa per acquisire una valenza di percezione e non di fisicità (I bambini non hanno organi interni/sono aquiloni).
    Credo che tornerò a scrivere su questo interessante spazio poetico le mie impressioni sulla poesia di Maria Grazia Calandrone perchè ad ogni nuova lettura nascono nuovi pensieri.
    Cinzia Marulli 
     

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