Vicolo Cieco n.32: La critica che vorrei – atto terzo

critica

Se la poesia ha un’urgenza, ha quella di saper rientrare nel testo. La poesia che al testo pone davanti l’atteggiamento è una parola perduta.

Certo l’atteggiamento militante prevede una vigilanza, un guardarsi alle spalle, la costituzione di un servizio d’ordine attento. L’atteggiamento irreprensibile del poeta vieta il cazzeggiamento e la frequentazione di social, almeno che non siano usati per fini strettamente legati alla propaganda. La serietà comportamentale per stare nelle file per serrare i ranghi di una disciplina di poesia onesta, fedele e identificabile.

Eccolo qui il manualetto del perfetto poeta trotskysta che rigido grigetto ed impettito si avvia a profondere versetti. Sì, perchè poesia secondo alcuni deve essere sublime sin dall’atteggiamento, e con gli dèi bisogna cominciare a parlare da piccoli, poeti d’allevamento, e poi non c’è più posto per i brutti sporchi e cattivi. Forse è la politica del rigore che ha dato alla testa e non al testo.

Ma la poesia, miei cari, è anche marcia, ricolma di bassezza, di cazzate dei vili, frutto di un disagio e di un maledettismo senza fine, cronaca di  disarmonie e dissapori che nesun chierichetto dovrebbe rimarcare. Perché se questa è la critichina, nulla ha a che fare col giudizio poetico, ma solo con la chiacchera bassa e irresponsabile di un cortile.

In questi anni di bassa editoria ho sentito rifiutare uomini e non versi, ho visto accettare clienti e non testi, come se critica fosse vendere un rancore conto terzi. Critica è un integrazione per convergere in una crescita dei propri autori tramite suggerimenti. Senza questo, basta, ci siamo rotti le palle che ogni mattina nasca un editore, un comitato di lettura che assomiglia a un nulla clandestino.

Chiedersi che poesia vogliamo è porre in essere le giuste domande; chiedersi che poeta vorremmo è un orrore del pensiero.

Per quanto potrò e per quanto mi riguarda continuerò a “fiancheggere” i progetti e le iniziative che mi interessano con quel po’ di esperienza che ho, e per il resto mi si consideri pure “dissociato” anche se non mai “pentito” da tutte le altre cazzate che possa aver contribuito a costruire.

Se continueremo a chiedere delle valutazioni di lettura apprendistiche non faremo altro che alimentare il danno peggiore della poesia in rete, che non è quello di avere tollerato scritture, ma quello di avere legittimato critici perché, per quanto possa sembrare paradossale, di poesia ci si può anche occupare in silenzio.

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9 Comments

  • Pecà però che nesuno il diga che la giusta domanda la xe: quando se magna e se bee a maca, anca le poesie le xe più bele??

  • Sinceramente – e fuor di polemica – credo che qui si stia parlando di qualcosa di diverso. Credo che sia il discorso di Alessandro che quello proposto da Sonia nel video non stia affatto dicendo che non ci sia posto per “la fruizione degli appassionati”. Semplicemente si sta dicendo che se di “fruizione degli appassionati” si parla, non bisogna chiamarla critica poiché critica non è. E ciò è vero.
    Luigi B.

  • Sinceramente – e fuor di polemica – credo che qui si stia parlando di qualcosa di diverso. Credo che sia il discorso di Alessandro che quello proposto da Sonia nel video non stia affatto dicendo che non ci sia posto per “la fruizione degli appassionati”. Semplicemente si sta dicendo che se di “fruizione degli appassionati” si parla, non bisogna chiamarla critica poiché critica non è. E ciò è vero.
    Luigi B.

  • Preferisco le presentazioni fatte con la mente aperta, e sono d’accordo in pieno con Fernanda Ferraresso. C’è posto per la critica accademica e per la fruizione degli appassionati.

  • Preferisco le presentazioni fatte con la mente aperta, e sono d’accordo in pieno con Fernanda Ferraresso. C’è posto per la critica accademica e per la fruizione degli appassionati.

  • oh cielo! tutti in alto vogliono stare polli e galletti galline pavoncelle e tacchini , anche i tacchi non si sbattono più,tanto è se girano più in giù le palle, le parole girano a vanvera,fanno lega e corpetto, non un corpo che tenga…e se poi la poesia la legge il saltimbanco?l’atleta e il podista? persino il callista quasi mai il giornalista, il qualunquista o l’ombrellaio che di suo ha già tanto da fare con tutte le gatte che piovono dal cielo e nessuno vuol pelare.Sta di fatto che la parola ha eco, e chi di tanto in tanto anche una strisciolina di riverbero e, se proprio va bene, anche un po’ di storia, fino al prossimo svincolo di parola, dove si tornerà a dire sempre la stessa cosa,cioè a parlare blaterare di poesia dietro una scrivania che non c’è perché si può scriverla dovunque, poesia, pensarla, rifarla, bruciarla, impastarla o infangarla,qualunque cosa serva pur di toccarla,sentirla fortemente, amarla. f.f.

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