Parola ai Poeti: Caterina Davinio

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Lo stato della poesia è vario, come quello dei poeti. C’è fermento, in tanti vogliono fare poesia, ma per scrivere bisogna avere qualcosa da dire. Lo sfogo personale su una pagina può essere un modo per procurarsi delle gratificazioni, per curarsi, neanche il male di vivere, ma i malumori e l’insignificanza della vita quotidiana, ma è cosa diversa dalla poesia.
La poca attenzione, da parte di editori, giornali e critici che contano, per autori che rappresentano la parte viva della scrittura poetica di oggi, renderà un giorno necessario riscrivere la storia della letteratura di questi anni, in cui il mondo della cultura italiana è inquinato da fattori extra-letterari, come la politica, la casta, lo scambio di favori, le clientele, le lobby, gli interessi economici. Inoltre, tanti piccoli e piccolissimi editori si muovono in un mercato di cui non sono all’altezza attraverso la pratica della pubblicazione a pagamento, non pubblicizzano quello che stampano, creano false illusioni che tutto questo sia poesia.
Diciamo che in un sistema del genere lo stato di salute della poesia e dei poeti è minacciato, ma la poesia continua a esistere e questo è un segnale di vitalità.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ammetto che sono pigra a pubblicare, preferisco scrivere, preferisco vivere, e mi rimane poco tempo. Il primo libro è uscito nel 1998 ed era il romanzo Còlor còlor. Se ti riferisci alla poesia, il primo libro, Fenomenologie seriali, è del 2010, e alcune poesie incluse erano precedenti di un decennio, per non parlare del secondo libro, Il libro dell’oppio, che raccoglie cose scritte negli anni Settanta e Ottanta, ai tempi di un’alquanto turbolenta gioventù. Diciamo che non ho fretta: le cose buone non temono il tempo, anzi, con il tempo diventano preziose, mostrano la loro vera luce. È strano dirti la sensazione che provo nel pubblicare; in un certo senso, lo sento un dovere verso gli altri: la poesia ci è donata e deve essere donata, non deve essere negata. Avendo scritto molto fin dalla prima adolescenza, credo sia giunto il momento di decidere cosa deve essere reso pubblico, essendo una persona pubblica, tutto qui. Posso rileggere miei scritti di trent’anni fa con l’obiettività di chi si confronta con l’opera di qualcun altro e decide con la maturità dell’oggi, quindi è come li riscrivessi oggi. Non ne traggo gratificazioni, entusiasmi, e fondamentalmente pubblicare è uno sforzo. Personalmente non comprendo coloro che bruciano le tappe poco più che ventenni, pubblicando un libro all’anno: agli ambiziosi talentuosi e rampanti suggerirei altri campi, più redditizi della poesia, non credi?
Come ho scelto con chi pubblicare? Un editore dignitoso, con una bella collana, con un progetto culturale che abbia un senso, anche se non grande, può essere un’opportunità. Il direttore di collana dev’essere un intellettuale che stimo, magari alcuni amici e autori da me apprezzati devono aver scelto quell’editore,  dovrebbe saper impegnarsi, nel suo piccolo, nel promuovere e vendere quello che stampa, questo è ciò che chiedo a un editore.
Cosa mi ha deluso? Il mercato librario italiano, le scelte dei grandi editori: diciamo che il novanta per cento di quello che vedo in libreria non mi piace, non è letteratura, non mi fa venire voglia di leggerlo.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

In Italia ci sono piccoli editori onesti, con un serio progetto culturale, con ottimi collaboratori e direttori di collana. Questi li terrei.
Gli editori a pagamento sono un canale verso la pubblicazione per chi non ha opportunità altrove; non stimo questo tipo di operazioni, ma se qualcuno ne beneficia, penso non si debba essere troppo moralisti: la palla è rotonda e può sempre succedere qualcosa quando un libro è edito, mentre non se non lo è, quindi direi che, pur non apprezzando questi editori e non essendo interessata, li lascerei dove sono.
Cambierei la politica delle grandi case editrici: o si decide di rappresentare la poesia contemporanea (e loro non lo fanno) o quanto meno non si fa finta di farlo, confondendo le acque, falsificando la realtà, pubblicando pochi nomi che non rappresentano nulla, se non sé stessi.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di Internet? E il peggior rischio?

Il problema non è neanche essere in fondo all’ultimo scaffale nelle grandi librerie dei centri commerciali, quanto nel magazzino di qualche piccolo editore senza distribuzione.
La poesia troverà sempre maggiore spazio nel web e sui supporti digitali, perché costano poco, hanno notevole possibilità di diffusione per un prodotto senza mercato; online la poesia è a disposizione di tutti: critici, addetti ai lavori, lettori; perché non usare questo straordinario mezzo a costo zero? Vantaggi: su Internet chiunque può pubblicare e creare operazioni di comunicazione intorno a siti e a blog di poesia, e anche intorno a libri editi. Svantaggi: il sovraffollamento, il dilettantismo, l’improvvisazione. Internet è uno strumento potente, ma si deve saperlo usare. Una pubblicazione online ha grande capacità di circolazione, ma dura molto meno di un libro di carta in una biblioteca.
Personalmente sono favorevole al doppio canale.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Penso che sia possibile e che tale comunità esista già. Il ruolo della critica è quello di mediare un approccio alla poesia, di capire in cosa e perché è poesia, di evidenziarne i meccanismi intrinseci, di promuovere una dimensione di studio analitico e razionale intorno a una forma espressiva che sembra non essere per sua natura razionale, e anche fare da tramite tra autore e lettore. Spesso il critico che si occupa di poesia è poeta egli stesso, quindi un po’ razionalizza se stesso, sa bene di cosa parla.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Questo è per me un falso problema. Evidentemente i linguaggi del presente devono nascere da una consapevolezza di quello che è stato fatto nel passato, che in poesia si può fare, altrimenti si può confondere qualcosa di vecchio per qualcosa di inedito e rivoluzionario (succede). Non credo che esista oggi in poesia un canone, ma esiste la conoscenza di altri poeti, che non è una regola da accettare o trasgredire, ma semplicemente dimestichezza con i linguaggi. Quanto al trasgredire, ben venga, non come attitudine fine a sé stessa a fare il contrario di tutto, sarebbe banale, ma ogni qualvolta serva per adeguare le forme al mezzo, al messaggio, alla vita, all’esperienza del presente. Quello è il momento non solo di trasgredire, ma di dimenticare le regole per costruire il nuovo.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Ministero della Cultura? Qui devo risponderti come Clark Gable, nei panni di Rhett Butler, a Rossella O’Hara in Via col vento (mi scuserai): sinceramente, me ne infischio! Non ho un’opinione in merito, mi occupo di avanguardie – i linguaggi non li uso, li invento – la mia poesia nasce dalla strada, dall’esperienza dalla vita a trecentosessanta gradi e non cerca legittimazione nel grigio dei  ministeri. Poeti e artisti che trovano protezione nei vari assessorati mi incutono una tristezza infinita. Momentaneamente hanno degli spazi, ma sono spazzati via dal tempo, quando quegli assessori non contano più, non ci saranno più. Per me, le idee contano. Quelle vere restano, vengono studiate, riscoperte, con il passare degli anni, dei decenni, si affermano e continuano a vivere, quando invece il resto viene cancellato. Non nego che ministeri e assessorati vari possano fare qualcosa per promuovere l’arte e la letteratura, con incontri, manifestazioni, conferenze, è che semplicemente dubito che lo possano fare: troppa burocrazia, troppa mediocrità impiegatizia; inoltre, il sistema italiano è ammalato dalle varie clientele, dalla casta, da nepotismi vari, quindi queste alte istituzioni finiscono per promuovere quello che in realtà dovrebbe essere lasciato da parte; perciò voglio essere provocatoria: meglio che non facciano nulla. Che ci lascino alla legge della giungla e della foresta. Credo nell’iniziativa spontanea dei poeti, nel tam tam intorno a un buon libro, a un buon autore. Credo nello strumento di Internet che, se lo sai usare, è una platea sconfinata.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Sinceramente, non saprei dire quali siano i fattori che influiscono sull’educazione “poetica” addirittura di una nazione, a parte che forse la poesia semplicemente bisognerebbe “frequentarla” per imparare a relazionarci con opere e autori. Sarebbe da correggere il fatto che si percepisca in ogni caso come imbarazzante e ingombrante essere dei poeti vivi, oggi.
In verità, nessuno si occupa e preoccupa dell’“educazione poetica di una nazione”: sono più urgenti l’educazione alla pace, all’ecologia, a una maternità responsabile, a una corretta alimentazione, a una guida prudente, l’educazione sessuale, sentimentale, civica, la buona educazione, ecc., tutte cose di cui siamo comunque carenti…
I mass media e le scuole sono un luogo dove è possibile sensibilizzare il Paese, particolarmente i giovani, anche verso la poesia.
Credo che la poesia sia qualcosa d’élite; non è per tutti, e deve rimanere così, una specie di setta per iniziati. Poeta o lo sei o non lo sei, non è qualcosa che puoi imparare, ma puoi coltivare questa tua attitudine.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un essere umano del suo tempo, talvolta specchio di questo e della società, cittadino con gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri. Non credo nel poeta vate. Non sento di avere doveri, se non quello di donare la mia parola perché ciascuno ne faccia, ne tragga, ciò che può o vuole. Non chiedermi quali comportamenti potrebbero essere importanti: io non ne ho attuato alcuno. Non penso che la mia vita possa essere presa a modello: mi auguro che nessuno ne segua le orme, ci mancherebbe! Solo la parola conta; per il resto un poeta è un uomo pieno di errori e di debolezze, come tutti e forse più degli altri.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Credo che senza quella che chiami “ispirazione”, la poesia non possa esistere, è solo vano sforzo, neppure esercizio letterario. Detesto quei letterati scettici, cui si addice più il mestiere del critico che quello del poeta, i quali vivono una specie di inibizione, stretti in lacci e lacciuoli iperculturali che gettano acqua gelida sul fuoco della vita e della poesia, che non hanno mai vissuto nulla lontano dalle loro scrivanie. Costoro sono raramente e faticosamente sfiorati dalla poesia. Però la parola “ispirazione” non mi piace, è come se l’ispirazione venisse da chissà dove, dall’alto, qualcosa di trascendente, e invece rientra nella chimica della nostra fisiologia. La poesia è semplicemente vita in forma di parola. Il poeta vive attraverso la parola e riesce a spremere fuori vita attraverso le parole, con cui deve tuttavia avere dimestichezza. Diciamo che mediante l’esercizio letterario ci si può preparare a raccogliere l’ispirazione per costruire quel pezzo di vita sotto forma di parola che è la poesia. La mia vita è sempre stata alquanto disordinata e così l’ispirazione, però la poesia mi viene facile, come parlo, rido, respiro. Se sento risuonare nella testa la musica giusta, mi alzo di notte, non dico mai di no alla mia “musa”, spero di saper essere sincera, coraggiosa, scandalosa, quando me lo richiede. Che avevo un’idea o qualcosa di fondamentale e urgente da dire me ne accorgo dopo averla assecondata, e non mi delude mai.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

È difficile distinguere tra le due cose nel momento in cui si scrive e scrivo di idee e di esperienze. Ti dico che un’emozione è troppo poco. Per me la poesia è un’estroflessione della vita sotto forma di linguaggio. Se non c’è vita sotto la pelle della poesia, le idee e la letteratura la rendono sterile, grigia. Chi scrive consapevolmente solo per comunicare un’idea non fa poesia, ma teoria, filosofia. Le emozioni non bastano a dare spessore alla poesia, sebbene ciò che ci coinvolge veramente procuri delle emozioni. Poi, se cerchi dalla vita solo emozioni, emozioni, emozioni, fine a sé stesse, alla fine, drògati, che fai prima, è il problema di questa contemporaneità in fuga dalla noia e alla rincorsa di facili diversivi. Per me la poesia ha un messaggio profondo, sintetizza ciò che ci accomuna come esseri umani e plasma le parole sulla vita stessa e il nostro conoscerla. Ci sono poi molti modi di fare poesia; un messaggio sociale o civile evidentemente denuncia o chiede qualcosa alla società, ma si scrive per rintracciare la propria essenza e tutta una gradazione di sentimenti umani che nella poesia acquisiscono dignità, diventano veri, acquistano un nome. Qualunque sia il messaggio, il racconto, la poesia dovrebbe dirci una dimensione sinceramente umana, che ci avvicina su aspetti abissali e scomodi dell’esistenza, nonostante le storie diverse.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

I miei amici e i familiari non sono poeti, a parte mio figlio minore, che, giovanissimo, ha scritto qualcosa e collaborato a progetti di poesia. Per loro la dimensione di uno scrittore, la sua vita fatta di fantasmi a una scrivania risultano incomprensibili. I familiari mi hanno talvolta rimproverato  l’eccessivo tempo dedicato alla scrittura e la poca presenza domestica. Rispettano la poesia e tuttavia nei fatti ne sorridono con affetto discreto, senza capire come ci si possa oggi definire “poeti”.  Qualcuno è un poeta senza saperlo. Mio padre ha scritto delle bellissime poesie d’amore, che aveva fatto stampare su dei cartoncini bianchi e che mi faceva leggere quasi in segreto quand’ero una ragazza. L’uomo che amo usa la fotografia creando suggestioni  sospese e poetiche, ma se gli chiedessi cosa pensa della poesia, mi direbbe che non fa per lui, che non ne è all’altezza. L’altro mio figlio, pur non essendo un poeta, è un musicista che ha collaborato a progetti di videopoesia.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Ho fatto molti lavori e non credo che in Italia esistano persone che riescono a vivere dello scrivere poesia. Personalmente, non amo i mestieranti della scrittura. Scrivere per mestiere sui giornali o lavorare in una casa editrice non ha più a che fare con la poesia che fare l’idraulico o il magazziniere; si è inoltre tra mille compromessi del sistema cultura e a questo punto preferisco chi mantiene se stesso e la propria poesia facendo il magazziniere: è molto più libero e in contatto con la vita vera, quindi ha più da dire, da raccontare. Linfa di cui la poesia ha bisogno.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Nel mio immediato futuro ho in cantiere vari libri di poesia, narrativa e fotografia. Viaggerò, come faccio spesso, perché tra scrittura e viaggio scattano delle sinergie. In una prospettiva più generale di futuro, spero di conservare una radice del passato di persona inquieta, sbagliata, incapace di essere normale, di ricordarmi sempre da dove vengo, quello che sono al di là del bene e del male: nelle mie radici c’è scritto il futuro.
Per la poesia spero che sia sempre vera poesia e sfugga a tutte le definizioni e ai lacciuoli grigi della filosofia e della letteratura.
A molta poesia e poeti oggi non manca il mestiere, ma il coraggio; scrivere è la sfida più temeraria del mondo. Un brutto libro può perseguitarti per tutta la vita. Eppure è meglio rischiare di scrivere un brutto libro piuttosto che un libro che non dice nulla. La maggior parte dei libri oggi sono scritti bene, ma non dicono nulla. E non può esserci niente di bello nella poesia che non sa scoprire e dire qualcosa di inedito e indecoroso, inconfessabile, quello che mai vorremmo scoprire del mondo, di noi stessi, di cui abbiamo pudore. Scrivendo doniamo qualcosa agli altri, qualcosa di loro stessi che non osano dire o che non possono vedere, che nascondiamo, del dolore, dell’amore, della fragilità dell’esistenza, della società. Altrimenti perché scrivere? La poesia spezza questo pudore che avvolge la natura intima dell’essere umano e del suo mondo, dei suoi limiti in quanto essere umano. La parola poetica scavalca quei limiti, se ne appropria, dicendoli.


Caterina Davinio (Foggia, 1957) è cresciuta a Roma, dove si è laureata in Lettere all’Università Sapienza, occupandosi successivamente di arte dei nuovi media come autrice, curatrice e teorica. Tra i pionieri della poesia digitale nel 1990, ha svolto attività espositiva, convegnistica e curatoriale in molti paesi del mondo con oltre trecento presenze in mostre di rilevanza planetaria, tra le quali si segnalano sette edizioni della Biennale di Venezia ed eventi collaterali, il festival E-Poetry all’università SUNY Buffalo (New York) e all’università di Barcellona, i festival di poesia multimediale Polyphonix (a Barcellona e a Parigi), VeneziaPoesia (a cura di Nanni Balestrini), Artmedia VII (a cura di Mario Costa, all’Università di Salerno), il festival di poesia internazionale di Medellin, in Colombia, le biennali d’arte contemporanea di Sydney, di Atene, di Merida, in Messico, di Liverpool, di Lione, e la Artists’ Biennial di Hong Kong.
Scrive poesie dall’età di quattordici anni. Ha pubblicato i libri di liriche: Fenomenologie seriali (Campanotto, 2010), con traduzione inglese a fronte, postfazione di Francesco Muzzioli e nota critica di David W. Seaman, menzione speciale nel Premio Nabokov 2011 e segnalato nel premio Lorenzo Montano 2012; Il libro dell’oppio (Puntoacapo, 2012), con postfazione di Mauro Ferrari,  Aspettando la fine del mondo (Fermenti, 2012), con traduzione inglese. Opere di poesia elettronica sono comparse in riviste, cataloghi e saggi internazionali, tra queste: Nude That Falls Down the Stairs – Tribute to Marcel Duchamp, animazione digitale dalla serie UFOp (Unidentified Flying Poetry Objects), 1999; Poem in Red, video digitale dedicato alla Ferrari Modena, 2004; Network_Poetico, net-poetry, e The First Poetry Space Shuttle Landing in Second Life, digital video e installazione virtuale di poesia, 2009.
Caterina Davinio è autrice del romanzo Còlor còlor (1998), del saggio Tecno-Poesia e realtà virtuali (Sometti, 2002), con prefazione di Eugenio Miccini, e di una raccolta di scritti e documenti sulla net-poetry: Virtual Mercury House. Planetary & Interplanetary Events (Polìmata, 2012).
Compare in numerose antologie poetiche e pubblicazioni italiane e straniere d’arte, letteratura e avanguardie, tra queste: Dentro il mutamento, a cura di Maria Lenti, Fermenti, 2011; Retrobottega 2, a cura di Gianmario Lucini, CFR, 2012; Scritture celesti, poesie in cerca di Dio, Ed. Labos, 2003; “Atalanta Review” numero speciale Italy, a cura di Francesco Levato, 2011; “Fermenti”, Roma, 2011; “Risvolti. Quaderni di linguaggi in movimento”, Edizioni Riccardi, Quarto (NA), 2011; La tentation du Silence, Ouvrage collectif, Coordinateurs: Khaldoun ZREIK, Rania SAMARA, cEuropia, 2007; “Sugar Mule, a Literary Magazine”, issue #21; Generatorpress12, 2002, Cleveland (OH) USA, John Byrum Editor; Parla come navighi. Antologia della webletteratura italiana, Il Foglio, 2010.
Vive a Monza e a Roma.

(Wikipedia)

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