Una postilla sul genere romanzo

di Gianfranco Fabbri

Gianfranco FabbriUn romanzo è impresa di segni e segnature; sarebbe qualcosa di estremo, se il punto di vista dovesse provenire da un’angolatura vicina alla follìa. Ma un romanzo è anche ridda di idee, un crocicchio di situazioni strane e congruenti; è, infine, rigore e devianza.

Ho tentato talvolta di scriverne uno, di romanzi: sempre sono rimasto con le pive nel sacco, con i sogni prontamente ritornati a vivere nel buio dei cassetti. Eppure sentivo in me come una specie di vocazione alla scrittura, al tentativo di portare in vita una storia; di partorire infine dei personaggi (di farli morire o sposare, o ammalare, o insomma di decidere delle sorti di un mondo in movimento, seppure di un moto immaginario).

La prosa dà prova di grande cattiveria. Credo che la prosa ritenga in sé una incalcolabile perfidia ed innumeri entusiasmi, tramite i quali compiere opere d’arte e opere abiette, complesse proprio come i caratteri del genere umano. La vecchia poetessa Violetta Inaudi un giorno, incontrandomi, mi chiese a bruciapelo: «Ma il romanzo è di genere maschile o femminile?». «Né l’una cosa né l’altra», risposi. «E non è neppure un oggetto», aggiunsi; «non appare cosa astratta, ma sembra proferire la sua vicinanza a un corpo dotato di massa, di carne e di peso specifico» conclusi.

La lingua letteraria, si sa, ha un pessimo carattere. Intanto si cominci col dire che la lingua che ci vive è lunatica, ironica. Pone ostacoli alla riuscita di un testo; inventa  ostacoli, sana percorsi in salita; affronta tornanti da capogiro. Si arriva in cima al passo montano con un senso di infima miseria; la fatica eccede in ogni sua manifestazione – essa chiede soltanto di desistere e non pensare più a continuare nell’impresa –.

Poi, all’improvviso, si allargano gli orizzonti e la strada si spiana nel concavo dolce di una valle. Stilemi, fonemi e grafemi vanno d’improvviso al galoppo, rivelando le loro giunture, così come le piccole e testarde preposizioni che rendono concreti i complementi oggetti. Così come le virgole, che ora si annodano l’una all’altra per rendere leggero il dettato.

Un trattato di pace, insomma.

Un ristabilirsi delle relazioni diplomatiche tra la lingua e l’autore.

Possiamo ben dire che in tal modo si è disposta la nascita di sorta di belle epoque! Non fosse poi per quel repentino rannuvolarsi del cielo, a causa delle nuove, lunghe trattative per cambi di protocolli e di stili che il trascorrere del tempo pretende.

D’improvviso la lingua ritorna così ad essere regale e a capo di interi eserciti bellicosi.

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2 Comments

  • Cara Alessandra, grazie assai per le tue parole generose. Mi piace riflettere sulla scrittura in genere; una riflessione creativa. Un abbraccio caro, amica mia!!

    —-
    Ringrazio i redattori di questo bel blog, sempre in linea con il meglio della scrittura. Un ringraziamento va in particolare al caro amico Matteo Bianchi, Luigi Bosco.
    Vostro Gianfranco.

  • Perfettamente d’accordo su due punti in particolare: l’ “androginia” della scrittura (non se ne può davvero più di sentir parlare di scrittura femminile e maschile!!) e la lingua che “ci vive”. Inoltre è un’analisi acuta, fluida e ben organizzata. Credo che un romanzo ti riuscirebbe bene, meglio che a tanti “scrittori”. AP

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