Marco Simonelli: “Will”

di Claudio Finelli

simonelli will 2009In questi sonetti elisabettiani, Marco Simonelli, che nel 2004 aveva già dato voce ad un’iconoclasta ed anomala interpretazione in versi del martirio di San Sebastiano, strappa all’oblio della Storia il giovane amico del Bardo e, dopo averne immaginato l’agognato coming out, ci racconta la sua crescita sentimental–omosessuale.

La potenza lirica ed etica, linguistica e poetica di Will è proprio la sua dissimulata vocazione eversiva, infatti da un lato Will, strutturandosi arditamente in silloge di sonetti elisabettiani mette in crisi la presunta sterilità creativa della forma chiusa, dall’altro sembra prospettarci una seducente e più umana soluzione alla dibattuta querelle del fair friend shakespeariano che dopo secoli si manifesta evocato dal verso ironicamente oracolare di Marco Simonelli.

Per quanto concerne l’ethos del progetto, invece, emerge come un’intuizione felicissima ed arguta per cui, nella silva portentosa di volti e nomi attribuiti all’amante di Shakespeare, Simonelli, riscattando l’autonomia sessual-sentimentale dell’oggetto di passione, vuol quasi suggerirci che il fair friend è l’eterno begetter che si nasconde nelle nostre solitudini metropolitane, è il muso che vive in tutti noi come consapevole aspirazione alla libertà d’amare, alla libertà di darsi o di sdarsi, cioè di sperimentare sulla propria pelle e senza sosta la strategia vincente per affrancarsi dall’insopportabile edipo socio-ambientale.

Insomma, Will è un testo di formazione, perché racconta, a partire dal suggestivo recupero del desiderio del Bardo, un iter di maturazione condiviso da diversi soggetti della comunità omosessuale, Will libera il potenziale d’infrazione già presente nell’ispiratore dei Sonnets e lo declina a prescinedere da qualsiasi definibile identità biografica, la parola è come se si facesse corpo o, ancor meglio, come se si incarnasse in mille volti e mille corpi, come se si declinasse in una casistica erotica desclerotizzata e deplatonizzata, facendo del desiderio un desiderio puro, della voglia una voglia naturale e fisiologicamente riconoscibile: i versi aspirano all’amplesso, indugiano in attese, si dimenano in tanga striminziti, accompagnano entropie onanistiche e reclamano, scatto dopo scatto, il loro esser non più soli bensì coppia di fatto.

Ecco che, allora, Will non solo si predispone ad un interessante approccio etico e linguistico ma, naturalmente, anche ad una lettura oppurtunamente politica, infatti mentre la lingua shakespeariana serra, vela, camuffa, intorbida e screzia di mistero la voce e il gesto dell’amante dal nome negato, Simonelli gli dà luce, gli offre vita, lombi e denti aguzzi, interpretando l’urgenza, mai tanto storicamente avvertita dalla comunità omosessuale, della dignità e del riconoscimento, una dignità che può passare anche attraverso un colorito e divertente riuso dell’iconografia ricorrente nell’immaginario collettivo gay, popolato da incontri in aree di servizio e fatati fataloni delle disco vestiti solamente D&G, ma che si impone come necessità di uno spazio vitale che l’ipocrisia bigotta del terzo millennio difficilmente può continuare ad ignorare.

(già su napoligaypress.it, 12/11/2009)

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