Francesco Dalessandro – Una confessione

Confessione “è tutto quello che ho scritto”. Scrissi i miei primi versi inconsapevolmente, intorno ai nove anni, per amore di una ragazzina di sette. Quando mio padre trasferì la famiglia a Roma, zona Medaglie d’oro, avevo dieci anni, nelle orecchie il fragore delle battaglie studiate sul sussidiario di terza e quarta e gli stridori delle oche del Campidoglio che avvisavano i romani dell’arrivo di Brenno, ma Roma non la conoscevo. Dei primi giorni ricordo i vasi dei gerani che mia madre allineava in terrazza, la strada bianca davanti al portone, polverosa nell’avanzare dell’estate, con lo scavo di un nuovo cantiere e l’enorme scavatrice che cieca / sgretola, cieca afferra, le tute sporche di vernice e calce d’operai e pittori che lavoravano alle rifiniture degli appartamenti ancora vuoti: mi piaceva guardarli lavorare, ricordo ancora nomi, volti, gesti: ma gli operai non sono forse belli? Da scuola, in primavera, invece di prendere il 99, si tornava a casa a piedi: da viale Angelico, per via Campanella o via Telesio, alle Medaglie d’oro. Dietro le facciate ocra degli enormi palazzi scoprivamo, passando, i cortili interni, dove affacciavano grandi finestre a vetrate, e ampi giardini, con gli alberi che ombreggiavano i primi piani. Verso Trionfale, la quiete borghese del quartiere della Vittoria diventava brusio, popolare agitazione: davanti ai portoni, sui larghi marciapiedi, o nei cortili interni giocavano bande di ragazzini chiassosi, alle finestre dei grandi caseggiati era steso ad asciugare il bucato, le donne trascinavano enormi borse della spesa: da via Andrea Doria giungeva il chiasso del mercato. La sera, all’imbrunire, ai bordi di via Pereira ancora sterrata, si tiravano calci a un pallone, si organizzavano gare di salto in alto. Crescendo, cominciarono i vagabondaggi con gli amici: Balduina, Belsito, lo Zodiaco, l’Osservatorio astronomico, viale Tito Livio, andata e ritorno, inseguendo sirene adolescenti. Ma un’ansia sconosciuta mi spingeva anche a esplorazioni solitarie fra canneti, querceti, erbe alte di declivi e dirupi, nei boschetti di quello che ora è conosciuto come il Pineto. Misuravo solo e pensoso i più deserti campi, ma io, a quel tempo, ancora non “avvampavo dentro” per amore, come Petrarca. Piuttosto, rifornivo la nave. Ogni isolotto avvistato era un Eldorado offerto dal Destino. Se quegli approvvigionamenti finirono nella cambusa o servirono per alimentare le caldaie (scorte o zavorra, secondo le circostanze) non mi è facile dirlo. So che non sempre fu possibile imbarcare provviste di uguale natura o valore, e che non tutti quegli Eldoradi offrirono “una speranza riposata e certa” nell’avvenire. Però poi fu per amore e disamore che ricominciai a scrivere versi: Aspettavi, in via dei Nostri Appuntamenti, / con i Canti Pisani sotto il braccio… Chiusa la finestra / ti adagiavi al mio fianco, / cosa disanimata… In una sola parola, / nel suono del tuo nome / amaro, che non posso inghiottire, / si concentrano tutti i miei ricordi… Quasi che scrivere rappresentasse la salvezza. Non ho più smesso. Dire ora quanta parte Roma ebbe in quel rinascere alla poesia non saprei. All’inizio restò esclusa dai miei versi, non vi entrò, se non come sfondo; solo più tardi, quando ossa eressero in me, carne s’incarnò, sangue colmò la sventura, vi assunse forma e vita: divenne il teatro dei miei versi, lo è tuttora. Nato orfano, senza famiglia, non ho avuto una buona educazione, perché un padre l’ho trovato tardi: Attilio Bertolucci, e con la sua poesia la sua amicizia. Ho avuto e perduto alcuni amici fraterni: Beppe Salvia, Luigi Amendola, Alessandro Ricci. Non ho frequentato scuole; non ho avuto maestri, se non quelli eletti al ruolo, disordinatamente, dalle occasioni e dagli incontri. Di qualcuno resta solo la suggestione di una pagina, un’immagine o un verso, mentre in altri riconosco una fraterna vibrazione. Oggi, temo di identificare la poesia con la corsa di Salvia, il quale, spaventato dall’immagine salottiera e intrigante che i poeti danno di sé, fugge per i viali di Villa Borghese. Vorrei credere piuttosto a una fuga dalla mondanità, al tentativo di sfuggire alla trappola del risaputo, della chiacchiera vana, del pettegolezzo. Entrati nel nuovo millennio, finita la storia comincia la cronaca; ma la cronaca non produce poesia, anche se i poeti di questo tempo sembrano crederlo. Pochi possono ancora offrire il ristoro dei loro versi. Io, uno su tutti andrei ad ascoltare, come l’amico di Giovenale, anche con gli scarponi ai piedi: Gianfranco Palmery.

 

(di Francesco Dalessandro, già su Pagine, Anno XVI, numero 47, maggio-luglio 2006)

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1 Comment

  • Caro francesco, ti stiamo leggendo; ciò non toglie, bisogna trovare il modo di vedersi presto. Ho molto apprezzato il tuo breve saggio “Le mammelle della sensualità” nella raccolta “Poesia e preghiera”: mi sono riletto de la Cruz e la sua biografia, tanto ne rimasi commosso. Per fortuna, Juan passò soltanto otto mesi in quella prigione! Soltanto otto mesi. A un certo punto, bisogna cominciare a ridere per ben articolare la propria tristezza/ex-disperazione.
    Non so però se sono d’accordo con te sulla distinzione fra cronaca e storia: secondo me formano ovviamente un continuo modulato. Ma da che cosa? Dalla conoscenza, mi pare ovvio anche questo. E in che consiste, sta conoscenza, se non in TUTTO quello che si è edotto dalla propria esperienza? Perché non ci racconti un po’ anche di quello che hai edotto dalla tua vita professionale, per esempio. Anche nella modulazione per ritornare da essa alla storia di Roma, come tu l’intendi, vi è sicuramente materia di poesia. Sebbene meno lirica e più “lucreziana”, forse.
    Un abbraccio,
    N

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