De Signoribus, lingua viva contro l’invasione


di Rodolfo Zucco*

Rispondendo a un questionario della rivista «Po&sie» (109, 2004, p. 298), alla domanda sul senso della questione dell’impegno civile Eugenio De Signoribus affermava: «La poesia ha ancora un senso per me perché l’impegno civile le è inerente, fosse anche solo come lotta (engagement) per difendere la propria lingua, per conservarne la vitalità, per alimentarla con parole nuove contro l’invasione omogeneizzante…» (traduzione mia). L’esperienza della poesia come tentativo di «frugare superstiti o insospettati margini di vita» sul «corpo straziato» di una lingua nazionale (Giudici) si precisa dunque, nel caso di De S., come ricerca onomaturgica e risemantizzante: una ricerca incentrata perciò su lessico e sintassi ma alla quale collaborano l’impiego di precisi espedienti retorici (segnatamente la figura etimologica e la paronomasia) e un’assunzione “forte” degli istituti metrici (con particolare investimento sulle potenzialità espressive degli accostamenti rimici). Ne risulta una lingua poetica di araldica formalizzazione, esposta senza timore ai rischi della pronuncia “alta”, a tratti stilisticamente survoltata, che l’autore plasma e offre per il suo valore di forma futuri: chiara la descrizione, in una delle Prose inermi, di uno stato-movimento di captazione «per fare e chiamare il possibile bene, per pensare e immaginare il possibile mondo nuovo… cioè una lingua che alla lettera lo annunci».

 

(la cinica), poesia del «gulago»

Al di là degli intenti programmatici, uno spaccato delle scelte linguistiche e del loro impasto si potrà avere da qualche verso esemplare. Scelgo – dalle Poesie (1976-2007), Milano, Garzanti, 2008 (vi si riferiranno i numeri di pagina) – un testo da Principio del giorno (2000), settimo della sezione Voci, (la cinica) (in De S. la titolazione, spesso fra parentesi, col nesso di articolo determinativo e aggettivo femminile ha il valore di complemento di argomento):

 

«inverno come un orco sconfinava / sue linguate stampando punitore / sulla mia faccia cùcciola penosa… // essere fuori, in una zona franca / dalle porte appena tratteggiate, / non svagava il fiuto inquisitore // e soffiando tutti i mobili vuotava / facendone spasura, muto mercato / che a me appariva senza mercatura, // pura violenza…, oh non esser nato / invece di finire in un gulago / o peggio ancora nella spazzatura!…» (p. 367).

 

Il tema della devastazione del luogo familiare e dell’esilio è qui riformulato come rammemorazione di un incubo, protagonisti un inverno personificato nella figura fiabesca dell’orco e un io coerentemente regredito alla condizione del cucciolo. Dei dodici versi sono endecasillabi canonici i primi e gli ultimi quattro; il che farà valutare come ipometri i vv. 5-6 e come ipermetri i due successivi. L’impaginazione strofica, come negli altri testi della sezione, è in terzine. Interessante la disposizione delle rime. Cinque serie, con qualche realizzazione imperfetta: sconfinava 1 : svagava 6 int. : vuotava 7; punitore 2 : fuori 4 int. : inquisitore 6; linguate 2 int. : tratteggiate 5; spasura 8 int. : mercatura 9 : pura 10 int. : spazzatura 12; mercato 8 : nato 10 : gulago 11. Esse tracciano nel tessuto del testo delle linee zigzaganti, marcano relazioni e partizioni strofiche, rallentano il dettato segnando le pause della sintassi o instaurando un sapiente gioco di controtempi, contribuiscono nell’insieme alla densità semantica del discorso. Si tratta in buona parte di rime desinenziali: per cui spicca quella che comprende il verso finale, discontinua per natura grammaticale e anticipazione a inizio verso del terzo rimante, e marcata dalla chiusa paronomastica. Linguisticamente il testo è caratterizzato da alcune peculiari scelte lessicali. Il sintagma «faccia cùcciola penosa» fa un uso aggettivale del nome cucciolo, secondo una modalità comune in De S. (altrove si ha violenza simulacra, aria magazzina, vampe lampadine, polvere mulinella, cappa luna, aria brina, vite palline ecc.), e impiega penoso nell’accezione dell’italiano antico: ‘tormentato da pene, da dolori; dolente, tribolato, afflitto; triste, malinconico’ (i primi due esempi del GDLI in Iacopone e Petrarca): significato per cui è attestato in De S. anche il non comune appenato (cfr. p. 253). Non comune è anche svagare transitivo (‘sviare la mente, l’attenzione dall’oggetto al quale è rivolta’: pochi esempi nel GDLI, il primo dalle Rime dantesche): cfr. a p. 264 «stranezza di abiti mentali / che svagava la purità del dono». Spasura, voce locale (De S. è nato e vive a Cupra Marittima, sulla costa marchigiana tra Aso e Tronto), vale ‘insieme di cose sparse in disordine’, e testimonia qui l’importante assunzione di lessico dialettale (in Principio del giorno: buzzaroni ‘scarafaggi’, ciongo ‘ammaccato, monco’, ciurri ‘ciuffi di capelli’; in Ronda dei conversi: sbruccicoso ‘molto ruvido’, vetrenga ‘corpo ridotto pelle e ossa’, pipinara ‘vociante moltitudine infantile’ ecc.). Gulago è prestito integrato dal russo gulag: vi si osserva l’azione della rima in -ato che esso viene a continuare per assonanza. Punitore e inquisitore dicono della predilezione per i nomi di agente in -ore, cfr. p. 242: «sempre vengono a te, o dio assediato, / i cupi gladiatori, i fingitori // inginocchiati, i portatori d’orpelli / lampade, fuochi, faville, appelli…». Per la sintassi: straniante ellissi dell’articolo in inverno e in sue linguate, ancora secondo modalità sperimentate (cfr. p. 195: «in tasche minori di abito autunnale / anche ragione sua muffa respira»); e forte cesura tra le coordinate dei vv. 1-3 e 7-8, ottenuta con l’intrusione di una proposizione con soggetto diverso. Una nota, infine, per la figura etimologica ai vv. 8-9, che enfatizza il significato di ‘mercato privato del suo aspetto intrinseco di relazione interpersonale’: luogo di alienazione, e perciò di «pura violenza». Essa prepara la deriva orrifica del finale, che rapidamente scala dalla prospettiva dell’espulsione carceraria (e dunque ancora umana) a quella propria di una degradata, inappellabile reificazione.

 

[*Rodolfo Zucco è ricercatore di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Udine. Ha curato I versi della vita di Giovanni Giudici (Milano, Mondadori, 2000) e L’opera poetica di Giovani Raboni (ivi, id., 2006). Si interessa inoltre di questioni metriche settecentesche (Istituti metrici del Settecento. L’ode e la canzonetta, Genova, Name, 2001).]

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