Parola ai Poeti: Cristina Annino

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Sono due problemi nello stesso corpo. C’è confusione di termini, massificazione, perdita di controllo e faciloneria. Non esistendo quasi più una critica “forte”, emergono poeti “deboli” da questa appoggiati, e “mode” letterarie si sviluppano all’interno delle maggiori case editrici. Ho riassunto frettolosamente una realtà assai complessa. Potremmo parlarne molto ma molto a lungo.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Già nella preadolescenza rendevo pubbliche (annuari scolastici, riviste di sottobosco, libricini di poesia verdissima) testi miei. Si era creato un piccolo circuito intorno a me, ma non ne ero scioccamente orgogliosa. Inviavo o consegnavo poesie perché mi venivano chieste. Non  prevedevo nemmeno un futuro poetico organizzato, vale a dire non davo un peso di necessità esterna a quel che facevo, bensì cercavo di crescere in un dato modo seguendo i “comandamenti” del mio mondo. Poi, trasferitami, a Firenze entrai  nel cuore di una  “fabbrica poetica”, diciamo, e allora cominciarono le domande più importanti e un certa consapevolezza collaborativa anche da parte mia. Sempre però con quella autocritica o  mancanza di reale ambizione che mi fece aspettare parecchio prima di dire sì, nel 69, ad Eugenio Miccini e collaborare (solo in quell’occasione) con il Gruppo 70. Non mi aspettavo niente al di là di quel che accadde, e niente mi deluse. Ma erano altri tempi.

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

La piccola  e media editoria già svolge un lavoro di recupero rispetto alla grande editoria. Avessi potere in quest’ultima, riserverei uno spazio separato ai testi  di autori improvvisati ed extra “comunitari” (il mercato va tenuto in piedi, certo, ma non si confondano le orme e i nomi!).
Abolirei la scelta dei lavori in base alle fasce d’età, in quanto il nuovo si trova ovunque e nessuna casa editrice dovrebbe imitare il festival di Castrocaro. La futuribilità di certe opere non dipende  chiaramente dal dato anagrafico, bensì è garantita dalla tenuta nel tempo. Il grosso limite di questa situazione mi sembra dipenda, con un azzardo di similitudine, dalla visibilità che egualmente invade Case  Editrici e Case di Moda, col risultato che non si fa cultura ma tendenza. Credo fermamente che bisognerebbe tornare ai parametri di decenni addietro, quando  editori importanti avevano l’orgoglio e il dovere di capire la poesia. Sono esistiti critici con il potere di influenzare scelte editoriali, nonostante le difficoltà politiche esistenti anche allora. Ma queste venivano affrontate. Nell’oggi, genericamente, manca orgoglio, coraggio, identità e cultura. Considerare le eccezioni, che pure esistono, aprirebbe un’ altra, ben più ampia discussione.
Comunque ritengo che non tutto sia irreversibile, credo fermamente che la grande editoria italiana alla fine abbia o si riprenda quel che merita.
Cosa si aspettino gli altri poeti, io non lo so.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Maggior respiro nel web di sicuro, quanto ai famigerati fondi di scaffale, ho già risposto con la prima domanda. Spero appunto nella loro rivolta.
Di internet è importantissima la visibilità, i commenti oserei dire in diretta e la durata di archiviazione. Penso che abbia recuperato e salvato molta poesia importante. In internet, per lo meno nei blog più significativi, c’è passione, competenza, volontà di lavoro. Questo è il suo innegabile pregio.
Il rischio può essere l’emulazione che genera. Se uno compra un libro, per esempio, non può leggerlo continuativamente fino ad assorbirlo come un medicinale. Per una semplice legge di dinamica fisica. In internet, invece, il poeta ha sempre squadernato davanti qualunque autore, senza il minimo spostamento bracciotemporale . Può capitare che si generi spontaneamente un desiderio eccessivo dell’”oggetto” contemplato, che  prenda forma cioè una falsa  scuola poetica all’impronta dell’emulazione spinta. Ma questa è per fortuna una conseguenza inevitabilmente effimera.

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Si. Innanzitutto spiegando cosa non è poesia. Dal momento che la si fa, la poesia esiste al pari di ogni altra arte e la si può definire. Diverso è stabilire a cosa serva (ma si può fare anche questo), l’importante comunque sarebbe allontanare dalla scrittura chi pensa che sia facile, gratificante, divertente oppure curativa, una sorta di psicanalisi. Al pari di ogni situazione collettiva, i cattivi poeti  sono i primi nemici della poesia e degli alberi dell’Amazzonia.

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Niente costituisce un limite. Un poeta sa cosa ha davanti, dietro e di lato. Entro questo margine può esistere liberamente a suo modo, tenendo presente che, al pari della sintassi, della morfologia, ecc, il  limite anche stravolto, deve creare un altro limite comprensibile. Ciascun uomo compie le stesse azioni: mangia, dorme, cammina, ha una grammatica corporea uguale a tutti gli altri, però può sistemare cronologicamente certe azioni con libertà, seguendo le proprie esigenze fisiche. Direi che il canone, fuori da una scuola di poesia o di un inquadramento didattico, per un poeta autentico sia un’astrazione.

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

In Italia oggi, non credo che un ministro della cultura potrebbe fare granché, dal momento che il peso creativo e i  rappresentanti  deputati alla “selezione colta” ( critici e anche  editori) accettano, valorizzano e promuovono una poesia che per la maggior parte poesia non è. Penso che bisognerebbe cominciare dal basso, cioè dal una volontà di giudizio, se vogliamo che uno stato di cose cambi. Promuovere oggi, in Italia, una politica favorevole nei confronti dell’ attuale poesia, sarebbe legittimare un ammasso confuso di valore e dis-valore.
Quanto alla seconda domanda, la poesia dovrebbe costituire materia di studio già nelle scuole medie e a largo raggio, includendo poeti classici ma anche viventi. Tra l’altro ho esperienza di come sia molto più selettivo il giudizio dei ragazzi  giovanissimi che non quello di critici affermati. Dovrebbero essere di rigore incontri con studenti e seminari di poesia. In ambito universitario, poi, sarebbe utile consigliare, più di quanto accade, tesi anche su autori dei nostri giorni: il laureando e l’autore prescelto ne trarrebbero un reciproco vantaggio.  Ovviamente altre vie saranno percorribili e che io non so individuare.

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Non confondere poesia con mercato, per esempio. Riappropriarsi della cultura del tempo anche. Ma credo di aver esposto sommariamente la mia idea,  nella risposta precedente.

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un poeta, deve essere se stesso. Non si fabbrica un poeta, non occorre trovargli un look. Magari è consigliabile che questi  dimentichi se stesso (in questo forse può definirsi una specie di apolide), non considerandosi il centro del mondo ma di quello che già ha, e non preoccuparsi che questo sia gradito agli altri.
Le responsabilità di un poeta sono quelle che gli attribuisce il singolo lettore, il processo è quindi inverso. Come in un quadro astratto, la sua interpretazione dipende da chi guarda. Non dobbiamo fare del poeta un insegnante, un politico o un martire. Può tranquillamente essere tutto questo insieme senza volerlo, ma non perché così viene stabilito da altri.
Solo un’arte di regime, io credo, porrebbe queste distinzioni.

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Sostengo che l’ispirazione non esiste, è una favola metropolitana o un alibi di chi vuol fare poesia a tutti i costi delegando a qualcosa, l’ispirazione, in questo caso, la responsabilità di non  riuscirci sempre. Se uno è poeta lo è senza intermittenze (ammettendo che a volte preferisca giustamente fare altro che scrivere),  quindi credo solo nella disciplina. Mi spiego: più si scrive meglio si scrive, il ritmo lavorativo conta; per niente invece  la preoccupazione di scrivere bene –bene per chi, per cosa, come?- o l’essere innovativi rispetto ad altro –che altro?- Ritorna il discorso del canone, ma allora si è fuori dal cerchio. Se uno è poeta, ha un certo suo mondo dentro, ed è con quello che cammina, seguendo la variabile andatura di se stesso. Io non aspetto mai la scintilla, questa c’è o non c’è. Da sempre.

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Beh, più di un’emozione. Intendo comunicare –ripeto- il mio  personale modo di stare al mondo. Per farlo combatto ovviamente e subito con le parole che sono di tutti a cominciare dal vocabolario, quindi anch’esse definiscono in modo stabilito, canonico. Il mio messaggio, se così vogliamo chiamarlo, è la tentata sostituzione di un universo, quello in cui viviamo, con un altro, quello che io vedo. Senza alcuna pretesa di insegnamento, in quanto la didattica è altra categoria da quella creativa e presuppone un adeguamento a ciò che esiste;  inoltre non mi compete.

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Non me ne sono mai preoccupata. Tranne mia madre, per tanti motivi (ai quali non accennerò) fattore primo della mia scrittura, chi mi ama credo sia orgoglioso di come ho saputo trasformare “violenza” in letteratura.

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

No (alla prima domanda). No (alla seconda). Sono nata in questa condizione, non l’ho decisa diciamo,  ho cominciato a comporre versi prima di saper scrivere, il resto è andato com’è andato e spesso ne sono contenta. Vorrei aggiungere che scrivere libri di poesia non significa chiudersi a una vita piena o al senso che ognuno ha della pienezza esistenziale. Altrimenti di cosa si scrive?

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Dopo tanti anni di scrittura l’unico obiettivo, per me, è quello di restare nella letteratura italiana.
Per la poesia in generale, un miracolo.
Chiarire ancora di più cosa manca alla poesia oggi, diventa ambiguo.  Dovremmo –ed è impossibile-  esaminare caso per caso, giacché se ne facciamo un problema generale, si corre il rischio di non vedere più il fenomeno negativo definendolo come il carattere della poesia odierna. Quindi, da un punto di vista storico, inevitabilmente accettabile.

 


 

Sono nata in Arezzo nel dicembre del 41, mi sono laureata presso l’università di Firenze in Lettere Moderne. Ho svolto un breve assistentato, sono stata ricercatrice del CNR sempre per un periodo esiguo ( motivi personali). Compongo dall’età di 4 0 5 anni circa, ho conosciuto, nel tempo, i maggiori poeti, scrittori e critici, che mi hanno sempre sostenuto e di molti sono diventata amica.
Ho abbandonato per due volte (causa matrimoni) l’ambiente letterario nel modo più assoluto, perdendo complessivamente 24 anni di attività lavorativa. Comunque non mi pento di queste scelte come non mi pento di nessun fatto della vita. Tutto è stato tradotto in poesia. Dal 2000 mi dedico anche alla pittura.

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3 Comments

  • “Beh, più di un’emozione. Intendo comunicare –ripeto- il mio personale modo di stare al mondo. ”

    Comunicando molto bene, con affilata sensibilità che ci sorprende, cosa che non tutti possono/sanno fare. Sempre un piacere leggerti Cristina, tanti gli spunti, il pensiero e la cura nell’esporlo. Anche questo è cifra d’autore.
    A tutti un saluto.

  • In linea col commento sul ruolo della rete in poesia, segnalo il link col quale Cristina Annino e Biagio Cepollaro hanno reso disponibile quello che io considero un libro supremo e che da solo varrebbe a Cristina Annino il “restare nella letteratura italiana”:

    http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/AnnMadTes.pdf

    Io ci incappai l’anno scorso e da allora ho attraversato quel libro piu’ volte e molti degli altri di Cristina, e credo che per chi fa e legge poesia oggigiorno siano libri imprescindibili. Poeti: provate a far di meglio!

    Cari saluti a tutti

    Pietro Roversi

  • Le due chiavi di questa bella intervista le ho viste nelle affermazioni

    “il limite anche stravolto, deve creare un altro limite comprensibile”

    e

    “la tentata sostituzione di un universo, quello in cui viviamo, con un altro, quello che io vedo”.

    Entrambe aprono infinite porte che convergono tutte sulla stessa soglia.

    Luigi

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