Francesco Dalessandro: note su ‘L’osservatorio’

L’osservatorio

Francesco Dalessandro

Caramanica Editore (collana I limoni Poesia)

L’osservatorio è un poema, o un “romanzo in versi” come ci suggerisce Domenico Adriano nella bandella, composto di quattro sezioni: la prima, la seconda e la quarta sono costituite, ognuna, di dodici poemetti (da ricordare che la prima sezione era già uscita, in plaquette, nel 1989, con lo stesso titolo), mentre la terza sezione è una lettera. Cominciando a leggere colpiscono soprattutto i paesaggi, le vedute. Sono vedute romane, piuttosto periferiche: viene da pensare a Pasolini, ma anche alla vedutistica romana del sei-settecento. Si pensa dunque a un osservatorio astratto, figurato, ma dopo un po’ si distingue, nel paesaggio, un osservatorio vero e proprio: l’Osservatorio astronomico di Monte Mario, e si intuisce che il senso vero del titolo, e della poesia di Dalessandro, è nella letteralità, più che nella metafora, è nella scoperta del mondo come interezza a sé, senza soggetto, come guida anzi, modello, maestro del soggetto (e in ciò Dalessandro è vicino a tanti altri autori che hanno esordito intorno alla metà degli anni ottanta). Si capisce poi, addentrandosi nel “romanzo”, che il paesaggio è uno solo, anzi, più che un paesaggio, è un percorso: il percorso che l’autore compie, ogni mattina, per recarsi al lavoro, e ogni sera, a ritroso, per ritornare a casa. Ogni poemetto è dunque un’uscita – difficile non pensare, per la luminosità delle immagini, all’uscita mattutina dell’Annina caproniana, o alle albe provenzali – e insieme un ritorno, che sempre uguale si ripete, e insieme è sempre diverso, per le infinite variazioni della luce e dell’ora, della stagione e dell’animo (e qui traspare la lezione bertolucciana). L’io del poeta dunque, che tanto era sembrato annullarsi nel paesaggio, ci ricompare davanti nella sua ansia conoscitiva, e nel suo desiderio di pace (il paese di tutta quella luce / si gloria tranquillo), e la ripetitività ossessiva ci svela la natura lirica del libro, che lo avvicina, più che a un romanzo, a un canzoniere (ma anche di Petrarca qualcuno parlò di “romanzo”).

(Claudio Damiani, per “Poesia”)

 

Che Francesco Dalessandro sia poeta dell’occhio e dello sguardo questo nuovo libro di versi lo conferma perentoriamente già nel titolo, marchio e suggello di un corpo di poesie fortemente segnato dalla vocazione descrittiva e dalla disposizione narrativa attraversate, a tratti, da lampi di folgorante lirismo. Ora, a distanziare L’osservatorio dai lavori precedenti, interviene la scelta del passo lungo, dell’andamento poematico perché a esigerlo è lo stesso infinito percepire luce, colori, forme, la stessa poesia-vicenda in cui i piccoli accadimenti quotidiani si condensano e si dilatano intrecciandosi con i ritmi grandiosi e misteriosi della natura e dell’universo. Ed è uno sguardo, quello di Dalessandro, che non si limita a ridisegnare il profilo e i dettagli di un paesaggio noto perché familiare (la Roma del quartiere Monte Mario con il suo Osservatorio “fermo e fatidico emblema di sé”) ma che si sforza di leggere e di decifrare i segnali di cui esso è disseminato, possibili portatori “di un senso / semplicemente chiaro nemmeno verità / ma ipotesi del vero…”. Entro i versi ritmati di questo poema, nel loro fluire che è metafora dell’inarrestabile scorrere del tempo, si avverte senza fatica il pulsare dell’esistenza intera; nell’ostinata pazienza che lima parole quotidiane e inconsuete si coglie l’adesione, la compenetrazione con quanto è interno e fuori, al di là degli urti e dei sussulti contingenti.

(Cinzia Monti, “Avvenimenti”, 15 novembre 1998)

 

Per ogni libro di poesia io avverto sempre la necessità di rapportarmi al titolo. L’osservatorio di Francesco Dalessandro (che appare anche come quello collocato sulla sommità di Monte Mario, a Roma) – poema suddiviso in quattro parti – rappresenta sì l’osservatorio, il punto / d’osservazione…, ma soprattutto si rivela quale metafora interiore, vivido filo di un movimento amoroso e dolente, una sorta di percorso poetico “aureo”, nel senso che abbraccia tutto il mondo, e – attraversandolo – ripropone… il mistero il cuore il dolore la morte; insomma, è lo scorrere intenso intimo della vita… della città colte in uno struggente chiaroscuro che solo un poeta sa raccontare: queste sere tranquille, quando l’ultima / cicala s’è spenta e l’aria si addolcisce / nei minuti precedenti le prime / finestre accese e l’insonnia di chi l’afa /della città non può fuggire, le linee / tormentate dei miei versi come nere / colonne di formiche in marcia… Subito mi pare di cogliere in questi versi il privilegio della poesia. Ma di quale sofisticato simbolismo, rigore rivelativi, nonché altissima musicalità lirica fusa in provocante naturalezza poetica vibra questo poema che dice dell’apoteosi impervia della vita, dell’ardente piagata misura del dialogo con il sé; che addita ancora il senso del limite del , dell’io che mette in gioco se stesso… mettendosi a nudo. E l’io è il tu, il varco all’essere, l’universale: … ho bisogno di un verso / liquido che fluisca naturale / con forma e suono acconci che narri districando / il groviglio dei sensi, di un senso / semplicemente chiaro nemmeno verità / ma ipotesi del vero… e, più oltre … promette la tardiva seconda / giovinezza che rivive l’ottobrina rosa / su tutto vincente ma in forza d’amore destinata / ugualmente a far male… Scrive Claudio Magris per il poeta Paul Celan: “è un canto orfico che scende alle radici dell’essere o del nulla, è una parola conquistata col silenzio e strappata al silenzio, una domanda sulle cose ultime (…) Ma egli si affaccia sul ciglio del silenzio, dell’afasia, nella disperata convinzione che solo attraversando l’indicibile si può forse instaurare un dialogo, dire la parola caduta nell’abisso, cogliere la rosa fiorita dall’annichilimento”. Ed è proprio nella dimensione del silenzio, dell’indicibile del suono e del tempo che Dalessandro trae l’immaginazione che gli consente un canto dell’Amore laico: è parola /all’improvviso fiorita come suono /crescente di sirena che turbando / il silenzio interiore prende a battere molesta / e intermittente pena di perduto amore; ed anche l’ansia recante nel ritorno a casa /dove in due (…) – si è più soli che soli; e io che ho fatto dell’amore / una prigione Di alta temperatura stilistica, l’endecasillabo si rivela sempre intonato e adatto all’“evocazione” della natura. L’avvicendarsi del giorno della notte delle stagioni e il respiro dell’acqua e del vento, viene ad essere svelato moltiplicato, attraverso infiniti accenti, in una fantasmagoria di luci di ombre surreali di colori ricreati. Infatti, quale istantanea tenera tristezza colano i colori del poeta: tu torna, mia Musa, col fresco / della sera col rosa della rosa ottobrina e solitaria / ritornata a fiorire nell’aiuola feconda del cortile; e poi: e sorte migliore abbia l’ombra da cui / perdutamente nasce un volo un batter d’ali / poi che l’acqua promessa dal mattutino / rossore del cielo riprende con casta e / sediziosa lena il suo brusio, variante / il tono sulle foglie dell’assorta magnolia / sull’abete bruciato dal gelo; e ancora: … L’ora / e l’aria maturano addolcite mentre spira / tra le siepi e rami spogli della vite / americana dalle curve sulle foglie / tintinnanti e sui volti un leggero / vento, limpido il cielo ma sul cuore / pesa una nube… I riferimenti molteplici e sottili conducono a Eliot, Stevens, William Carlos Williams, Bertolucci, cioè ad una poesia che sappia commisurare la molteplicità all’unità dello stile: negli occhi stupefatti è pura /luce il fiume la città corpo segnato / nei secoli paziente si dispone al nuovo /giorno.

(Laura Canciani, “Poiesis”, anno VII, n. 18, gen.-apr. 1999)

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