Fosca Massucco: ‘L’occhio e il mirino’ – una nota di G. Linguaglossa

locchioeilmirinoSpesso leggendo tanta poesia contemporanea mi assilla il dubbio che un eccesso di armonia, un sovrappiù di lucidatura del pavimento, dell’argenteria e degli stivali di pelle non comporti anche il sospetto, in chi osserva dal di fuori, che dentro l’appartamento profumato e lindo con deodorante da supermarket non si nasconda, in qualche armadio, il cadavere messo sotto naftalina di qualcuno di famiglia. Insomma, se questo eccesso di deodorante non serva che a nascondere il puzzo ingombrante e intollerabile di un cadavere. E allora mi viene voglia di indagare oltre la cortina di nebbia del deodorante, al di là delle lucidature dell’argenteria per scoprire l’innominabile cadavere che si cela da qualche parte, nascosto in qualche latebra del soggiorno di casa. Allora, apro le finestre, voglio far entrare un po’ di aria fresca. Mi viene il sospetto che tutta quella modanatura, quella lucidatura non sia altro che Kitsch, ottimo, metallico, rassicurante Kitsch.

Fosca Massucco con questo suo libro di poesie d’esordio si comporta come un commissario che stia facendo un sopralluogo sul luogo di un delitto presunto, si muove come se fosse in presenza di un fumus criminis; mette i numeri sul luogo, misura le distanze tra il cadavere e le cose, riepiloga l’accadimento con lo sguardo, lo ricostruisce con gli occhi. Fa così anche la sua poesia, che definirei, crittografia dello sguardo, iconologia dell’occhio, logometria della visione binoculare, giacché la poesia si dipana sempre a seguito di un atto di visione passato attraverso il filtro di un sofisticato pensiero estetico. La Massucco si muove con circospezione, in sordina, in punta di piedi, in punta di penna. Certi giri frastici ricordano il nitore e la raffinata «trasandatezza metrica» della poesia di una Antonia Pozzi e di Anna Achmatova; c’è un elegante distacco dalle cose, un nitore degli oggetti posti a presidio della visione, una gentilezza dello sguardo che è il riconoscibile pegno della modestia, della misura delle cose che ci accompagnano. Poesia sofisticata e colloquiale, semplice e altera, elegante e misurata, prodotto di una voce, come dire, antica e modernissima, che ha la tristezza di un brindisi con la persona che non amiamo più e la gentilezza del commiato. La tristezza di un amore che si è disamorato e la gioia aurorale di un cielo azzurro.  Poesia di un congedo in punta di piedi come di chi non voglia disturbare i contemporanei assorti e immersi nelle distrazioni del presente sempre più confuso.

Un volantino, perché un manifesto mi pare eccessivo.
I manifesti stan lì, immobili, ad arricciarsi all’umido
a far le bolle alla pioggia, a deformare le facce.
La gente passa, ammicca e dimentica –
alla fine nemmeno li vede più.
Invece la mia poesia già la immagino
girare sui carrellini, infilarsi nelle buche da lettere
ed essere gettata all’ingresso di casa,
col resto della carta – però in ascensore,
che risale ai miei versi!
Un volantino che dona sorrisi in ascensore,
questo vorrei dalla poesia, col 50% di sconto.

*

Così sale un arcobaleno in quota
l’occhio è un mirino, a fissarlo non lo scorge –
inchiodato al cielo tra gola e vetta
come a immortalar se stesso.

Così sono io, l’occhio e il mirino –
il volo del gipeto che trafigge l’iride –
ospito domande immense nelle vene
senza arrestare lo schiocco.

Nulla è sublime più che attraversare il mondo
lasciandolo immutato.

*

Ci sono istanti di marzo che inducono all’attesa
e mi vedono scrivere, china, inutilmente –
il vento falso, qualche gemma impertinente
un fiore di serra acquistato l’altro dì.

Seduta, guardo fuori dai vetri
il giardino immobile che chiama –
un passo, uno solo basterebbe.

Di nuovo mi imbroglierà – chi non dimentica
un impegno per il primo cinguettio dell’anno, chi sfugge
al fiato mozzo guardando il dito che indica la rondine?

Io mi incanto anche nel niente, non mi serve un motivo
per volare – poi atterro veloce. Ci sono panni e pannolini,
minestre e cure che mi tengono occupata,
non è facile il mestiere del poeta al giorno d’oggi.

*

La rosa rampicante, ad esempio, non rispose più
inchiodata dal sole, fiorita di pidocchi;
nemmeno la lumaca passò indenne
sul marciapiede della bignonia in rigoglio,
secca nel prato la rigettò un calcio.

Non salvai nessuno,
la rosa, la lumaca – neppure la lucertola
sgranocchiata impassibile dal gatto –
accolsi quello sterminio di universo angusto;
quando cercai un arcobaleno a forzare i tempi,
aprii l’acqua del giardino in controluce.

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