Danilo Mandolini: “A ritroso”

a ritroso danilo mandoliniDirei  che l’aspetto rilevante del libro è quella attenta, meticolosa volontà di tenere il discorso poetico sotto controllo, registrato al piano basso con un tono assertorio e apatico; anche il lessico segue questa compressione che preme dall’esterno su ogni singola frase dei componimenti; il quotidiano c’è ma come svuotato, del resto la parola «vuoto» ritorna spesso e in trasversale in tutto il libro, anzi, si può affermare che tutta la produzione di Mandolini sia uno scandaglio del «vuoto» attraverso la presenza del «qui».

Questo andare «a ritroso», questo cinetismo retrogrediente è il movimento fondamentale della sua scrittura la quale non può avventurarsi nel futuro, nell’utopia, nel sogno, nell’immaginario ma è costretta a dimorare nel «qui», e poi a retrocedere verso un altro «qui» del passato, ma senza che tra i due «qui» ci siano dei ponti, dei collegamenti; ecco spiegati a mio avviso, gli inserti retrogredienti di cartoline provenienti da quel museo del quotidiano che tutti ci portiamo dietro, addirittura degli anni Sessanta: parole perdute e ritrovate dal quotidiano, sì, ma di un quotidiano svuotato, disincarnato, disidratato.

Anche il modus di giustapposizione del lessico appare sottoposto ad una disincarnazione, ad una disidratazione. Anche le parole «qui» e «altrove» rispuntano un po’ dappertutto nel libro che abbraccia una intera stagione poetica e di vita (1985-2010), ciò che confermerebbe le mie considerazioni.

Tuttavia, tra il «qui» e l’«altrove» c’è solo il «vuoto» (altra parola che attraversa in filigrana tutto il libro) e lo «sguardo». Se la compressione si rivela nella struttura in strofe dei testi, lo sguardo lo si può evincere da un oggetto che si lascia guardare e non da un soggetto attivo che osserva il mondo, così la partizione degli assi cartesiani dello sguardo non implica una prospettiva o un fondale del soggetto della visione, e quindi non si ha una fenomenologia dello sguardo ma soltanto una datità: lo sguardo non scopre nulla del mondo che già questo non dà, perché era già lì prima che intervenisse lo sguardo del soggetto. Non quindi sguardo indagatore ma osservazione priva di emozionalismi, a-emotiva. Tipica in tal senso la poesia a pag. 214 che si presenta come una descrizione oggettiva, una elencazione di cose viste:

Due facciate di uno stabile si fondono in una lunga riga verticale.
Su uno dei due muri c’è scritto “Anna ti amo”.
Le pendenze delle montagne, contro il cielo, tracciano linee quasi orizzontali.

Scendere di qui, verso lo spazio imprevisto del giorno, non è faticoso… Basta contare le scale… ad una ad una, fino a comporre l’arco irregolare di un passaggio.

Appunto, cose viste ma non vissute, come se l’Erfahrung fosse una entità del tutto conosciuta al soggetto che abita queste poesie. Poesie senza «ritorno», vita senza «ritorno» perché il soggetto non abita più il mondo e quindi non ha nessun interesse a svolgere una indagine né intrapsicologica né fenomenologica del reale: c’è il «vuoto» che abita la materia. È significativo infatti che l’ultima poesia (in prosa) del libro voglia quasi offrire una giustificazione, diciamo, filosofica a questo modo di procedere:

A guardia del non ritorno si pone una luce, uno sguardo a mo’ di guado per non varcare la
soglia, la retta che nel dolore ci conduce in gruppo.

Alcuni testi:

Provo a trattenere un po’ del tempo
che sgorgando cancella le parole.

Ora cado, mentre cado, con la pioggia
verso il basso disegnando questo giorno.

«Ricopriti lo sguardo!» fa un passante;
«A cucchiaio le mani sopra gli occhi.

Lascia che il buio sia un po’ luce,
che nulla t’impedisca di morire».

* * *

(i vivi di qui)

Scendendo le scale si lascia una traccia
che è come la striscia che il capo delinea
nel volgersi svelto contro un bagliore.

[è una pena lunga l’affanno degli anni
quella che solo si sente e nulla ci spiega,
quella che altrove compone deliri e certezze;
che fa gridare ai morti di non essere tali
e ai vivi di qui, di non voler mai morire]

* * *

La linea del fronte è un fossato
profondo la statura di un uomo.

Essa oltrepassa, ripida e netta,
lo sguardo stupefatto di adesso,
curva leggera, virando a sinistra,
verso il torrente appena ghiacciato
e dritta si scaglia, rotola incontro
ad un lampo subitaneo che scoppia.

È nel cuore incendiato delle città
che il conflitto spietato continua,
che ambigua si consuma la sfida
nello sforzo reiterato di capire
dove si trova il luogo in cui si perde,
quanto dista quello in cui si vince
e come si raggiunge quest’ultimo
senza profondere fatica alcuna.

* * *

Nulla compete all’essenza del caos
se non il fondo più spesso dell’eco,
la mappa organizzata in crepe
della parete che scricchiola a valle
per volontà appena espressa
del palazzo grigio che la contiene.

Il display segna l’angolo dell’ora,
la nera gabbia lo stringe in uno zero
ed il moto elettrico dei numeri
intrappola l’alta curva dei gesti
nell’essere alternato della luce.

* * *

Non si può per nulla immaginare
che luogo costruiranno le frasi
né sopra quali tetti, per morire,
lo schianto del fulmine terminerà.

S’aspetta un paese che respiri, qui,
che lasci il vapore di un alito
incessantemente impresso e vivo
sui vetri opachi delle vecchie case.

Intanto, dietro al profilo del viso,
i giorni vanno dal chiarore al buio
e dall’ultimo buio dell’alba viene
il buio denso e nero della notte.

* * *

E si sta aggrappati ad un’attesa
quasi come a cercare una forma,
un modo per asciugare i ricordi
sotto il sole acceso d’agosto.

Transita una nuvola sul viso
e non è grande abbastanza, il viso,
per raccogliere, oltre alla nostra,
anche la bocca socchiusa degli altri.

E gli altri ci guardano in bocca
aspettando un cenno d’affanno
e una prossima, vivida età.

* * *

(il mondo di dopo)

«Cosa farai quando non ci sarò più?
Chi ti dirà che dimenticando s’invecchia e che dimenticare, come ricordare, è necessariamente un istinto?»

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1 Comment

  • E’ come un sussurro la poesia di Danilo Mandolini , una eco che ci percorre e si espande come a colmare stanze vuote.Un colloquio tra solitudine e sogno sono i percorsi per le sue vie che spesso appaiono deformate come viste attraverso il vetro di una lente; perché lui il dolore lo ha visto da vicino violento e inatteso lasciandogli nuovi occhi e la consapevolezza di un varco improvviso ed accessibile. Il vuoto appare come una teca colma di memoria dove il poeta indugia e intinge la sua penna riscrivendo ” A ritroso” ogni notizia , ogni segmento del reale che proprio in questo vuoto itinerante trova la sua forza, come a cercare una traccia nella memoria del suo viso. Un bel libro di poesia che ho letto fino a consumarlo.

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