Gian Maria Annovi: “La scolta”

cover_scolta_Annovi.indddi Silvia De March

Alla fine del 2013 Nottetempo salva l’anno regalandoci una piccola plaquette d’autore nella collana poeti.com: la scolta di Gian Maria Annovi era già stata anticipata parzialmente su «il verri» nel 2009 e su successive antologie sulla poesia “giovane”. In questo panorama affollato, Annovi (1978) non è un nome qualunque ed è – osiamo – senza dubbi la promessa più coerente ed originale per la prima metà di questo nuovo secolo. Ha costruito la propria autorialità solidamente e sapientemente, scandendo raccolte coese, ostinatamente strutturate, accomunate, pur nella diversificata identità dei contenuti, da un’attenzione al reale, in particolare all’attualità, precisa e criticamente oggettiva. L’osservazione si modula spesso in immedesimazione, con tecniche di dimissione del soggetto lirico che trattengono il pathos in una scrittura algida, apparentemente neutra, che anestetizza i sentimenti in un dettato minimale e frastagliato di chiaroscuri.

La scolta prende spunto dalla guardia che avvia l’Orestea di Eschilo raccontando di aver trascorso un anno in attesa di un segnale, il fuoco su Ilio. La sua evocazione subisce una violenta attualizzazione trovando corrispondenza in una badante, di origine slava, che conviverà in un dialogo muto – per interposto autore – con la Signora, la propria “badata”. Insieme attraversano l’attesa di un segnale, la morte, che porterà al loro reciproco sparimento.

Un fenomeno ormai divenuto ordinario in Italia, per quanto recente, attraverso il filtro di Annovi trova un punto di osservazione mirato e delicato, capace di far presa su una polifonia di personaggi e di dimensioni spazio-temporali in poche pagine, sulle quali l’autore conferma una delle sue doti: lo slittamento prospettico tra personae così altre e distanti dall’autore senza perdita di tenuta nell’eloquenza.

La raccolta alterna i pensieri numerati de La scolta a quelli de La Signora e a inserimenti brevi dei vicini. La prima si esprime in un italiano sgrammaticato, ridotto ai minimi termini, eternato in un infinito presente e in un indicativo approssimativo; eppure le parole si stendono calibrate, mai slabbrate, composte nello spazio. I bisogni sembrano elementari: esistere. Soprattutto nella misura in cui la propria soggettività è stata annichilita in un processo di reificazione che comincia dal viaggio – letteralmente bestiale – dal paese natale e prosegue qui, in una relazione muta con la propria assistita o sotto le mani allungate di suo figlio.

E’ in questa reificazione che le due donne trovano inconsapevolmente il primo punto di comunanza: anche l’anziana, ex professoressa di latino e greco, è ora una cosa che sbatte le ciglia / che appena mugugna // un sacco di ossa e respiro // e lenzuola. Addirittura più interessante risulta proprio questo punto di vista, quello della vecchia italiana, un angolo acuto del “nostro” tempo occidentale in cui tutto – la vita – pare trincerarsi, degenerando nelle roccaforti dell’autodifesa instransigente, dell’egoismo, delle abitudini consolidate ed inamovibili. Percepiamo in modo ambivalente la coesistenza di un atteggiamento a tratti razzista e dell’impotenza di fronte all’ineludibilità della morte, personificata – ai suoi occhi – dalla badante: colei che si occupa e lotta per la cura della vita non può che apparire luciferina, a tratti anche superba nell’ostentare una freschezza sfiorita.

Il riferimento a Persona di Bergman, in una citazione nel frontespizio e nel testo La Scolta #5 – un film bianco anche / e nero – chiarisce l’evoluzione della relazione tra la malata e la sua infermiera in un rapporto simbiotico, come solo / una persona, e speculare.

Colpisce infatti il degradato background italiano che sfila appena accennato nei suoi tratti atavici: il defunto marito affiora nel ricordo delle vicine con una violenza avvolta di perbenista omertà; la mania di toccare i corpi ricade sul figlio; il vanto dell’umanesimo poco serve all’ex professoressa che prima si riparava al bingo, ora nell’aggressività contro una troia non italiana. La crudeltà, a tratti confessata, a tratti evocata, pare il liquido amniotico della Vita: il cielo è un focolaio / di cose fredde – stelle fisse senza più calore – viste dai ricami della tenda / da milioni di anni, gli anni dell’umanità.

Uno squarcio lirico non scontato sembra qui lasciare nessuna speranza; eppure, in extremis, sarà proprio la professoressa di greco e latino a riconoscere che una lingua prima definita calcata da un grosso bove, infine che s’innova e che / scalcia, possa rivelarsi una potenzialità – non solo linguistica – che scalza dal nostro domani / questo paralizzato italiano.

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