L’Aria n.8: appunti in prosa [2004-2011]

 

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il sogno è di una fiamma chiara e dice fammi divertire

ma non sapevo come.  dalla catena scherzosa e rotta in c. dei rapporti si esce: punta puntata, pietra scagliata, spaccare l’osso, colpire il cerchietto rosso e superbo – bello – e uscire. chi si identifica in Kate Moss non è mia sorella. c’è chi è nato senza un braccio e non dice di essere una specie. c’è chi lavora e non pensa di avere dei diritti.

l’anno scorso non c’era la luce elettrica. vendevo i libri. non scrivevo i libri, correggevo i libri. c’era una donna in casa, con i libri. allora tremavo: diceva «io non ti amo e forse non ti amerò mai». pietà di me, penso. pietà per la decadenza: io l’ho scelta, poi io l’ho sciolta. e dove andremo in vacanza?, in quale ristorante? ma qui mancava la luce e il telefono sarà staccato. allora volevo isolarmi. il bene che ci si vuole è generico, non è l’amore che strappa i capelli. e poi ne sono uscito. se parli ai rami teneri, bisogna avere pietà. qui tuona, cade la pioggia leggera e non barbaramente, ora sono le 23.13, basta.

 

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L’apprendimento c’è già stato, nel suo schema primo: la griglia mentale in cui si inserisce il materiale appreso. Per questo il nuovo fu. Nessuno Sprachgesang può restaurare – nessun entusiasmo può restaurare – il nuovo, né il vecchio. Il cervello accumula i dati: mi dicono che gli uomini – cioè i maschi – fanno così. Quante arie ha quell’opera? Tante. Quante? Voglio il numero. Ecco, l’uomo fa così.

 

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Identificare la notizia con l’essenza è ingiusto: il testo mostrerà quello che è, né PIù né MENO. Il non plus ultra sarebbe non firmare più le proprie pubblicazioni, per coerenza con la mistica dell’impersonalità: accettare di dissolversi completamente nell’etica del testo, senza delegarsi e senza manifestarsi. E allora uno è assolto? Da chi?

 

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Vostro padre non è potente, ma è ricco. Il mio non è mai esistito, se non per convenzione. Né il primo né il secondo possono capire una diversità sottile; e per questi padri non si è mai lavorato.

 

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Infatti dal primo proviene degnazione, per cui disprezzo; dal secondo disprezzo e fame. Né dal primo né dal secondo può nascere un’arte, o si può manifestare una tradizione già nata.

 

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Chi nascerà di nuovo si tradurrà in una condizione colorata e seria: niente è più serio di un gioco. Così ne nasce un enigma e una prosa poetica; o un koan: niente di più serio di ciò che non serve.

 

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io spero che le cose NUOVE siano AZIONI. ho visto che potevo fare molte azioni. e disegnare di nuovo. così le azioni sono cambiate e i destinatari sono diversi, un governo è debole, lo è il suo duce e va bene così: peggio per chi non si muove. perché altri siano forti, presto: nel senso che la vita, la corsa, sta chiarendo. la velocità dei prossimi tre mesi è la pace: oppure la gran gioia.

 

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Questo periodo (non tutto il tempo) assomiglia (non è) all’autodistruzione, senza il suicidio reale o simbolico che si voleva; cioè chiudersi in casa, senza le primizie di quel «vivere d’amore» che cerca gli altri e non cerca sé. Nei mesi che seguono, quei fatti non hanno per oggetto se stessi; non sono tautologici né ipocriti. Sono, prima di tutto. E questo vale come suggello e basti. L’ignoranza, che sembra innocenza, sembra il suo contrario, e neanche l’ignoranza serve, né la cultura.

 

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Le indicazioni sul luogo mancano, ma sono genovesi. Sulla casa mancano, ma è la stessa casa. Sul luogo anche; ma è una Liguria attraversata nella fascia di costa, da oriente a occidente. È la Liguria tipica e marina, quindi. Iuxta un’intenzione dura, ciò che è locale è abbandonato in quanto locale: soprattutto se è umano. Il paesaggio no: la sua onestà – come a Capo Noli, come sopra Corniglia – è ancora un punto di riferimento. Ne è comunicato il rigore, oltre al bello. E tu colpisci sempre in questo segno; e lo rompi, tanto è ripetuta l’azione. Da tanto tempo durano i movimenti della coda dell’occhio, i molti atti di fuga, più felici o meno.

 

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La coda dell’occhio vede una X dove sarebbe, ed è veramente, una bottiglia e un frutto lasciati al custode, per la notte, come suo pasto o per compagnia. Vede, nell’infanzia, facce di animali nel profilo dei vestiti che i fratelli lasceranno sulla spalliera delle sedie, in camera. Ha paura di dormire; ma quando dorme è felice, finalmente. Nessuno vede e non è visto fino al mattino che seguirà (o non seguirà?). Avere ricoperto di cera o di lacca o di garze un itinerario già affrontato, o semplicemente un oggetto, riguarda la giustizia: il packaging e la vernice sono una felicità particolare. Che si diffonde e sembra dedicata ai sensi, e ai sensi piace molto.

 

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A molti gesti non segue una voce, e quei gesti sono esclusi dalla storia, senza pietà. non «per timore del fuoco» (Giovanna d’Arco, prima di cedere e andare: in Dreyer); ma per la volontà chiara che prende e lascia, con forza.

 

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Un horror vacui e un memento mori uniti all’ironia spensierata. E l’iconoclastia verso molti maestri: sono o troppo tragici o troppo comici. Dove non si insegna più, bisogna fare per avere. E io non sono innocente: ancora questo scrupolo esiste, poi altri.

 

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Se una voce è eroica, il suo silenzio è vile. Ma vale sempre come considerazione di uno sforzo, per il tacere. Melìna che a Genova applica cuori di cartone e sparge cuscini a forma di cuore e usa il cuore come segno, parla in rima: Qui c’è sporco – – Lo inforco. Melìna regala la verdura e il pane. Da dove viene il cibo? Dai bidoni. E: o Cristo o pazzia; o entrambi. Purché il silenzio non venga troppo aggredito: quel silenzio serve, e la sua viltà è solo l’astensione dal rumore.

 

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Quello che non si può rappresentare seduce. Non riguarda tanto il silenzio quanto lo sforzo, per lo spettatore. E che lo spettatore sopporti.

 

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«Il tramonto d’ogni battaglia è sospensione dell’ANIMAZIONE» (Carmelo Bene). Vedi che sono larve, escluso il movimento, e il movimento è proprio degli animali.

 

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Restringere, o allargare, il campo, ex abrupto. Dissociare le opere dal contesto, e farle presto e bene. Prima di tutto il proprio campo, a seconda di contingenze minime: il tipo di lavoro, il tempo sui mezzi di trasporto, il tempo dedicato alla voce nel telefono: quasi sempre femminile, quasi sempre in stato di necessità. E tu offri un ascolto che sembra carità; e più passa il tempo, più questo sforzo è una pena per te. C’è troppa reclusione nella tua carità, perché è pubblica; e molta chiusura anche nel tuo silenzio amatissimo; non ne esci, se non a tratti; e ciò che è prezioso è tranquillo (i viaggi continui sono tranquilli, perché sono giusti).

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1 Comment

  • queste prose sono sporche. non sporche di realtà, come quel modo orribile di dire “mi sporco le mani”. no. la realtà non sporca, oppure siamo tutti sporchi. sono sporche di un’impostazione che sto cancellando da me: l’astrazione, cioè la disperazione dell’intelligenza. tutto questo riceverà altre forme, altri suoni, altri accenti e anche altri contesti. perché non sono un poeta della poesia, ma – ancora una volta, e sempre di più – il bambino che non ha giocato e il personaggio dell’incubo in cui *manca un esame alla laurea*. riscriverò tutto, con cura. farò la traduzione – cioè l’alchìmia. non scriverò più su PPP, l’unico autore italiano – insieme ad Amelia Rosselli – che mi abbia veramente preso l’anima. gli altri li ho solo letti, amati, imitati, l’anima non ne sapeva niente. devo uscire dal giro in cui mi sono costretto. quindi mi scuso qui con chi leggerà ciò che è e non-è ancora. solo il discorso primo, sulla fiamma chiara, appartiene al vero io. poi anche gli altri. ecco l’ultimo appunto sull’Ambiguo, che *non* risolve l’ambiguità: http://rebstein.wordpress.com/2011/12/20/ultime-glosse-sullambiguo/

    dopo di che, viene tutto il *resto*, un po’ di distruzione e un po’ di festa.

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