un tale, una tale – tra oralità e scritture n.12: Oralità e Poesia, di Biagio Cepollaro

 

di Biagio Cepollaro

La dimensione orale del testo poetico non è un accessorio ma è consunstanziale alla natura del testo stesso che è una perfetta sintesi di immagine, suono e senso. Sono convinto che l’approccio contemporaneo alla poesia si concentri soprattutto sul senso (o sul non senso) perdendo di vista sia la capacità di visualizzare le immagini che di ascoltare i suoni: la versione accademica della poesia, insegnata nelle scuole e nelle università, è scoraggiante.

Per queste ragioni ho sviluppato il metodo didattico della ‘poesia integrata’ che integra appunto queste tre dimensioni abituando una persona ad ‘eseguire’ il testo sia come immagine (con l’intensità e la precisione della visualizzazione) sia come suono (facendo risuonare le consonanti e le vocali come vera e propria materia sonora). Notizie su tale approccio sono reperibili a questo indirizzo.

L’inscindibilità di suono, immagine e senso comporta che esasperare uno solo degli aspetti può originare esperienze interessanti ma comunque in qualche misura riduttive rispetto alla pienezza della poesia. Ecco perché la poesia sonora, nelle sue diverse accezioni, tranne poche eccezioni, è spesso più utile per ricordare lo spessore fonico-simbolico del testo che per produrre opere rilevanti sul piano estetico, e ciò vale anche per la poesia visiva e concreta. Anzi lo sviluppo di queste tendenze lo si deve proprio alla mancata comprensione della complessità del fenomeno poetico a cui accennavo. Lo sviluppo della poesia non-lineare esprime proprio la parzialità con cui ci si è avvicinati al testo poetico che per sua natura è già, in un certo senso, opera totale. Nell’epoca del digitale è possibile offrire la poesia in un contesto di ‘oralità secondaria’ come direbbe Ong. Ecco perché internet ha reso visibile ma anche moltiplicato la presenza di versificatori. L’epoca digitale col suo ritorno all’oralità, sia pure secondaria, ha liberato la poesia  dalla prigione della stampa e dalla lettura silenziosa che ne aveva mortificato le virtù e le forme come un corsetto troppo stretto per una donna florida.

La mancata comprensione di questa ricchezza della poesia che vive di corpo fonico oltre che scritturale ha fatto oscillare la fruizione tra la noia di letture pubbliche  ‘inconsapevoli’ e la volgarità della spettacolarizzazione degli slam in cui conta l’effettaccio teatrale che non è lo specifico della poesia …


Foto di Dino Ignani

Biagio Cepollaro, poeta e artista visivo, è nato a Napoli nel 1959, vive a Milano.

Poesia:
Le parole di Eliodora, Forum/Quinta generazione, 1984.
Scribeide, Manni, 1993; Luna persciente, Mancosu, 1993 e Fabrica, Zona, 2002 costituiscono una trilogia dal titolo De requie et natura.
Versi nuovi, Oedipus, 2004.
Lavoro da fare, e-book, 2006. È stato co-fondatore della rivista Baldus (1990-1996) e promotore del Gruppo 93.

Arte visiva
Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, 2008, raccoglie immagini e testi poetici relativi all’omonima mostra di pittura tenutasi presso “La Camera verde” di Roma nel 2008. Nel fuoco della scrittura è anche il titolo delle sue esposizioni a Napoli (Il filo di Partenope, 2009), a Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) e a Milano (Archi Gallery, 2009).
Da strato a strato, introduzione di Giovanni Anceschi, La Camera verde, 2009. 21 immagini di opere e 21 stanze di un poemetto, oggetto di una mostra  all’ Antiquum Oratorium Passionis della Basilica di S. Ambrogio a Milano, 28 gennaio 2010.
La Cognizione del dolore. Otto tele per Gadda, La Camera verde, 2010. Testo della mostra presso La Camera verde di Roma del 16 ottobre 2010.
Del 2011 sono le mostre milanesi  La materia delle parole, catalogo a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon; L’Intuizione del propizio, Officina Coviello e la collettiva da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, ex chiesa S. Carpoforo.

Attività sulla rete

Dal 2004 aggiorna il suo sito www.cepollaro.it che funge sia da archivio per la sua opera sia, tra i primi in Italia, da riferimento per l’editoria elettronica di poesia (ristampe di testi rari, usciti tra gli anni ‘60 e ’90, e pubblicazione di  inediti). Il blog dal 2003 è www.poesiadafare.wordpress.com
Per l’arte è attivo dal 2008 il blog Cepollaroarte’s Weblog (http://cepollaroarte.wordpress.com).

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2 Comments

  • Caro Biagio,

    ti ringrazio per questa riflessione sul ritorno all’oralità che libera la poesia. La condivido appieno.
    Tranne in un punto, quello sullo slam.

    Non perché ne sia fanatica, ma proprio perché la prima volta che ho visto un poetry slam in Italia ne rimasi “imbarazzata.
    Lla poesia trasformata in un cabaret?
    Uno spettacolo d’intrattenimento?
    Lo sfruttamento della poesia?
    Mi aspettavo l’isola dei poeti dopo quell’inutile show di basso profilo a cui avevo assistito.
    E non mi spiegavo il perché proprio io, che cerco la sperimentazione, proprio io che perseguo quotidianamente la diffusione di un’arte che ha una tale forza da essere costretta nei “circoli” chiusi e controllati, proprio io non condividessi tale forma.

    Finché non sono andata nella terra d’origine del Poetry Slam e mi sia imposta di assistere ad uno slam americano.

    Mi si aprì un mondo! L’oralità trionfava
    E non solo perché avevo trascorso due ore ed isolati di coda in mezzo a una quantità indescrivibile di giovani e ragazzini. Ma perché entrando in quel tempio della poesia “aloud” fui travolta dalla semplicità quoditiana che l’arte poetica orale concretizzava.
    La poesia negli USA, in Germania ed in tutto il mondo mi ricondusse proprio a quelle immagini medievali che tanto mi spingevano a ripercorrere con performance come “carovana dei versi – poesia in azione,” la diffusione della poesia, ripercorrendo l’aspetto orale di Ida Travi.

    Ne volli vedere altri anche in Italia per capire perché in questo bel paese riusciamo a ridurre tutto in poltiglia, a far perdere valore ad ogni cosa preziosa.
    Bene, oggi, dopo tutti questi anni, mi rendo conto che non è lo slam a volgarizzare la poesia, ma sempre e solo questo familismo amorale italiano che riduce la poesia, come ogni aspetto della nostra vita, a qualcosa di famiglia.

    Se non si riesce a perseguire la “perfetta sintesi di immagine, suono e senso” è solo perché il controllo della parola, ed ancor più di quella poetica (la cui forza è innegabile) è talmente tanto diffuso e si insinua in ogni aspetto da ridurre anche la poesia a qualcosa di “nostro”, dove chi vuole entrare, deve assoggettarsi ad una sorta di rito di iniziazione dei circoli e circoletti da cui poi non puoi più affrancarti, perché altrimenti ti senti inquisire “ah! tu stai da quella parte, non stai più con noi?”

    La “ricchezza della poesia che vive di corpo fonico” non può essere ridotta alla spettacolarizzazione che i più (in quanto più perché son sempre più coloro che usano la forma poetica) inseguono. Anche lo slam, se rispetta le caratteristiche che Smith ci ha tramandato, non diventa volgare spettacolo d’intrattenimento, ma forma di cultura partecipata il cui punto è solo la poesia e mai il poeta.

    grazie per questa condivisissima riflessione.

    ombretta diaferia

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