Ormai lo sanno anche i sassi sordi: i lettori di poesia scarseggiano più dei dodo e degli unicorni.
In compenso, i poeti – nonostante pare sempre stiano lì lì per estinguersi in massa tipo i dinosauri – inspiegabimente si salvano in extremis di anno in anno, prolificando come dei panda in piena espansione demografica, oppure resistono alle intemperie della vita più dei fossili, dando libero sfogo alla loro incontinenza verbale nonostante i terribili problemi (?) che tediano l’editoria.
Questa la “quaestio” poetica riassunta in poco più di 70 parole.
La “lectio” è stata la lettura, giusto prima di Pasqua, della “prima ricognizione” di poeti nati negli anni ’80 proposta da Luciano Mazziotta su PoetarumSilva e, una settimana prima, su UniversoPoesia, di una recensione di Elisa Vignali sulla antologia La generazione entrante di Matteo Fantuzzi.
Ora, dopo essermi concesso il lusso della “meditatio” (pratica alquanto trascurata dai surfisti del web, vedere molti dei commenti al Mazziotta per credere), mi concedo l’ulteriore lusso di una postilla alla “disputatio”.
Come suggerivo qualche rigo fa, se le centinaia (forse migliaia) di poeti sono in via di estinzione, i lettori di poesia sono ormai una figura mitologica: esseri abominevoli con la schiena curva, chini, quasi rattrappiti, su dei fogli macchiati di inchiostro e due fondi di bottiglia sopra gli occhi etc.
Dunque: a che pro una antologia? potrebbe uno dire.
Principalmente per due ragioni:
a) un lettore di Dan Brown, Alberoni, dieta di Duncan e liste della spesa potrebbe sbadatamente inciampare su una di queste antologie di poesia messe sotto lo scaffale traballante che regge le pile di Faletti e, credendo trattasi di una bizzarra antologia di racconti, potrebbe portarsela a casa ignaro di ciò che lo aspetta;
b) bisogna pur cominciare da qualche parte la selezione dell’offerta rispetto alla domanda – un po’ come abbiamo fatto con l’acqua ed altre futili risorse primarie, decidendo che africani e gran parte della popolazione orientale ne ha meno bisogno.
Dunque è bene che si facciano antologie (e controantologie). Anche se non le legge nessuno. Anche se rischiano di essere più corpose di una Treccani per il numero di poeti potenzialmente antologizzabili. Anche se le famiglie degli editori (cugini in terzo grado inclusi) hanno già gli scaffali pieni.
Fare antologie è bene, anche se l’unica cosa che riescono a fare è far parlare di sé – almeno così sentiamo delle voci e possiamo contare i superstiti nel buio.
Ogni antologia va rispettata, indipendentemente dalla sua buona o cattiva riuscita, poiché rappresenta una scelta e, in quanto tale, ereda il coraggio e la responsabilità di chi l’ha compiuta.
Sempre ci sarà una esclusione o un inserimento di troppo – vedi i commenti al post di Mazziotta, ma anche le discussioni sulla Poesia modernista di Linguaglossa o le accuse ai Poeti Anni Zero di Ostuni, solo per fare gli esempi più recenti ed eclatanti. Ma è proprio questa incompiutezza, questa imperfettibilità figlia della scelta ciò che differenzia una antologia da un elenco del telefono.
Per questa ragione, ciò che io discuto, qui e in questo caso, non è il contenuto (criticabile o condivisibile non importa), quanto piuttosto il metodo: se c’è una cosa di cui sono molto convinto è che fare una antologia dei nati negli anni X è un grosso(lano?) errore – molto di moda, a quanto pare.
Per quanto mi riguarda, una antologia è uno strumento della critica e, in quanto tale, non può essere fondata su un presupposto anagrafico che di critico non ha nulla – (se poi vogliamo fare a tutti i costi le antologie dei “nati nel”: che qualcuno, santo cielo, ne faccia una dei nati negli anni 50 e 60 prima che muoiano o gli venga l’ Alzheimer). È un po’ come antologizzare i poeti con i capelli rossi, o i poeti che non hanno mai comprato un libro di poesia (tranne quelli della Merini con il Corriere).
Che senso ha? Che criterio di selettività è l’età congiuntamente alla pubblicazione su rinomate riviste e partecipazioni ai reading letterari? Mazziotta non me ne voglia, però più che criteri critici di antologizzazione i suoi somigliano molto ad un annuncio di infojob (“Giovane sveglio e volenteroso, massimo 30 anni con 5 anni di esperienza”).
È pur vero, però, che le intenzioni del “ricognitore” non hanno “pretesa normativa né canonica” e per questo la ricognizione non segue “nessuna norma antologica [...] né tanto meno di “linea”.”
Mazziotta dice esplicitamente che “non si è affatto tenuto conto del gusto di chi sceglie, cercando di non reiterare quel processo messo in atto dall’antologia di Loi-Rondoni, che, unanimemente, in questo blog, consideriamo un pretesto poco affine con la critica letteraria, e un lavoro poco condivisibile. Il valore di questo post vuole essere esclusivamente strumentale”. Ma strumentale rispetto a chi? a cosa? Che funzione svolge? È un elenco del telefono oppure un suggerimento di lettura? uno strumento critico o un “blogroll” dei poeti?
Sinceramente non credo che Luciano – che è una persona colta e intelligente – abbia voluto stilare un elenco telefonico dei poeti nati negli anni ‘80 perché, come direbbe Tenco, “non aveva niente da fare”. Nemmeno credo sia una operazione massonica messa in atto sotto le mentite spoglie di un innocente post su un blog.
Piuttosto, credo che il suo sia stato un modo come altri di colmare la mancanza di riconoscimento di una generazione, da un lato schiacciata dalla ingombrante imponenza dei “padri storici” della letteratura, dall’altro intimorita da una contemporaneità molto poco accogliente e poco o per nulla disposta a cedere gli scarsi spazi disponibili.
Lungi da me il tentativo (o la tentazione?) di alimentare un vittimismo senza ragioni della generazione cui appartengo, mi pare comunque un fatto il fatto che non ci fila tutto esattamente liscio come l’olio. Allo stesso modo, però, è un fatto il fatto che ogni generazione ha avuto le sue difficoltà, ciascuna venendone fuori o affogandoci dentro secondo il proprio stile.
Dunque la mia proposta è la seguente: non smettiamo di fare le antologie, però cerchiamo di limitare l’uso smodato del politically correct, della oggettività a tutti i costi, della asetticità delle preferenze e delle affinità (che ci sono, esistono, e con cui prima o poi bisognerà imparare a convivere), della neutralità delle posizioni e delle passioni.
Cominciamo a decidere – decidiamo – il nostro stile, come vogliamo venirne fuori o come scegliamo di affondare. Cerchiamo di offrire alla nostra generazione una personalità prima di volerla antologizzare. Compiamo scelte, sbagliamoci. Critichiamoci, appoggiamoci, imitiamoci. Distinguiamoci, includiamoci, escludiamoci. Facciamo tutto e il contrario di tutto però facciamolo responsabilmente, buttando il sasso e mostrando la mano gridando “sono stato io” e senza aver paura di farlo. Altrimenti, come direbbe Amelia Rosselli:
A che serve il mio essere di paglia
se tu non vieni con la forca a spostarmi? Se
tu non vieni con le pinzette a spostarmi? Con
le pinzette della violenza a pregarmi, a spostarmi,
a sposarmi?
(La libellula e altri scritti)
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