Milo De Angelis: ‘Quell’andarsene nel buio dei cortili’ – una nota di Lorenzo Chiuchiù

 

di Lorenzo Chiuchiù

Era buio. Il centro di agosto era buio
come il corpo nudo. Non potevo
trovare riposo né movimento: solo il battere
del sangue sulle labbra. Il buio
giungeva dal respiro aperto, dalla freccia alata
che entra nel mondo. Il buio
era lì. Era lì, nel vertice
della prima caduta, era me stesso,
questo freddo che, oltre i secoli, mi parla.
(p. 11)

 

La poesia di Milo De Angelis è sempre un’epifania e una catastrofe: apparire – nel senso forte di phainestai, di imporsi al visibile – di un tempo aionico, assolto dallo scorrere e segnato dalla sua indeducibilità; e catastrofe di questa eternità caduta nel tempo fino ad esserne ferita. L’eterno che appare al poeta non è l’inconcusso, l’eterno di Milo De Angelis può morire, e muore in un gesto, in una luce mentale, in un «cielo che nasce / in ognuno di noi» (p. 14) e che con noi tramonta.

Il buio è il luogo dove si congiungono e si combattono all’ultimo sangue la biografia e la fine di ogni storia, spazio nel quale accade l’irreparabile e la grazia: «feroce ordine dei canti» (p. 47) e «bacio / tradotto da una spina» (p. 51).

Il buio non deve dunque essere assimilato né al simbolo (almeno al simbolo così come è stato inteso, ad esempio, nella glaciazione della lirica mallarmeana, forse differente sarebbe il discorso per la sfera tautegorica del simbolo orientale), né tanto meno all’archetipo. L’origine della voce poetica con il suo «respiro fratello e nemico» (p. 15), la sua disappartenenza tanto alla vita quanto alla morte, non affonda nella costellazione, nonostante tutto rassicurante, del simbolico né emerge dalla polisemia dell’archetipo.

In Milo De Angelis il buio – così come il sangue, le ombre, l’inizio – conduce a una specie di acmeismo esistenziale e insieme mitico che precipita la solitudine irrimediabile del poeta novecentesco nell’«antichissima notte» della Grecia dei Misteri o nel cuore della follia, dove una volta per tutte si è visto che ogni opposizione si sfigura risucchiata in un gorgo e che dunque nessuna dialettica arriva all’essenziale. Ecco la particolarità dell’inaudito di Milo De Angelis, ecco la sua oscurità. Oscurità che non è un invito all’investigazione e che non ha perciò parentele né con la Schwärmerei che accumula impressioni né con il surrealismo e le sue ascendenze psicanalitiche.

Il buio è qui la voce del destino, non della coscienza: «Vicina all’anima è la linea verticale» (p. 14). La prossimità fra la linea verticale e la psyke – farfalla che attraversa la morte, respiro e identità personale – è icona della responsabilità del singolo per il destino. La linea verticale è la semiretta del destino cui De Angelis fa riferimento in Poesia e destino: «una semiretta verticale contrassegnante il punto da cui parte il cammino verso l’alto o verso il basso. Il destino diventa questa semiretta, trampolino dell’inabissamento o del volo» (p. 28). È «l’eternità spezzata» di Hebbel che da un punto esatto – la mia vita, la mia parola, l’assoluta responsabilità anche per ciò di cui mi illudo di non esserlo – fa nascere il «cielo in ognuno di noi» (p. 14) e insieme l’inabissarsi del «non siamo tornati mai più» (p. 69).

«L’infinito appare nel poco», ma anche «tutto / è consegnato all’evidenza / della fine» (p. 28).
Gli «attimi imperfetti e interrogati» (p. 9) appartengono a un tempo generato interamente dall’impatto tra telos e contingenza: il tempo tragico non è un sostrato nel quale accadono gli eventi, ma è l’esito di un telos che ritorna sui propri passi e che lo genera. Come dire: la profezia e la mantica non descrivono ciò che accadrà, ma creano l’articolazione complessiva delle estasi della temporalità (ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà).

Come le sorti gettate sono enigmatica figura del telos, e non una sua anticipazione, così le parole del poeta dipendono dalla legge sconosciuta che lo ha nominato: «Come rispondere all’immenso?», il “come” è proprio il tempo umano; se «solo ora, come un grido, mi raggiunge» (p. 52) significa che esso era prima che l’uomo fosse e che l’uomo è temporale perché investito dal telos. Si tratta di dire la «frase che, penetrando / nella ferità più buia, la fa sua, la guarisce, l’aggrava» (p. 15). «L’ultima frase sfiora la prima»: l’ultima frase è la stessa pronunciata dalla «sola e grande morte» (p. 20). La voce del poeta confonde i tempi storici per fedeltà al tragico: l’eterno presente «di voi che siete stati morti» rende indecidibile la realtà o l’illusorietà dei tempi mondani.

Tutta una vita, nell’istante, può mostrare la sua illusorietà («l’assenza di destino, il dysmoron, è la nostra debolezza», scrive Hölderlin), oppure può incendiarsi, ascendere e incontrare «gioia e fine avvinghiate» (p. 67).
Allora «ogni frase / diventa linea perduta, annuncio di una volta» (p. 27), perché «nessuno sapeva se la vita era immensa / oppure niente» (p. 26).

(a cura di Nicola Borletti. di Lorenzo Chiuchiu su “Blanc de ta nuque”)

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1 Comment

  • Ammirevole questa riflessione di Lorenzo Chiuchiu. C’è seria densità di pensiero. C’è finalmente qualcuno che non si ferma in superficie.

    Maria

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