Altre Voci n.5: Le dotte glosse


Bruciare l’acqua

Alessandro Polcri

2008, 64 p., brossura

Edizioni della Meridiana (collana Tutt’altro. Poesia)


passeggiando tra i versi, come l’autore tra le stanze della casa.


Il libro dichiara, fin dai primi testi, un viaggio nella conoscenza varcando le porte della casa, fauces, e prendendo atto che “ogni gesto è brevettato/dalla natura del mio diennea”. Per cui “nemmeno la visione è concessa”. Abitare il tempo è esperienza relativa all’essere, alla sua natura provvisoria e finita. Egli può solo girare intorno al vetro, “condurre l’ispezione in trasparenza/davanti, dietro/e ancora avanti”.
Le parole, di conseguenza, non possono proclamare l’universalità della conoscenza; chi scrive traccia “un cerchio sul bianco/foglio come usavano in antico/i geomanti sulla rena/ e (butta) lì parole e le (assedia) col pensiero/per dar loro una forma che tenga”.
Eppure, in questo creare incessantemente un senso limitato, c’è la fiducia che il poeta riserva al linguaggio degli uomini, in quanto “fuori del segno non c’è/commistione di verbo e di significato/ma solo il guizzo fonico prenatale”.
Questa la premessa del viaggio; sulle soglie della casa.

Siamo, ora, in prossimità della fonte: puteal. Acqua, dunque, fondo, che non si  lascia vedere. Ecco il risveglio e il primo lavorìo della mente desta che, nel dormiveglia, comincia a sentire sensitivamente il mondo, il senso del mondo: aggiungere giorni ai giorni.
E ancora la sconoscenza dell’esperienza: immagine/pensiero per spiegare il sottile vento che fa muovere la fiamma della candela; per riconoscere che “tra le cose avviene quotidiana/una speciale intesa/indifferentemente al mio partecipare”.
In funzione del soggetto/poeta, con una partecipazione della parola alla malinconia leopardiana, accade questo: “tremano le mie mani/quando noto che nulla ho compreso/dello strano furioso tempo/vissuto intensamente”. “Mi guardo intorno/e mi sento proprio/come il pescatore in attesa,/dallo stento salto del salmone,/dell’ambìto segnale che può cominciare”.
Non è, questa, una poesia che dichiari; piuttosto che attende, senza offendere la cosa. La cosa, qui, è totalmente dentro la biologia della creazione, “il fiato corto della mucca,(…) il torto tronco della quercia/ (…)”, l’indifferenza della “mano di una statua perfetta”.
Ogni cosa esiste semplicemente perché occupa spazio, si disloca nello spazio/tempo e nei rapporti prospettici con l’uno e con l’altro da sé. Le stesse cellule “urlano al vicino: – fammi spazio! – .”

Ecco, allora, finalmente, la funzione della scrittura:”Non è questione di arte musiva,/è un’incursione che profonda giunge a profanare/quello che credevi fosse in ordine perenne”. La scrittura, insomma, smuove la beata ignoranza del gregge; lo porta ad esistere; a exsistere.
Niente di astratto, anzi. La scrittura è come “nell’Inverno la boccata di un tabacco buono/come il caldo che rimane nella bocca;/in fondo è anche un dono/(sfuggito al suo mittente?)/è forse qualcosa/destinato a qualcos’altro/qui caduto malamente”.
Rimane, può solo rimanere vicina alle cose proclamando la sua ignoranza, così come ignorante è il corpo/poeta che, anche se si aprisse come un fico ed espellesse le proprie ossa, non potrebbe abbracciare niente “di più grande di un’aiuola”.
Siamo ignoranti, insomma, per lo stesso “buio/che ospito e divido colle mie interiora”; fin dalle origini, attraverso quella barriera che ci racchiude e ci separa dal mondo, non si sa se per proteggerci o separarci dalla conoscenza.
A questo monologo silenzioso,  a tu per tu, sullo stato delle cose, si affianca, a un certo punto, la descrizione di un vasto corpo – leopardianamente, forse, il grande gigante naturale che non si può veramente descrivere –  Neanche Dio, e soprattutto lui, può sottrarsi alla libertà della mente raziocinante. Eccoci all’esperienza del peristylium, dove la vita nascente è sottratta al suo pensiero, e dove “solo il seme seminato vi si lascia vivere/per poi ergersi al di sopra/gettando roco l’ombra che discaccia/il freddosangue viso di quell’ospite/osteso sul vuoto senza forma/che ha generato silenziosa vita”.
Vita animata, o animante, che dopo i fasti della putrefazione torna al suo inizio: la goccia cadente, noi che torniamo alle acque, le foglie morte e resuscitate. La parola, qui, al bivio del pensiero, sta alle cose come le cose stanno alla loro sostanza: “T’accorgeresti forse/del vento se non fosse/per la foglia,/o il ramo, che si flette/mansueta al colpo?/o del pesce muto sul suo fondo/se non s’aprisse improvviso tra le piene/dune d’acqua il gorgo/a illuminare netta/la branchiata schiena?”.
A differenza dell’animal de fundo, insomma, che vive di per sé, ha piena vita  e sostanza del suo essere in altra materia e realtà, questo di Polcri non può vivere senza l’atto dell’essere rischiarato, portato alla luce dal pensiero. “SOTTO LA COPERTA DELLA TERRA IL CORPO/E’ RAGGIUNGIBILE DAL PENSIERO E DALLE LACRIME”.
La sostanza delle creature, proprio in quanto substantia, è immemore, e non ricorda. La sostanza, in effetti, lavora, e deve continuare a lavorare per essere, mentre il pensiero si costruisce sugli scarti temporali, sul lusso, sull’incremento che genera surplus senza il quale una forma alta di costruzione non avrebbe tempo di esistere.
“Si ricorda forse il ramo/del flusso che lo ha attraversato/poi che il vento si è acquetato?/o la riva del fiume/trattiene ancora tracce della carezza delle acque?/(…)e tu, che sei compagno,/quando sollevi la tua testa dalla gogna/ti rammenti mai di esser nato schiavo?”.
Non si salva nemmeno la libertà del sogno in questa crudelissima riflessione sull’inconsistenza della forma: “ma come in sonno della morte/l’apparenza è tradìta dal respiro,/così pure in veglia è tradìta dal pensiero/l’apparenza del senso”.
Non chiedere, sembra essere la vera missione della parola; non chiedere ma lavora. Non lasciare le cose allo splendore della loro ignoranza, anche se nessuno è mai riuscito a trovare l’intero: “Non sono mai stanco/dell’oggetto informe che chiamiamo transeunte/malgrado che le dotte glosse/aggiunte allo scartafaccio ritrovato/non restituiscano la verità originale”.

L’ultimo spazio di questo viaggio, Exedra, permette il realizzarsi di piccole parusìe del divino: sempre percepito, come nelle tradizioni occidentali, come eco, fruscio, voce presente ma discosta, fantasma della stanza più intima e impenetrabile, e forse proprio per questo, difficile a raggiungere. E dove troviamo una descrizione sorprendente della divinità: “A te (divino, lo so) qualcosa è accaduto/a me (solo mortale, lo sai)/qualcosa più in là accadrà”.
Divino come antitesi allo stato dell’umano, (a me) non per quantificazione dell’immane avere, ma per qualcosa che è accaduto e che a noi deve ancora accadere. Dell’umano, dunque, si proclama lo stato di dolorosa sostanza, e del divino la sua presenza/assenza; ma anche l’atto estremo dell’esserci per volontà – il mondo è, suggestivamente, evocazione del divino, esiste e non esiste nelle interruzioni di un pensiero altro.
Ma anche: dio lascia un’impronta. Noi saremmo gli archeologi del suo senso sempre sfuggente, gli animali evocati e nostalgici di  un viso che non conosciamo più.
La stanza, dunque, è abitata da divinità nascoste dietro le tende, entità maschili e femminili, evocate utilizzando l’apparato storico immaginifico che le caratterizza: il dio numinoso senza nome del vecchio testamento; la dea nata da conchiglia; la signora del letto, lei; il portatore del dono della parola che nomina, lui.
In questa stanza, la confusione dell’inizio cerca di raschiare e incidere “proprio come quando/intravedi la corrosa scritta sulla sabbia,/ed è magico immaginare che il limen della terra sotto all’acqua,/quando l’onda si distende, si ricopra/perchè profanato da quel carved message,/impuro nimbo in petto a Poseidon,/fàtica eresia consegnata alle correnti/risucchiata come un bimbo nel suo letto/sotto le coperte accartocciate”.
E se niente è inciso, rimane la superficie, “la terra che calpesti/dove sei invitato a intra-leggere/i disegni, le ombre e il trascolorar di sogni.”. Calpestare, perchè possa affiorare qualcosa che è nascosto. Prima o poi…forse.
O rinascere, come in questa bellissima immagine di anima rifiorente:

 

Anche il bulbo curioso
è ora evaporato, estroflesso,
fuori della cassa armonica
dei pensieri, del teschio luccicante
che riflette luce e fa volume inutilmente.

Tra la sabbia e le zolle
si è disperso un uomo intero,
ma l’anima, tornata in superficie,
s’accartoccia ancora nello stame del fiore
e sboccia silenziosa
in colore esalata in corolla,
in profumo.

 

Mi si chiarisce improvvisamente il procedimento compositivo di questi testi: immagini di pensieri. E’, in effetti, questo libro, uno dei più densi e dotati di senso che mi sia capitato di leggere ultimamente;  attraversato da un pensiero che, per schiudersi, ha bisogno, appunto di immagini vive, spesso tratte dall’intimità di una casa, dai gesti che compiamo tutti i giorni, dall’osservare i minuscoli avvenimenti, le minutissime cose che compongono il senso generale di tutto il cosmo. Parola filosofica e parola che comunica, innestandosi nella malinconia quotidiana dell’ignoranza nostra. Nella presenza di un’Assenza.

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5 Comments

  • Caro Leopoldo
    grazie dell’attenzione e delle parole. Il libro può essere ordinato su IBS o in libreria oppure scrivendo una email a
    Massimiliano Palloni delle edizioni della Meridiana
    redazione@edmeridiana.com
    Te lo manderanno in contrassegno.
    un caro saluto a te e a Sebastiano che ringrazio per la finissima recensione.
    Alessandro

  • ciao Leopoldo. Crtedo che il libro sia alla seconda ristampa. Magari Alessadnro ti legge qui e ti fornisce indicazioni. Comunque l’editrice dovrebbe avere un sito. Grazie della lettura. Sebastiano

  • Una lontanissima “cassa armonica” magrelliana non impedisce al testo proposto di entusiasmare qualsiasi lettore di poesia . Altrettanto convincente ( e convinta ) la presentazione di Sebastiano . A questo punto gli chiedo , ove possibile , tramite l’Autore , di farmi avere contrassegno il libro .
    Vi ringrazio molto

    leopoldo

    Via delle Alpi Apuane , n.22 00141 Roma

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