La fortezza del territorio, i clandestini e la rottura dei margini

 

di Fabiano Alborghetti

(La fortezza del territorio, i clandestini e la rottura dei margini – riflessioni ai margini della scrittura del libro L’opposta riva., Verifiche n. 5 – Novembre 2007)

Dal 2001 alla fine del 2003 (volendo scrivere ciò che diverrà il libro L’opposta riva , LietoColle 2006)  sono stati dei nonluoghi che ho vissuto di persona, inseriti nel contesto urbano e però assolutamente invisibili, non frequentati, non riconosciuti: in quel periodo ho vissuto con i clandestini (di cui le cronache quotidianamente ci aggiornano) e i miei nonluoghi (prendendo a prestito un termine coniato da Marc Augé) sono stati le fabbriche dismesse nelle estreme periferie, gli orti nascosti a ridosso della ferrovia o lungo i fiumi che scorrono nelle estremità dimenticate delle città, centralissimi appartamenti popolati ogni notte da 20, 30 persone che pagano in nero una cifra fissa per avere un posto letto non garantito la notte dopo (chi prima arriva meglio accomoda), le code in strada di notte aspettando l’apertura delle Questure per il rinnovo del permesso di soggiorno, gli angoli dei cantieri edili dove si raduna la manovalanza dove un Kapò sceglierà  – pagando a nero – un manipolo di schiavi a giornata

I luoghi che noi viviamo non sono gli stessi luoghi dove vivono i clandestini, anche se paradossalmente contenuti nel medesimo ambiente. Sono invece contenitori a compartimenti stagni, frazionati per invalicabili confini: alcuni dovuti all’estrazione sociale, altri alla cecità, altri ancora per fisico posizionamento (si consumano i luoghi consueti e raggiungibili da intento).
Spesso accade però una sovrapposizione che genera una frattura tra i confini conosciuti: quando il clandestino abita per passaggio aree di norma riservate alla sola occupazione “borghese” ecco che si verifica una distorsione. E’ lo sconfinamento, è l’invadere un territorio appartenente ad altri. Il territorio va difeso.
Le strategie di difesa sono molteplici ma riassumibili in due comportamenti: il primo è non vedere o fingere di non vedere (l’ignorare), il secondo è acuire l’attenzione per prevenire ogni comportamento anomalo (l’allerta). In entrambi i casi è in atto un immoto attacco: mantenendo la fedeltà al proprio status, si delinea una mobilitazione volontaria acchè l’interferenza venga circoscritta, contenuta, bisogna far si che il punto nodale che è la sorgente del fastidio trovi una ricollocazione, che sia questa fuori o dentro l’attenzione.
Le ragioni del comportamento/difesa vanno ricercate in molteplici aspetti della formazione culturale del singolo: la credenza reiterata e divenuta realtà che “i musulmani sono ostili alle regole e agli usi dei paesi occidentali” nonché la visione distorta di singoli individui di nazionalità straniera che vengono erroneamente mischiati facendo “di tutta l’erba un fascio” –  non distinguendo quindi non solo le radici religiose ma nemmeno quelle genetiche/geografiche –  non può che supportare con nuovo carburante xenofobo atteggiamenti forcaioli e quel principio di separazione che per altri aspetti è ripreso dall’impeto federalista di alcuni partiti politici.

Una nuova composizione della paura ha trovato poi successiva conferma – nella gente, nel cittadino comune  – dopo gli accadimenti che hanno visto le rivolte delle citè a Parigi nel 2006 dove molto erroneamente si è fatto un parallelo con quanto occorso a Los Angeles nel 2002: l’amplificazione della lettura etnica fatta a spanne, la travisazione delle diverse origini culturali dei due paesi (Parigi è città ad alta concentrazione di immigrati grazie al passato colonialista della nazione, Los Angeles è ad alta concentrazione di ispanici e afroamericani da almeno un secolo) non sono paragonabili a quella che è una situazione di nuova genesi in Italia.
Noi non abbiamo una sedimentazione di immigrati ormai alla seconda o terza generazione come invece accade per Francia e Inghilterra, né una ramificazione nel tessuto sociale ormai inscindibile per origine nazionale, come accade invece per gli Stati Uniti.
L’Italia  ha piuttosto avuto fenomeni di migrazione verso l’estero/esterno accaduti ai primi del ‘900 mentre una concezione tangibile di migrazione si è avuta internamente soltanto nel trentennio 1950-1970 quando i poli industriali erano locati al Nord e richiamavano manovalanza in grande numero ed attinta ovunque, specie da un Sud prevalentemente agricolo e con una identità vacillante proprio per il confronto di titolo industriale/economico: al Nord era il benessere e il variegato sogno della realizzazione del singolo, mentre il Sud rimaneva ancorato a tradizioni condannate in quanto ritenute obsolete, non più soddisfacenti sul piano umano.
E’ comunque una diversa forma di migrazione: chi spostava era appartenente alla medesima Nazione, bene o male parlava la medesima lingua e non aveva impedimenti legali al trapiantare altrove. Non si semplifica dicendo che comunque l’inserimento del migrante Italiano in patria è stato più un trasloco che una lasciare la terra d’origine, anche se in molti casi è avvenuto uno sradicamento così sostanzioso dalle origini e dalle tradizioni da creare disfunzioni sociali convogliate poi nella creazioni di “enclavi etniche”, quartieri con alte concentrazioni di corregionali che hanno sia mantenuto il contatto con la propria terra sia concorso all’abbandono del paese d’origine, di altri.
Così come per gli italiani insediatisi al Nord nelle fasi del boom economico, anche gli stranieri tendono al ricongiungimento familiare, al richiamare connazionali che compiranno il viaggio e troveranno da noi sede e lavoro, magari come nostri vicini di casa.
Per i clandestini  è però tutt’altro destino: la devastazione della terra d’origine provoca migrazioni di massa, dapprima in seno al proprio Continente o nelle nazioni limitrofe e  giocoforza questo movimento porterà ad una ricollocazione che deve avvenire altrove.

L’altrove siamo noi.

L’Italia è spesso una terra di transito: siamo in mezzo al Mediterraneo, una lingua di terra buttata come un pontile in mezzo al mare e tesa verso tre quarti delle nazioni disgraziate del bacino mediterraneo. E’ un percorso naturale per chi, dal sud del Sud voglia approdare al continente Europa per poi spostare verso Svizzera, Francia, Inghilterra, Germania, Olanda, Svezia. Danimarca. Il più delle volte, appena approdano – se approdano – incappano nell’arresto, nel fermo a mare o nell’intercettazione a terra appena sbarcati. Successivamente, se scampati sia al viaggio che all’approdo, vivranno in condizione di precarietà ed invisibilità schivando il contatto con l’Autorità e ricreando un enclave abitativa laddove non vi sia l’occhio della Nazione: fabbriche dismesse come detto in apertura, gli orti a lato della stazione, capannoni abbandonati o per altri, appartamenti/dormitori dove rifugiare – a pagamento – con altri 30 per una notte e forse anche una successiva. Saranno soggetti a sfruttamento perché non essendo in possesso di regolari documenti ma avendo bisogno di denaro, accetteranno qualunque impiego senza avere alcuna possibilità di rivolgersi alle autorità, assumeranno volontariamente l’impegno in impieghi che gli italiani rifiutano perché defraudano di dignità. Cercheranno di trovare una propria dimensione umana, cercheranno di ricreare nuclei familiari laddove ogni cosa è contro così come ogni sentimento d’accoglienza.
Appariranno là dove abbiamo decretato che è terra nostra, la abiteranno, moltiplicando e cercando di non essere visti.

Quel nostro tessuto urbano –  creato in congiunzione sia all’appartenenza alla Nazione che per le esigenze di garanzie sono passate dalla sfera rivendicativa dei ceti popolari degli operai di fabbrica del 1950-60-70, a quella di una porzione delle classi medie – è mutato.
Le periferie hanno mutato aspetto: sono ingrandite con l’accrescimento delle sfere abitative fattesi sempre più confortevoli o almeno gradevoli nell’aspetto, dismettendo la funzionalità spoglia dei quartieri popolari e – seppur confinata al bordo – la persona si è sentita parte dell’entità città. Da territorio precario ed ospitante, da territorio di transito la periferia è divenuta terreno di proprietà morale, un microcosmo stanziale da difendere in quanto spettante, conquistato e quindi proprietà personale.
Un territorio da difendere cercando di allontanare ogni intruso, lo straniero invasore.
Allontanando soprattutto quei clandestini che tanto ricordano la massa informe di progenitori che ai primi del ‘900 invase le coste d’America riversando come formiche nelle strade, nelle periferie di città che oggi come allora mutano, accolgono e rifiutano, respingono od inglobano. Per mutare e divenire altro, non più un’appendice non-luogo d’accostamento umano casuale ma per essere parte di quel processo di strutturazione che dismette l’atteggiamento dell’immobilismo di una società intorpidita dalle proprie angosce ed impara da sé stessa, che cresce, diventa grande….

Io stesso ho abitato in periferia, in una appendice della città: un paese alle porte di Milano (nato per ospitare gli operai delle acciaierie) che venne espanso allorché il numero dei lavoratori crebbe in relazione con lo sviluppo delle fabbriche. Col tempo, quello che era un paese marcatamente indipendente si è fuso col tessuto urbano della vera periferia di città arrivando ad un tutt’uno indefinito, un vastissimo prolungamento dell’appendice che non trova confine ma stempera, paese dopo paese, sino ad un indistinto “fuori”.

Quella nebulizzazione del creato urbano ha angoli, frazioni in cui mi sono trovato a vivere volontariamente allorché ho deciso di scrivere il mio libro.

Sono stati allora tre gli stadi di percezione della città che ho metabolizzato: il primo è stato il lavorare “in centro” (sono stato concierge in un Grand Hotel del centro Milano). Il secondo è stato abitare “in periferia”, una periferia “per bene” con case e centri commerciali, lo spazio delle classi medie, come detto precedentemente. Il terzo è stato lasciare i primi due stadi e trasferire più volte la settimana per tre anni in aree densamente popolate da clandestini, aree nascoste dietro alte mura con sfondamenti nelle recinzioni per permettere il passaggio, aree di baracche ingegnosamente composte e tanto somiglianti agli slum di Bombay o s. Aree ricavate di nascosto.
Un più sottile stadio di percezione – ed è quello che poi mi ha creato gravi disfunzioni psicologiche – è stato non la collocazione fisica, ma quella morale. Da un lato persisteva l’abitare per lavoro in un ambiente di estremo lusso, fatto di spreco e voluttà, di denaro e capriccio. Il secondo il ritorno a quello che è l’ambiente naturale del vivere quotidiano (la mia casa, la doccia calda, la spesa al minimarket sotto casa).
Il terzo è stato la sottrazione dei primi due elementi. Nessun lusso ma nemmeno nessun apporto essenziale (riscaldamento, acqua, fornelli su cui cucinare in molti casi, un pagliericcio o un materasso infestato di cose invece di un letto, le pareti attorno, una porta che permettesse di chiudere con l’esterno per ritrovare una dimensione di raccoglimento).
Tutto questo è venuto a mancare trovando invece condizioni igieniche elementari, cibo malconservato, azioni contro i parassiti o i topi, condivisione dello spazio con una moltitudine di gente. La condivisione dello spazio è un aggiunto – e importante –  livello di percezione che ha creato uno disfacimento della dimensione personale per raggiungere – forzatamente – una dimensione comunitaria.
In diverse culture la convivialità è normale come respirare. La dimensione del privato resiste ma solo per alcune funzioni (sonno, sesso, malattia, preghiera) mentre il restante viene vissuto condividendo. L’occidentale è invece improntato al ritrarsi, al vivere intimamente scegliendo cosa condividere col vicino o con la comunità.
La mia coabitazione coatta, la divisione/suddivisione degli spazi è stata cosa aleatoria: non muri ma pareti di lamierino, non una cena in famiglia ma una cena con 25 estranei, un bagno in comune con tutti e di cui tutti fanno uso, il medesimo spazio sociale, l’agorà, in cui tutti restano, sempre. In più, la percezione netta della precarietà e dell’essere non al sicuro ma in uno spazio ricavato, il vivere in una altrui proprietà nel mezzo dei possibili occhi della città, della gente che osserva (doppia coscienza dell’essere osservati quindi: dal corpo sociale che ti circonda  e dalla collettività/urbanità esterna che è, precedentemente il tuo arrivo e a cui lo spazio appartiene).

Non ho resistito. Ho ceduto e mi sono ammalato, non solo fisicamente ma anche psichicamente. Le malattie derivanti dall’insufficiente alimentazione (spesso ripetitiva a causa della scarsa disponibilità economica che guida alla scelta di prodotti a basso costo) sono state arginate. Malattie più evidenti quali eritemi o infezioni hanno trovato in molti casi soluzioni. Permane ancora qualcosa.
A livello psicologico invece, la cura è stata più lunga e posso dire di aver patteggiato. Ma non risolto. Per molto tempo la soluzione con cui venire a pari è stata l’assunzione di dosi massicce di sonniferi o superalcolici. Non potevo concepire – per aver vissuto di persona – una tale disparità, non potevo concepire soprattutto un mio ritorno “come se nulla fosse” alla vita sociale di sempre (casa/lavoro/persone) e più sottilmente l’essere tornato a vivere non più di nascosto (evitando Forze dell’Ordine, Istituzioni, domande)  ma in ciò che per percorso educativo è la libertà del cittadino che per diritto abita un luogo e dal quale esige una risposta sociale, sanitaria, legale.
A tutt’oggi, pur appartenendovi, la città appare come un territorio a metà tra la bramosia e il rifiuto. Una colpevolizzazione – se vogliamo – di ciò che io persona rappresento.

Ne è valsa la pena?

Credo di si. Non avrei avuto altrimenti una concenzione così minuta del territorio, dell’abitarvi non solo come persona fisica legale ma come entità morale cui è stato modo di vedere aldilà dell’evidenza urbana fisica (le case) ma quella sfuggenza che popola il territorio (le persone).
Ho imparato a non dar più nulla per scontato, ho imparato ad ascoltare, a vedere, a capire. Ho capito che non sono una centralità ma una aggiunta. Ho capito che non è il qualcosa posseduto che aziona una persona alla vita ma il qualcosa vissuto, ho finalmente imparato come rapportarmi con l’altro dismettendo le barriere, smettendo di temere, smettendo di difendere la fortezza – inesistente  – del territorio.

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