Milo De Angelis: ‘Quell’andarsene nel buio dei cortili’ – una nota di Sauro Damiani

 

di Sauro Damiani

A pochi poeti può essere applicata, come a Milo De Angelis, l’osservazione di essere autori di un unico libro. Infatti in questa che è il suo settimo volume di poesia quasi non c’è parola, espressione, immagine che non sia rintracciabile in quelle precedenti, da “tangenziali” ad “asfalto”, da “citofono” a “sangue”, da “sciarpa” a “pallone”, da “l’unica data” a, perfino, “andarsene”. E l’enumerazione potrebbe continuare ancora per molto. Così gli oggetti finiscono per trasformarsi in emblemi, in entità sottratte al tempo e investite da un’aura magica, e la parola si fa mantra che evoca e risveglia, con la sua potenza, ciò che ogni momento minaccia di sprofondare nel buio e nel nulla. E a ben vedere non può essere che così. Infatti per De Angelis non esiste che “un’unica data” (espressione già presente in “Biografia sommaria”), al di fuori della quale il tempo non è che dispersione e distruzione, un andarsene senza meta. Quando poi il tempo assume la direzione del futuro (pensiamo solo al finale di “Cartina muta”, in “Biografia sommaria2), ebbene, quel tempo torna circolarmente, e ritualmente, su sé stesso. Non a caso il libro si conclude col verso “torneremo a casa, vi diremo”. L’andare, quando non è un infinito “andarsene”, è un tornare (“Per nascere occorre un ritorno”). È un collocarsi nel “luogo intero” (“Biografia sommaria”), nell’ “intero musicale”, dove la vita splende nella luce albare della “bella epopea”, dove, per usare espressioni tratte da “Tema dell’addio”, si ascolta la musica delle sfere e ogni episodio torna al ritmo. Nel luogo intero “quel ponte”, scrive il poeta in “Somiglianze”, con espressione quasi zen, “rimane là/è calmo, non è più/ciò che unisce due rive”. Sembra l’eterno presente dei mistici, su cui tornerò. E in questo libro troviamo un significativo “estasi del prato”, con riferimento alle “eroiche” battaglie sul campo sportivo (“La bella epopea”). Tuttavia De Angelis parla anche di “peso mortale di un pallone”. L’arcadia può trasformarsi in inferno, il tutto in nulla (“Ero lì, inchiodato/a un esistere sparito”). L’eletto, colui che porta il “segno sacro dell’alba”, è chiamato a obbedire a “un ordine oscuro” proveniente dall’oltre, a “rispondere all’immenso”, assumendosi la responsabilità della sua traduzione, sempre col pericolo dell’errore linguistico e vitale. Col pericolo di mancare salvezza e poesia. Così il “bacio” può trasformarsi in “spina”.
Ma ora vorrei correggere quanto ho detto all’inizio, che cioè il poeta milanese è autore di un unico libro. Infatti basta anche un superficiale confronto con gli altri sei, tutti metricamente molto vari pur nella scelta di fondo del verso libero, per accorgersi della novità, e dunque della necessità, di questo ultimo. “Quell’andarsene nel buio dei cortili ” è infatti composto da 57 poesie, tutte brevi e monostrofiche, salvo due, che apportano una lieve ed elegante increspatura sulla voluta uniformità dell’insieme. Unità e uniformità anche di tono, se si eccettuano alcune liriche della sezione “Canzoncine”, dove il cielo si fa per un attimo “rosa tenue” “e ogni cosa per noi sembra creata”. Quella di De Angelis in questo libro mi sembra un’ operazione un po’ simile, mutatis mutandis, a quella dei “Mottetti montaliani”. La stessa brevità e densità, la stessa presenza di figure e situazioni enigmatiche, lo stesso rivelarsi delle figure salvifiche in un paesaggio “impoetico”. Nettamente diverse sono qui una tendenza al sentenzioso e all’epigrammatico (varie liriche sono di cinque o sei versi) e la forte tensione etica, la scelta di obbedire, costi quel che costi, con inflessibilità spartana, all’ ordine oscuro, di rispondere a una chiamata. Ciò che a livello formale comporta il ricorso a frase brevi, con frequenti enjambements, e a ripetizioni di parole o sintagmi, che danno a certe poesie un ritmo martellante, proprio dell’essere “inchiodato”, quasi crocifisso, all’“esistere sparito”. Esemplifico riportando integralmente una lirica della sezione “Sei perduto”, senza titolo come tutte le altre, salvo quelle dell’ultima sezione, “Canzoncine”. E un finale con titoli e per di più cantabile, seppure a bassa voce, è assai un significativo.

La luce parlava. Sulla tua fronte
il prodigio. La nudità
di tutto il sangue. Un vestito,
i gialli, gli azzurri,
un colletto. Il citofono chiede ancora
la tua voce. Se non parli,
tutto si oscura. Solitudine saliente.
Solitudine innata. Congiungersi
dei petti nel nulla. Stretta alla terra,
ruota la parola.

Non potendo addentrarmi nell’analisi della lirica, vorrei solo far notare le frasi nominali (uso non infrequente nel libro) e il finale sentenzioso, con quella parola che non riesce a librarsi e ruota senza senso su di sé.
Dicevo della risposta a una chiamata. Il che, detto fra parentesi, significa che quello che nel poeta sembra volontarismo superomistico è in realtà strenua fedeltà a un ordine superiore. L’iniziativa non è del soggetto ma di una trascendenza innominabile, i cui comandi sono decifrabili solo con difficoltà e pericolo. Come nella tradizione ebraica e cristiana, all’inizio c’è una chiamata. Chiamata che qui risuona nella “regio dissimilitudinis”, un luogo dove nessuna somiglianza è possibile perché vi opera la “collera storica e celeste/per ciò che non si compie” e “un sasso precipita su tutti gli dei del sorriso”. È una specie di peccato originale (De Angelis parla di “prima caduta”) che trasforma la luce dell’“unica data” in “filo spinato”. Così abbiamo luce e insieme buio, rivelazione e insieme occultamento, ritmo e insieme dispersione, fra loro mescolati: “la mela si mescola col tempo”, “il pane…si mescola/col sangue”, “le sillabe” sono “mescolate all’asfalto”. Ci sono dunque due inizi, metafisici naturalmente, uno subordinato all’altro: da una parte quello, fondativo dell’ordine cosmico, storico e individuale, che rivela l’“intero musicale” della “bella epopea” dell’infanzia e gli eroi (la Donatella e la Stefania Annovazzi di “Biografia sommaria”) che hanno compiuto lo sforzo di essere fedeli al “giuramento dell’infanzia”, ripetendo ritualmente, nel tempo, l’unica data, e dall’altra quello, subordinato, della distruzione dell’ordine, la caduta “nel tempo/delle sillabe tronche”, di “una sola e grande morte”: sì che il poeta può esclamare, nell’icastico, eloquentissimo verso finale di una lirica, “Distruzione, tu mi hai generato”. È la “rottura dell’alleanza”, di cui il poeta aveva parlato in un altro libro: rottura di un’alleanza precedente, si potrebbe dire più iniziale. “Somiglianze”, con la sua gioia vitalistica, era sotto il segno del primo inizio. La presente opera è segnata dall’esperienza di “questo freddo che, oltre i secoli, mi parla”. Perciò sono parole come “buio”, “notte”, “freddo”, “nudo” a costituire lo sfondo di questo libro di De Angelis, il suo basso continuo. Ecco dunque il tempo grammaticalmente infinito, e perciò senza soggetto, dell’andarsene nel buio dei cortili. Ma nella seconda lirica della sezione “Voci “(dalla quinta e ultima parte del libro intitolata “Canzoncine”) si assiste a una sorprendente inversione. “Quell’andarsene nel buio dei cortili” si trasforma in “quell’andarsene dei cortili nel buio…”. Ora sono i cortili a muoversi senza meta, a sprofondare nel buio. Lo spazio, anziché estendersi sicuro sotto i piedi, fondamento di una salda dimora, diventa tempo, il tempo infinito del buio e del “silenzio precedente”. Così il poeta può scrivere, nella terza lirica della sezione “Finale d’assedio”, “La casa si allontana/dai soggiorni”, o nell’incipit di un’altra lirica intimare “Fermalo. Il portone sta fuggendo”. Questa liquefazione dello spazio nel tempo esprime una situazione tipicamente novecentesca, quella del trovarsi fuori di casa, del sentirsi straniero nel mondo, del vagare senza meta. Dell’essere “profugo del tempo”.
Ma gli eroi amati e invocati, benché “dispersi ai bordi della terra”, non sono scomparsi. Forse sono morti, ma “la terra appartiene/a chi l’ha abbandonata” e, come il poeta scrive nell’ultima poesia del libro, solo chi è stato morto può insegnare il cammino a chi è ancora vivo. Gli eroi paiono dunque assenti e lontani, e invece sono ancora lì e “nascosti” attendono il poeta. “L’acrobata della notte”, “la cacciatrice” “giungono, stanno giungendo”. Attendono, ma anche si presentano essi stessi, prendono l’iniziativa. Tornano magari in un bar di Affori, o nei cortili del “grande paese di Milano” abitato da “fantasmi”, le loro parole salgono, frantumate, da sotterranei e cantine; uscite dal “pozzo sigillato” trovano la strada per parlare al poeta affinché resti fedele al “feroce ordine dei canti”, perché non venga meno al mandato ricevuto e continui a coltivare la speranza di “un anno di luce completa”. Gli eroi sono vivi, continuano a combattere la battaglia senza esclusione di colpi, feroce, appunto, nella quale sono in gioco vita e poesia, strette in un unico abbraccio (“Il sangue delle frasi”). Battaglia. Ed ecco dunque il linguaggio militare: “armata dei corpi”, “pattuglia di ragazzi”, “drappello dei solitari” (si noti l’ossimoro. L’elezione è sempre singola e non può essere inglobata in nessuna totalità. E tuttavia “la perfezione di essere solo” non esclude la “comunione”, ultima parola di “Biografia sommaria”: la comunione degli eletti, soli e solitari in un mondo di fantasmi). Il drappello muove a battaglia. Ma lo scontro notturno “tra le tangenziali”, evocato in una splendida poesia della sezione “Un’oscura sete”, non può che avere un esito negativo, e la cacciatrice Artemide, la vergine che capeggia la schiera degli eletti, ferita, offre il seno al vuoto. Non è ancora il tempo della luce completa, il citofono non risponde, la vita è “acqua che beve sé stessa”. È il tempo del silenzio. “Silenzio” è una delle parole chiave del presente libro. È il silenzio della “notte minerale”, del dubbio di non capire e di sbagliare la traduzione, e come tale è associabile a buio, nudo, vuoto, solitudine ecc. Ma è anche, e soprattutto, il silenzio richiesto dagli eroi “con un dito sulle labbra”, ed è il silenzio da osservare “prima del frutto”. Silenzio dell’attesa e di una eroica fedeltà alla “interminabile parola data”. Perché l’eternità si può mancare anche solo “per un soffio”, e occorre un’estrema vigilanza.
L’ultima, mirabile poesia del libro è un’invocazione a coloro che “sono stati morti” perché si stacchino dal tempo e si facciano presenti con una parola univoca e salvifica. Invocazione affinché il tempo infinito assuma la direzione del futuro, e il futuro torni, circolarmente, alla casa dell’unica data. L’evento sperato e atteso non può essere che improvviso, perché, come ho già detto, l’iniziativa non è del soggetto. Nessuna razionalità, di nessuna specie, può prevederlo e determinarlo. È infatti – per usare la terminologia della religione cristiana – un evento di grazia. Allora “le più alte/astrazioni” saranno gettate in un “sussulto di fiammiferi”, dei quotidiani, insignificanti eppure potenti fiammiferi (ricordiamo la sequenza di “Biografia sommaria” intitolata “Costruzione con fiammiferi”). Un sussulto, dunque, e sarà la vita. Ma quale vita? Ci indica la strada della risposta la parola “costruzione” e soprattutto una breve ma importante lirica di “Tema dell’addi”,, nella sezione “Scena muta”. Vi si parla di “un tempo/ che capivi a mano a mano, lente/costruzioni a mano a mano, calendario/terrestre”. Versi in cui le ripetizioni, diversamente da quanto abbiamo visto sopra, danno felicemente il senso di un movimento rallentato e quindi di un tempo sì della pazienza, ma anche dell’agio, della conquistata sicurezza. Il ritorno a casa non ha dunque nulla, nella poesia di De Angelis, dell’atemporale estasi mistica, e il tempo non si vanifica nell’eternità. Nell’unica data il tempo, che nell’andarsene senza meta era il luogo della distruzione, ora è il terreno che permette la costruzione. Costruzione della dimora. Siamo dunque di fronte al paradosso dell’unica data che si fa “calendario terrestre”, del dono di grazia che richiede l’impegno del soggetto. Il tempo è amico dell’uomo. Mentre nell’andarsene infinito lo spazio si trasformava in tempo, nell’unica data il tempo si dilata in spazio, luogo in cui edificare la dimora dove l’uomo è riconciliato con sé stesso e col mondo. Detto in termini più filosofici, il divenire non si contrappone all’essere, ma anzi ne esprime la vera dimensione, che non è quella di un’impersonale astrazione ma di una realtà vivente. Il tempo che torna ritualmente su sé stesso non è tempo vuoto, ma ritmo e danza, alla quale partecipano, in una comunione indistruttibile, vivi e morti.

insegnatemi il cammino, voi che siete
stati morti, attingete la nostra
verità dal pozzo sigillato, staccatevi dal tempo
e portateci oltre le tragiche colonne
tra i fari dei camion e un piumino
getteremo le più alte
astrazioni in un sussulto di fiammiferi,
torneremo a casa, vi diremo.

(a cura di Nicola Borletti. Sauro Damiani, da “Soglie”, Rivista Quadrimestrale di Poesia e Critica Letteraria, Aprile 2011)

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2 Comments

  • insegnatemi il cammino, voi che siete/stati morti, … Questa poesia messa a confronto con la poesia di Montale “Cicola la carrucola del pozzo” mi crea corto circuito di cui non mi so raccapezzare, a chi de le due dare ragione? La poesia è questa, fa sentire la verità ma poi mai la raggiunge.
    http://www.andrealucani.it

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