Giovanna Frene: una nota di Vincenzo Ostuni

 

Giovanna Frene (nom de plume di Sandra Bortolazzo), veneta del ’68 che si approssima alla sua sesta prova poetica, si trova oggi – così dichiara – a uno snodo della sua vicenda di scrittura: snodo annunciato con efficacia dall’ultimo Sara Laughs (2007), aureo libretto pubblicato da D’If nella collana dai “miosotis”.

In Mucchio d’ossa Stephen King – svela Frene nella sua nota al testo – Sara Laughs (“Sara ride”) è il nome di una casa di campagna in un piccolo centro del Maine; la casa appartiene a un celebre scrittore, in crisi per la morte improvvisa della moglie incinta. Il fantasma di Sara Tidwell, violentata e uccisa decenni addietro – poco prima del suo figlioletto – da un gruppo di uomini del luogo, incita irresistibilmente gli abitanti della cittadina a uccidere i discendenti di quegli uomini. Solo lo spettro della moglie dello scrittore lo salverà dal ripetere il sacrificio e lo scorterà in un cerimoniale di uscita: la distruzione delle ossa di Sara.

Fra gli ultimi componimenti del testo, uno non antologizzato recita: “Con ciò che di me / sopravvive, con ciò che di me rimane / a memoria ho grattato l’osso del terrore / fino al midollo, ho estinto / la paura, sparso / la cenere”. L’intero percorso della scrittura di Frene – già da Triade a Immagine di voce a Spostamento, forse a oggi la sua prova più riuscita – ha affrontato in ogni sua declinazione il tema ancestrale dell’oscura e orribile traccia della colpa, una colpa cosmica, impersonale eppure capace di gravare su ogni istante della vita di ciascuno, colpa che la morte pare punire  (“nemmeno ai più vivi la vita resta”, protesta in Datità), e contemporaneamente incarnare; e l’ha affrontato come enigma cui un possibile phrén, organo del logos, si sia dato il compito di trovare una soluzione, in una tragica e paradossale ricerca di chiarezza. Bene, al termine di Sara fa la sua comparsa proprio un simulacro di soluzione, una soluzione che appartiene all’esorcismo filosofico della scrittura, certo, e può – azzardiamo – aprirla per “cerchi concentrici” a un’indagine successiva, su aspetti dell’essere al mondo più connotati in senso storico- sociale: e di questo troviamo qui un segno chiaro nell’anticipazione della ventura silloge Il noto, il nuovo.

Ma anche le correnti profonde della Storia saranno e sono già state affrontate sotto il segno dell’enigma: in testa a Sara si avverte che il testo è stato scritto “dopo l’11 settembre (che non è ciò che sembra)”; e fra le nuove scritture certamente la scrittura di Frene – come fra le grandi opere novecentesche quella del suo maestro Zanzotto – resta ancora la più indecifrata, la più inattinta, un tempestoso serbatoio di problematica scrittura futura.

[Vincenzo Ostuni, cappello introduttivo a GIOVANNA FRENE, in Poeti degli Anni Zero. Gli esordienti del primo decennio, a cura di V. Ostuni, Ponte Sisto, Roma 2011, pp. 155-116]

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