Giovanna Frene: ‘Sara Laughs’

 

Ha doti di icasticità e limpidezza innegabili la raccolta di poesie di Giovanna Frene, Sara Laughs […]. Quella di Frene – autrice da sempre vicina alle scritture di ricerca più eversive della tradizione del Novecento – è una «semplicità» saldamente conquistata: chiarezza perfino sovraesposta del dettato che non cede a semplificazioni (di stile, di pensiero). Il lessico è freddo, piano, non «accessibile». L’orditura sintattica è rigorosa, non «esplicativa». L’icasticità è giustezza e giustizia, non cedimento alla felicità facile dell’aforisma.
La pagina di avvio della raccolta racconta di una «perfetta» e insieme sanguinante vita/ persona che «saluta con la mano» e osserva l’io scrivente. Appare, e appare il testo, che in soli quattro versi inaugura tutto il giro d’orizzonte dei temi toccati dal libro: la percezione fatta essa stessa corpo, il vedere e l’essere visto, il saluto ambiguo (di partenza? di arrivo? di aggressione?), la ferita, la perdita, una colpa imprecisata, l’impossibilità di uscirne, lo specchio tra esistere e non; e infine l’ironia delle cose viste e vedenti. Che, proprio mentre si annunciano, si negano a una comprensione, allontanate, imprecisabili, interrogate inutilmente – come, appunto, le intenzioni di un nemico, di un’apparizione.[…] Nel riaversi – linguisticamente e senza illusioni – dagli eventi di buio che pure richiama, lo sguardo dell’auctor non si mette mai (perché mai è) in condizione di fondare nulla. Capovolgendo il fin troppo noto motto bronzeo e astratto che da Hölderlin e Heidegger ancora risuona, Frene conclude un suo testo – campito anzi schiacciato dal pesare della morte – dichiarando con durezza che «quello che resta non lo fonda più nessuno».

(da: Marco Giovenale, recensione a Sara Laughs, “il manifesto”,  27 maggio 2007)

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