Giovanna Frene: ‘Immagine di voce’

 

[…] La poesia di Giovanna, sia quando si dispiega nella delicata sfumatura dell’elegia che quando si indurisce nello sguardo lucido e impietoso dello spettro  che non  dà tregua alla vita, sa di poter  vincere il tempo solo dentro l’attualità  ineluttabile della morte.  Essa accompagna ogni nostro palpito, pur celandosi alle cose e senza esserne  per questo staccata e lontana, e ha la capacità di azzerare -nella dimensione del fare poesia-  il fluire del tempo e le sue relazioni scontate, le scansioni prevedibili e i ritmi consolidati, rovesciando continuamente il punto di vista del suo osservatorio sul mondo. Ecco allora emergere sentimenti teneri di infanzia, timide sospensioni di   emozioni   tremanti,  che si stemperano negli accenni -per tratti- di paesaggi e figure definiti per assenza,  e il cui distacco lascia ancora dietro di sé la traccia tenue di un’esperienza non consumata. Ogni sentimento o pietà sembrano impossibili da trattenere, solo la loro perdita o lontananza resta fissamente ancorata al travaglio dell’esistere, in un continuum di voci e rimandi dalle stanze sempre comunicanti che segnano le stagioni della vita.  Questa appartenenza alla morte segna insieme il destino del poeta e il suo esilio dalla storia. Per questo il poeta può scorgere prima degli altri i segni dell’illusione, essendone consapevole per maggiore acutezza di sguardo e per la sua appartenenza alla parola prima che alla natura, all’immagine  prima che alla voce.[…]L’ossessione ricorrente della lontananza assoluta, l’assunzione della morte quale traccia da percorrere nell’ascolto della vita  le conferiscono uno spessore che attraversa tutta la tradizione del pensiero negativo (e di quello nichilista) che ha scandito la temperie del Novecento, accresciuta di quella durezza insieme ironica e cruda che sembra connaturata alle nuove generazioni, che rispondono in questo modo alla imperante omologazione tecnologica estesa fino alla standardizzazione linguistica della comunicazione e delle relazioni interpersonali. […]

(da: Maria Carminati, recensione a Immagine di voce, in “La Panarie”, n.125, settembre 2000)

***

[…] Giovanna possiede molte voci. La prima cosa che si nota, sfogliando il libro, è che c’è una varietà di soluzioni visive. Testi dispersi nella pagina e testi compressissimi, vuoti e pieni, versi lunghi e versi corti, interlinea variabili e così via. Questo dà un po’ un’impressione di caos. D’altra parte, se crediamo al titolo, queste parole non sono solo voce ma anche immagine, così che ha senso guardare le pagine ancora prima di mettersi a leggerle. Ma poiché citare un’impaginazione è difficile, continuo a citare dei versi. “Dentro, esiste un momento in cui della morte/non si ha sentore. È appena al principio: prima assenza/del dolore. Poi, senza transizione,/l’immortalità si sfascia su se stessa/comprime la carne, l’addossa alla parola/si cerca la sola cosa che non esiste/si attende senza amore che finisca questa lunga/apparenza (…)”. Sono rimasto esterrefatto, leggendo “l’immortalità si sfasci su se stessa”. Lo so che non bisognerebbe innamorarsi dei singoli versi o delle singole immagini (ma è un’immagine, questa? O è qualcosa più intellettuale?), ma non si può passare oltre. Provate a guardare, vi prego, questa immortalità che si sfascia su se stessa, comprime la carne. (Fate una verifica: pensate: la mia immortalità, comprime la mia carne).[…]

(da: Giulio Mozzi, recensione a Immagine di voce, in ‘Alias’, supplemento de “il manifesto”, dicembre 1999)

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