Lucetta Frisa: ‘Notte Alta’

 

Notte alta

Lucetta Frisa

1997

Book Editore

La silloge più recente, Notte alta (Castel Maggiore, Book, 1997), si mostra da subito ricca e complessa, sia sul piano tematico che su quello formale. La sezione d’avvio, Vanitas, rende omaggio all’omonimo genere pittorico, nel quale un tempo gli artisti – come ricorda Roger Caillois – “raggruppavano con minuzia contraddittoria, attorno ad un cranio umano, un liuto dalle corde rotte, una candela sul punto di spegnersi, dei fiori appassiti, un libro di cui un topo rodeva le pagine, qualunque oggetto fosse adatto a far meditare il penitente o la cortigiana, il superbo committente del quadro, e persino l’autore, che spesso dimenticava come il simbolo valesse anche per lui”. Questo oblìo non è certo imputabile alla Frisa, che trasforma anzi in specchi di una caducità sentita innanzitutto come propria non solo i personaggi di quadri famosi, ma anche i colori di cui sono fatti, non solo gli oggetti tipici della vanitas (la candela, la clessidra) ma anche un proverbiale emblema di rigoglio vitale, la rosa, che appare qui più simile alla “Sick Rose” blackiana. Ad una materia poetica scopertamente individuale conduce invece la serie In figura di figlia, i cui esiti più significativi sono forse costituiti da Se fossi Ariele, dove i ricordi appaiono intervallati da un controcanto elevato desunto dalla Tempesta di Shakespeare (a suggerire che la realtà dell’infanzia si accompagna sempre alla sua trasfigurazione fiabesca attuata dall’immaginazione), e Verso Palermo, singolare prosimetrum, diario di viaggio sospeso fra affetti e rimpianti, tra memorie irraggiungibili e chiaroscurali segnali del presente storico. La sezione seguente, eponima dell’intero volume, si apre con dei frammenti in prosa in cui l’autrice riunisce sogno e riflessione, nel tentativo di cogliere analogie capaci di trasmettere, anche se solo per un istante, la sensazione di potere “far coincidere la propria esistenza con il suo invisibile progetto, come il ragno con la tela”. Il testo poetico conclusivo, infine, è una sorta di grande preterizione, un tentativo di esorcizzare con dolente ironia la grande nemica, la morte, e si ricollega dunque indirettamente a quel memento mori che fa da fondo delle vanitates pittoriche, chiudendo così il cerchio del libro.

(Giuseppe Zuccarino, da La voce e la poesia. In “Arca”, n. 2, 1998, pp. 69-70)

 

Il poemetto Verso Palermo, che precede immediatamente Notte alta, posto ai tre quarti del libro, ne configura una volta per tutte la consistenza, la ricchissima sostanza: ”Un verso lungo che vada verso oriente/ un verso come vento svincolato/ che non torni non torni non voglia più tornare a/ vedere il tramonto: e resti prosa che in avanti scorre”. Un lungo inizio, in corsivo, tiene con sé il battito delle ruote ferrate, del convoglio che porta alle pendici del cuore in fiamme […] e lascia che tutto l’oro di Palermo ricolmi il centro di queste pagine innamorate. Sappiamo che quest’oro è fatto di cemento, e che, come il cemento, col tempo si sgretolerà. La stanchezza batte in fronte, e perciò anche qui abbiamo bisogno di radici che rinfreschino, di versi “lunghi” che non ostacolino lo svolgersi ondoso della vita. Dobbiamo far parlare tutti, gli amici pittori e le antiche famiglie sepolte nei palazzi. Per raggiungere il fondo del pozzo […] c’è bisogno di una grande determinazione; Lucetta Frisa la ritrova nell’ingegno delle epoche e delle regioni, nelle parole degli amici e dei familiari, così rompe ogni indugio e si cala nel pozzo dove viene scandito il tempo della fiaba: nel suo ritmo si annidano tutti i colori del sole basso sull’orizzonte. Destino del viaggiatore è trovare una luce inflessibile, oltre il varco. Anche in questo libro, ma in misura maggiore che nei precedenti, ritrovo un poeta che vede il possibile. Ogni suono ascoltato ritorna al nucleo principale della fantasia che si nutre dei giorni tutti uguali. E anche Lucetta Frisa lo sa: destino del viaggiatore è questo continuo essere raggiunto da una seconda memoria.

(Elio Grasso, recensione a Notte alta. In “Poesia”, n. 10, 1998)

Poesia costituita da parole derivate da un glossario e da un linguaggio quasi ordinario, quasi da un vocabolario domestico, parole semplici che sono incastrate ed incastonate sul bianco della pagina con la perizia consumata di chi conosce e sa la retorica e la formalizzazione poetica, e che, masticata distillata metabolizzata questa conoscenza e questo sapere, non cade nel manierismo del “bello stile”, delle “belle maniere poetiche”, non precipita nell’odierno usuale fraseggiare quotidiano ma per ellissi, per disposizioni e scatti improvvisi, per sincronie allitterate, per marchi sospensivi, va a ricercare la trasformazione della parola in fonema musicale, all’interno di una vocalità che è ondulazione di forme sonore, dove il suono riporta significati addentrati tra gli anfratti e le caverne che le parole hanno costruito. Anfratti e caverne date dalle improvvise troncature che lasciano il respiro mozzo, che sembrano interrompere l’andamento melodico per far riprendere nuovo attacco, cambiato il registro del canto.

Oh quelle fiamme
In fumo scintille lampi
Folli animali vento
Bruciavano gli occhi
Schianti

Poesia metafisica, senza più la fisicità della parola che è stata trasfigurata in voce, in suono: musica composta, pura e concreta, non dimentica di quanto la storia ha transitato né di quanto la cultura poetica europea ha sancito…

(Ettore Bonessio di Terzet, Nota di lettura a L’altra. in «Ordo italicus», L’assedio della poesia, 1999, p. 52)

[…] La chiusura di un ambiente ristretto e l’apertura che da questa si prospetta tramite la poesia e l’immaginazione, oltre che per mezzo della discesa in sé nei labirinti della memoria, dell’identità e dell’inconscio, sono dimensioni spaziali, temporali ed esistenziali che troviamo in vari testi di Lucetta Frisa.
Nella raccolta Notte alta, compaiono immagini di chiusura e apertura. In Sfera ”abisso e infinito calmano/ il mio occhio nella stanza”. In Azzurro si contrappongono la libertà della poesia e la metrica chiusa: ”Sbatte contro le sbarre di una gabbia/ la mia strofa che vuole avere aria”. In Fiamma, si annunciano i motivi del rapporto tra la chiusura confinante degli oggetti e l’apertura dell’orizzonte fenomenologico e tra la coscienza della morte e della presenza corporea del mondo: “meditare davanti a oggetti chiusi/l’apertura del mondo:/ uno specchio,un teschio, il mio corpo/in mezzo alla notte della stanza” […] Il “corpo”si riflette talora negli specchi, la ricorrenza dei quali, figurale e concreta, indica tanto chiusura da intendersi come enigma, difficoltà a decifrare una situazione, quanto apertura, ovvero in dimensioni altre da quelle comuni.
In Nero guardarsi allo specchio è un guardarsi verso dimensioni d’oltrevita: “Dentro gli specchi aperti e dentro i sogni/ parlano i morti e io più non comprendo/le frasi di quaggiù, quelle parole /che parlano parlando,inutilmente”. In Fiamma, lo specchio, ha anche un versante metalinguistico: la possibilità di parlare in versi è data dall’allusività e dalla sostituzione dei particolari reali con i particolari che passano in una memoria non comune, quella della letteratura […] Letteratura, immagine e riflesso di sé si accorpano qui come altrove nelle opere della poetessa […] Chi enuncia, nei componimenti di Frisa, non è tanto un io autobiografico, anche quando non si esprime in terza persona. È piuttosto un soggetto sparso nelle immagini che si prospettano ai lettori dal testo; e che cerca di trarre dall’esperienza generalizzazioni che valgano per tutti: si vede in tal senso l’uso del concetto collettivo di noi in Verde: “Nella distanza lentamente/ ciò che era nostro estraneo ci appare”.
Con le modalità finora esaminato, la poesia di F. propone una sedimentazione della vita entro un linguaggio consapevole dei propri mezzi, ma anche del proprio fine di cercare di capire e svelare l’esistenza, soprattutto l’esperienza del dolore e della noia.

(Roberto Bertoni, Nota di presentazione all’opera di Lucetta Frisa. In Voci di Liguria, Manni,  2007, pag.95-98)

2 Comments

Lascia un commento