Lucetta Frisa: ‘L’altra’

 

 L’altra

Lucetta Frisa

2001

Manni Editori

…Uno può abitare il proprio corpo se non lo sente più, se diventa un simulacro, un guscio. Forse, suggerisce Lucetta Frisa, dovremmo scrivere tutto quello che ci passa per la testa, senza rispettare nessi e sintassi, senza curarsi di niente e nessuno, ma questa antica suggestione di un’altrettanto antica avanguardia, viene subito abbandonata in quanto i testi appaiono amorosamente curati vincendo la detestata forma, su pagine “tentate” continuamente dal caso e dirette verso un entropico al di là…E allora scrivere poesie è chiedere alla pagina e all’aria assensi e consensi per restare eternamente bambini o, meglio, per non esserci, per punire la vita ed esorcizzarla; amore per la bellezza, paesaggi, quadri, suoni profumi; esercizio del pensare, parole da trattenere; qualcosa di ciò che divampa e va a pezzi.

(Attilio Lolini,  da Il sipario lacerato, prefazione a L’altra)

“…Ci vuole tempo a perdere tutto/ restringo/ sfuoco/ metto parola e piede/ sull’oscillante bianco / a scivolare”.

Dimenticarsi, perdere. Sottrarre soprattutto. Ciò che rimane, rimane evaporato, sfocato alla vista ordinaria, “tra vivo e morto”, raccolto dal senso enigmatico di una stupenda chiusa: a scivolare… Anche questo verso, “a scivolare”, rimane sospeso, isolato al fondo (ma vorrei dire: al centro simbolico) della prima poesia della raccolta e s’impone nel suo valore di soglia, di esergo. Va da sé che l’opera stessa è soglia, per antonomasia.
C’è una presa sul mondo destinata a vacillare. Qualcuno – il soggetto è indecidibile – slitta tra sonno e veglia, tra abitudine e conoscenza, nel presentimento che i pensieri e le immagini che stanno in questo territorio dai confini incerti, tra sonno e veglia, appunto, non si lascino afferrare, se non da un altro lessico.
Occorre, certo, un ritmo e una parola altra, “l’altra”. Non la parola che sparisce nella sua stessa perfezione, ma quella fiutata, l’imprevista. “Per me scrivere non è solo scrivere/ ma suoni freddi e caldi e la percezione dei colori/ un intontimento…”,  così Lucetta Frisa indica una chiave di lettura, nel terzo dei suoi Otto movimenti. Davvero scrivere è un fiutare, un sentire che attraversa la razionalità del discorso, penetrandola. Come entrare dentro il sogno di un cane.
Cosa trascina con sé, nel dono di sé, questo ritrarsi dell’io dalle consuetudini, se non  un senso di interiorità così fortemente vibrata da  costringere le cose a sbandare, a vacillare, per poi restituirle fuori dalle strettoie dell’inautentico, della consuetudine. Qui, dire “dissolvere” è come dire “approfondire”. Dissolvenza dei limiti. Apertura che esige un rovesciamento dello sguardo. E un buio del cammino, lungo il pendio della discesa, che non segna l’indeterminato del caos, ma una dimora più originaria della parola.
L’urgenza di questi temi avvicina le pagine della Frisa al mondo di tensioni similmente febbrili avvertibili nella poesia di Rilke. In entrambi è dominante l’impulso di riconoscere il versante altro delle cose, quel lato che non è rivolto verso di noi, né da noi rischiarato. Qualcosa circola dietro l’aria, come una chiara luce primordiale confusa col buio, e pretende da noi, nelle parole tanto incisive della Frisa, un altro lessico.
Il correlativo testuale che ne risulta all’interno de L’altra è un ritmo, un movimento quasi spezzato dal respiro; un ritmo franto, a tratti libero, svagato come quello dei sogni: la mimesi di un procedere senza rete, nel giorno ma fuori dal giorno:

Io sono qui, diceva,/ e allora perché piangi/ se sono qui senza affanni:/                   sono nel sogno, no?/ Tienimi stretta a te…”.

[…] Se l’andamento complessivo dei versi risuona di tutti i tremolii, le stupefazioni, i riverberi di un viaggio condotto tra i varchi dell’aria, l’urgenza vitale dei temi impone nettamente su tutto un’atmosfera tutt’altro che leggera: dolore e bellezza  stringono i poli di un grandioso ossimoro. E, al fondo, dal pensare e dal patire, quasi inavvertito a una prima lettura, si va addensando un clima di intima severità.

“…e non possiamo più voltarci indietro“.

L’idea del voltarsi, con tutte le suggestioni  mitiche che con sé trascina, era già ricorrente (se pure con minore insistenza) nella produzione anteriore di Lucetta Frisa. Ricordo in Notte alta un esempio memorabile: “Cerco un senso voltandomi indietro […] e il mio futuro è solo questo torcere la nuca“ dove l’infinito presente di quel torcere esaspera il senso di un contrasto doloroso, in direzione espressionista.
Quale idea vertiginosa, quella del voltarsi. Come non pensare a Orfeo, al suo ultimo sguardo? Ma un Orfeo che nel voltarsi vorrebbe salvare Euridice; consapevole tuttavia del paradosso: solo la morte di Euridice (dell’altra?…) potrà condurre la parola alla dignità del canto.
Voltarsi dunque, rovesciare la vista e, forse, ottenere la visione “…se scrivere è/ rovesciare l’occhio indietro allora/ visioni….”. Porre fine alle cose sospese a metà: “…sveglia del tutto/ o morta veramente morta”. Nel furore, nella determinazione, (vorrei dire, nell’invasamento) propri di chi è giunto proprio sul punto di non poter tornare indietro. Quel che qui si cerca è una verità, come soprassalto che risvegli dalla cecità dell’abitudine.
Una verità che ricongiunga “l’una” con “l’altra”. Ma chi è l’una e chi è l’altra? Forse, la scrittura è l’una-e-l’altra. La scrittura non tanto in quanto pratica materiale, pratica del testo, ma in quanto “mania” platonica, invasamento, possessione parlante.
Siamo nel nucleo centrale e drammatico (nel senso anche etimologico del termine, quasi un’idea di azione teatrale) di queste poesie, così ricche di implicazioni, di rovesciamenti, di interrogativi, da poter essere lette anche “sub specie filosofica”. A patto di non volerle troppo codificare. Il loro elemento è il senza peso dell’aria, l’imprendibile. E la loro dimora è l’acqua corrosiva, quella che dissolve le strutture.
C’è in fondo un sentimento di ineluttabilità. Un’urgenza di fare i conti con se stessi e con le cose. Tra i vari modi che la poesia utilizza per premere sulle cose, la  Frisa privilegia qui quello di intensificarle, di tenderle fino al punto del loro rovesciamento, che è poi lo stesso punto che rende lecita una vera nominazione.
Un mondo che si rende più percepibile e più vero “con gli occhi chiusi” è un mondo sottopelle. Occorre essere andati bene in profondità per poter riconoscere che “le parole non fanno luce”. Quanti scandagli gettati nel profondo, senza peraltro nessun cedimento rispetto alle insidie di una vera e propria “poetica della profondità”, senza mai corteggiare l’ombra.

(Dario Capello, Del vacillare, nota di lettura a L’altra. In  “Vico Acitillo 124”, Poetry Wave)

“Deboli tracce di ossigeno sono ciò che resta di catastrofi”: questo verso, tratto dall’ultima raccolta di Lucetta Frisa, L’altra, potrebbe essere rovesciato nel suo significato o preso con l’ironia intelligente di chi, davanti a una realtà complessa e spesso ostile di per sé, oppone una scrittura poetica tenace che sorge dal silenzio di una voce che paradossalmente sembra gridare sempre più forte. Sì, perché nell’attuale panorama della letteratura italiana, Lucetta Frisa si presenta fra gli autori più attivi e fedeli all’esigenza caparbia del linguaggio poetico. Coraggio, raffinata capacità stilistica, chiarezza maturata in anni di lavoro per dire con fermezza: ”[…] metto parole e piede / sull’oscillante bianco / a scivolare».
Dopo Notte alta (1997) e Gioia piccola (1999) non poteva che continuare in salita una scrittura che non teme il rischio di dire “io” e trasfigurare questo pronome in “un’altra” terza persona che lo raggiunge per fondersi e con-fondersi a giocare sul senso di una vita – la sua -; a interrogarsi sull’atto della composizione poetica che riguarda questo “io” e gli altri aspetti esistenziale di un “noi” con cui convive e condivide, in un gesto unico, la possibilità e il dono di creare: ”Battere lingua in tutti i punti del palato labbra / contro labbra dente impastato a sale risuonare / vocali in alta e bassa estensione accogliere nello stomaco / il suono e masticarlo in parole morderlo / inghiottirlo per schizzargli fuori la vita […]”.
Il libro è suddiviso in cinque sezioni: Quale lingua quale paese, Presto luminoso, L’altra, Queste poesie non sono animali e Inconsapevoli esercizi. Non c’è, almeno in modo esplicito, una linea tematica che accomuni questi “capitoli”, anzi, ci sono più temi e variazioni che in parte rielaborano quelli già presenti nei volumi precedenti. Ma la nota ricorrente e innovativa di questa raccolta si direbbe sia un certo sconcerto che prende la volontà del lettore davanti ad un’operazione volontariamente ambigua nei contenuti, una diversità che sembra rimandare ad un’unità ben celata, come se il nesso conduttore si nascondesse per non essere svelato. Il tutto contrassegnato da un accurato lavoro formale; quello di Lucetta Frisa è un “dire” sostenuto anche da un ritmo e da un’intenzionalità musicale, quindi non solo strettamente linguistica. Valgono come esempi irrefutabili i testi di Presto luminoso, ma anche molti altri: in effetti, qui il potere della musica pare sovrapporsi alle leggi stesse della grammatica. Musica che potrebbe essere la consapevole necessità di esprimersi in un altro codice, intraducibile, appunto, come quello del suono, e anche “imprendibile” come il vento che fa oscillare il senso delle cose, il destino del mondo, con i colori di visioni fantasmagoriche, di pensieri che sorvolano tanto l’oblio come la memoria, il ricordo di ciò che deve essere mobilitato e scosso perché diventi materia viva, organo vitale attraverso le parole.
[…] Chi è “l’altra”? Il titolo del volume della Frisa pare concentrarsi nella sezione omonima, senza dubbio il fulcro, insieme a Inconsapevoli esercizi, di questo gesto poetico così variegato, come si accennava prima. Sono sette poesie numerate, che nel loro insieme costituiscono un poemetto dove “l’altra” è una Lei pronunciata con le labbra di un “Io” tacito, ma presente nel modellare il corpo poetico di questa sezione.
”Lei si trovava sola in mezzo al bianco/ ma non era neve era un bianco indescribivile/ un impasto colloso come capelli/ lunghissimi fili sottilissimi di bava di ragno (…)”.
Il bianco predominante intessuto in questi testi non nomina la luce, ma il suo contrario. Il bianco apre un varco, una necessità “altra”, una possibilità di un vuoto che in principio può sembrarci incolmabile: ”(…) ma non si compativa voleva solo/ una dilazione/ ancora qualche immagine colorata/ qualche suono lussuoso/ tornare insomma cieca e sorda/ e lo chiedeva/ in quel silenzio di neve senza luce (…)”. La richiesta appare esplicita: “l’altra” aspira, nella consapevolezza del tempo presente e di quello divenuto ricordo, a un qualcosa altro – l’Altro -, non come assoluto o ingenuo ideale (“Gli assoluti sono aridi, asciutti./ E andava mostrando nessi/ così lontani, difficili/ nel vuoto di mezzo/ come/ un lungo lunghissimo intervallo”), ma come eventualità di un ritorno/rinascita sulla pagina dopo che si è imparati a «strappare» molta inutile scrittura e ad essere maturi per approdare a un tempo di decisioni che, in questo caso e nonostante i punti interrogativi, riguarda sempre e comunque la etica e la estetica del verso: ”Si congeda da tutti i pensieri e non li ringrazia/ le maglie vecchie e le nevi d’antan/ mentre avverte colpi di gelo sui capelli – è l’avvenire?”.  Il dubbio e le ferite dell’esperienza umana non si appagano se non mitigandoli attraverso un lavoro di ricerca continua, di apprendimento del possibile e di accettazione di ciò che non è stato (“Non hai avuto il dono della semina/ e dei frutti, diceva/ e non si sa se i versi/ i sogni/ muoiono per rinascere […]”. Se l’infanzia fu un inizio rinviato, la maturità può riscattarla scavando “l’ombra di sé” e la materia oscura  delle assenze: “Pensa che la profondità/ è solo il tempo del volo/ uno scendere al buio/ nel buco della terra./ Questa chiarezza vuota/ si schianta contro qualcosa/ ma senza più dolore”. Se la bambina attendeva ”pagella o punizione” ora ”sta solo attenta a un’altra lezione/ che porta al fondo del bicchiere”.
La poesia va lavorata come la vita, la forma del verso – che nel caso di Frisa si affianca spesso al gesto narrativo – esige l’umiltà del proprio ascolto: nel confronto con “l’altra” si recepisce che solo attraverso la veglia “vigile” e instancabile si può costruire o continuare a migliorare un destino personale ”luogo di culto e di attesa”, non “distratto”, pur praticando questi “inconsapevole esercizi”, necessari per riprendersi l’ebbrezza di una luce primigenia che rivendichi vita ed opera. Perché ”nessuno / abita le comete (…)” ed è qui che ”Qualcosa come una voce/ bisbiglia di camminare / ancora sulla terra dei fogli. / Altra stella non c’è/ per incontrarci”.

(Monica Liberatore, Un codice imprendibile, in La Clessidra”, n.1/2002)

“Se il  mio doppio tornasse a riprendermi/ ci riunissimo ora in questo corpo…”: l’idea platonica della scissione dell’essere umano tra anima e corpo, tra aspirazione alla realizzazione e consapevolezza dei limiti esistenziali, tra grazia e peccato, fluisce come vena ispiratrice nell’ultima pubblicazione di Lucetta Frisa, L’altra. Il testo si presenta come un vero e proprio diario di bordo di un’avventura interiore in cui ogni risposta si presenta come nuova domanda. L’autrice conosce soltanto il punto di partenza e non quello di arrivo e avverte la necessità di forgiarsi uno strumento concreto, materiale, capace di far esplodere la parola: “Battere lingua in tutti i punti del palato labbra/ contro labbra dente impastato a sale risuonare/ vocali in alta e bassa estensione accogliere nello stomaco/ il suono e masticarlo in parole morderlo/ inghiottirlo per schizzargli fuori la vita”.
La prima terra visitata, quindi, è il regno del suono il desiderio senza parole, ma il risultato non è soddisfacente, la pienezza dell’essere non viene ritrovata: “note allusive incomplete/ embrioni della partitura”. La delusione, tuttavia, non distoglie la poetessa dalla ricerca dell’unità dell’essere, perché sa con certezza che esiste… “E andava mostrando nessi/…capiva la duplicità e la sintesi”. Pertanto la rotta viene indirizzata verso il linguaggio heideggerianamente percepito come “la casa dell’essere”. Si ingaggia allora una cruenta battaglia tra la realtà e l’altra, la poesia stessa contemporaneamente mezzo e oggetto, al fine di costringere a rivelare, come Tiresia, la verità. Ma non esiste ancoraggio perché “la grandezza (si trova) fuori dall’alfabeto” ed è il foglio frigido/ la parola ottusa: la Frisa, dunque, proclama la morte della poesia? No di certo. Sulle orme di Montale, di Sereni, di Cattafi, di Antonio Porta, racconta la tragedia che in questo momento storico colpisce il poeta il quale da un lato sente “necessaria” l’altra parte di sé che lo spinge alla ricerca di un autentico senso dell’esistenza, della contradditorietà del reale, e dall’altra si rende sempre più consapevole dell’estrema povertà di strumenti linguistici (e concettuali) i quali si rivelano inadatti a ritrarre l’husserliana complessità del reale. “E perché i poeti nel tempo della povertà?” si domandava Heidegger. La Frisa sembra rispondere: non soltanto per testimoniare ”ciò che non siamo e ciò che non vogliamo ”ma anche per ribadire alla società odierna, ricurva su nevrotiche concezioni materialistiche e sulla narcisistica adorazione soggettiva, che la tensione inappagabile ed inappagata verso una ”impossibile” unità ricercata mediante la poesia è segno della dignità di questo essere che trascende i suoi stessi problemi.

(Giuliano Ladolfi, Frisa, la poesia è “l’altra” faccia della realtà. In ”L’Avvenire”, venerdì 29/11/ 2002)

[…] L’altra è l’ottava tappa della ricerca poetica di Lucetta Frisa, l’ottava stazione, forse la più bella, di un appressamento ad una lingua poetica, in cui la vita, intesa come stati d’animo, pensieri e parole, batte a un ritmo quasi fisiologico, traducendosi in una “scrittura / di nervi e sinapsi”, in uno stile acceso e inquieto, delirante quanto basta per dire che affonda nelle zone più impenetrabili dell’essere, dove convivono sogni e desideri in febbrili sinestesie e incandescenze.
La Frisa ha sviluppato attraverso la sua molteplice attività di scrittrice in prosa e in versi – oltre che per la sua collaborazione a riviste (per tutte, Arca, di cui è redattrice) – un discorso in cui si coniugano memoria e linguaggio in un modo avvincente e convincente, fondato essenzialmente sulla capacità di far reagire una fortissima istanza metapoetica con un sicuro senso del ritmo, in vere e proprie partiture drammatiche. Un pensare in versi, assegnando alla scrittura il compito di “viatico consolatorio”, come annota Carlo Rao in margine al libro Gioia piccola (all’antico mercato saraceno,1999). Tale è la sua ricerca poetica, almeno a partire dal pregevole Notte alta (Book editore,1997) fino all’attuale L’altra con la sua “lama di luce atterrita”, in “una specie di fitto delirio eliotiano” come scrive nella prefazione Attilio Lolini.
Pagine, dunque, abitate inerzialmente dal caos, queste de L’altra; pagine per le quali la poetessa può, rivolta a un muto interlocutore fuori scena (“un dio maestro, un genitore e giudice”, un “tu” maschile e prescrittivo?) ironicamente chiedere “a quale specie appartengono i suoi versi”, governati come sono dagli statuti di un’incertezza, figura sintattica, ma più ancora del pensiero, in cui l’esercizio del pensare (e del pensarsi) è sorpreso da un vorticoso clinamen di parole/immagini in attesa della buia luce della Scrittura.
Un’opera dunque, stregonesca e stregante, segnata dai bagliori anche stilistici dell’assoluto, questa della Frisa, in una lingua mutevole e lunare, drammaticamente “altra”, cavalcantiana, in cui l’esplicita ambizione è far “sopravvivere in punta di penna quell’idea di sé”, enigmatica e femminile, che ognuno si porta dentro come una risorsa o una condanna.

(Vincenzo Guarracino, Poesia al femminile in punta di penna, In «Il Corriere della sera, giovedì», 11/4/2002)

Non sappiamo né arriviamo a conoscere il mistero de L’altra che Lucetta Frisa ci consegna anche inquietandoci. Possiamo però avvicinarci al segreto, far sì che balugini nella lettera e nella lettura. L’altra, crediamo, non è il doppio, non è il simulacro, nemmeno una delle divisioni del soggetto e dispersioni dell’io; non solo, almeno. E’ forse la distanza che consegna io e soggetto al linguaggio, quell’”io è altro” di felice memoria? Ancora non possiamo sapere né conoscere da che l’autore “mette parola e piede/ sull’oscillante bianco/ a scivolare”.
Campo dell’insolubile e dell’incerto, territorio dello sbandamento, marca della perdita e della fuga, spazio dell’erranza e a volte dello sconfinamento, il testo è qui perché riesce ad essere libro, cioè legame, cucitura tra ferita e parola: “Portatemi via conducetemi disse alle parole”.
Nasce così e prende colore un personale mito e il colore irradia in una sutura tra vissuto e voce e infatti risuonare è il nostro destino. Sono dure e lucenti le pietre discorsuali della Frisa e non tracciano sentiero che conduca a finalità: resto, follia, lacerti slacciati al fato, tensioni al metamorfico, moltiplicano le aperture del senso: “dopo il percorso dei numeri e dei nomi / ci prende la follia d’incontrarlo”.
Tersa e lucida l’espressione ci porta nell’altrove dell’umano, nel luogo labirintico dove la parola una volta trovata si dona ai sensi ben al di del muto incontro che il cuore ha con le cose. Dall’incontro, il ricordo è già altro: “E posso ricordare/ un bàttito/ un ritmo/ e il piacere dei bisbigli / in questa conversazione tra me/ e me.
C’è allora quasi una magia imprendibile nei versi abbacinanti e ferenti. Nella loro bellezza davvero vivono: “Un ritmo che sa andare / tornare e ritornare / danzando su se stesso”.
L’altra, infine? È la figura stessa della poesia.

(Alberto Cappi, La figura stessa della poesia. InVico Acitillo 124”, Poetry Wave)

[…] È, L’altra, senza dubbio, un libro sommamente inafferrabile, percorso da una ambiguità non ricercata, ma, si direbbe, consustanziale al suo orizzonte d’origine. Qui l’ampiezza e il ritmo del respiro sono quelli, radicalmente ambigui, lo si è accennato, di un dire spossessato a–priori del convincimento dell’autorità del soggetto che questo dire, appunto, dice.
Lasciando ad altri il piacere dell’arabesco intellettuale intorno al tema dell’io debole, con questo suo ultimo lavoro la Frisa ci ha consegnato un esempio, tanto più significativo, oggi, quanto più raro, di ciò che Wittgenstein intendeva quando affermava “la mia mano corre più della mia testa”. Fra i versi de L’altra, infatti, come in pochi altri libri di poesia contemporanea, il soggetto è un soggetto che è per davvero in cerca di se stesso: è il nodo inafferrabile, per dirla in metafora, che stringe insieme i fili maggiori – opportunamente dialettizzati, “ridotti” preventivamente a due con una decisione che è, in realtà, un vero e proprio taglio ontologico – di una problematica, irrisolta identità. Tanto da far sentire nel lettore complice che per loro, per i deuteragonisti attivi sul proscenio mentale della Frisa (l’io poetante, e l’Altra: a qualunque cosa o persona, alla fine, essi rimandino) è il contatto con la pagina ad essere… decisivo. Perché in gioco, semplicemente, dando voce la Frisa a un’idea forte del mandato poetico, non c’è niente di meno che l’invenzione di un linguaggio, e l’esperienza diversa di sé nella scrittura.
E poi, L’altra è un libro attraversato da cima a fondo da quella perturbante tensione demonica che tutta una tradizione post-platonica, fino agli odierni cascami mitomodernisti sostiene essenziale per l’esercizio della pratica poetica stessa. Un demone, però, che nella Frisa, disposta diremmo per virtù morale all’understatement de-sublimante, presente a mo’ di antidoto in un ampio ventaglio di soluzioni un po’ dovunque fra i testi, è un demone onesto e musicale – tentatore sì, ma sulla via felice (percorsa dalla Frisa con la serietà dei fanciulli in preda all’incanto del loro stesso gioco nei libri precedenti a Notte alta, del 1997, che resta l’esito senz’altro più rilevante della poetessa genovese prima di questo) che porta a far di sé un testimone d’ascolto e d’interrogazione della parola sempre di nuovo attento, tuttavia, ai valori fonico-ritmici del linguaggio. Ecco, allora, ciò che fa un altro dei molti motivi di ringraziamento per chi ha saputo scrivere un libro come L’altra: l’essere stata in grado di concepire ciò che i fenomenologi, forse, potrebbero chiamare una “rapsodia poematica dell’appresentazione” (concetto su cui, pur brevemente, torneremo), senza per questo aver abiurato né al proprio peculiare, riconoscibilissimo atteggiamento disperatamente jouissante, da Pierrot o angelo in minore destituito della propria originaria dimensione siderale e consegnato a un ambito nostalgicamente sospeso fra mineralità (quante pietre, quante ossa, nel libro!) e animalità (un quarto delle poesie de L’altra parla di animali: la Frisa, sia detto per inciso, è uno dei rari poeti non banali della dimensione animale), né all’anima barocca, così spesso esercitata dall’autrice, che interroga tanto la sostanza di pensiero quanto la sostanza sonora, musicale appunto, delle parole.
“Chi nasconde il folle che ha in sé, muore senza voce” recita in esergo al volume una citazione da Michaux […], che qui sembra avere assunto i panni del traghettatore all’altra riva, a un lato d’ombra indefettibilmente lattiginoso, dove l’universo immaginativo della Frisa rivela una volta di più la sua sostanza radicalmente teatrica, sinistramente teatrica verrebbe da dire: laddove in gioco, a saper guardare in trasparenza il tessuto testuale, è un teatro della mente dove chi recita tende ad aumentare l’angosciosità delle interrogazioni sulla sua e sulla nostra più vera identità.
Sorretta da una tensione mistica inusuale nella nostra tradizione recente, la voce della Frisa, che è voce d’attrice baluginante sul palcoscenico di una sua stramba dimensione limbale (nonostante la chiusa “infernale” del libro, con quell’incipit scopertamente dantesco “Lei si volgeva in alto a riguardare stelle”), lucidamente sospesa fra onirico e affabulatorio, dà ampio sfogo, grazie a un pressoché sistematico lavoro di “rottura” delle forme chiuse tipiche della proto-Frisa, a una capillarità sensitiva in grado di sovrapporsi felicemente a rigore analitico e acribia definitoria. È una poesia cervicale, questa de L’altra,  dove la parola sta sempre sospesa in uno spazio di mediazione fra mente e corpo, nel senso che la parola, qui, dice il rovello del pensiero proprio nel momento, o meglio: proprio nell’evento linguistico, in cui dice il rovello del corpo. È ben noto, del resto, nietzscheanamente, ci ricorda magari senza neanche volerlo la Frisa, che il corpo possiede ragioni che la ragione non conosce […]

(Massimo Morasso, recensione a L’altra, “Resine”, n. 102, pp. 100-101, 2004)

“[…] Risuonare è il nostro destino/ l’ala di un uccello ieri/ scuote oggi un’arteria e un sasso/ e ciò che avvenne in un libro/ è ora nelle mie lacrime: versi che Lucetta Frisa ha estratto dalla sapienza cupa di una scrittura che si autodenuncia come “assassinio”: e tutto lascia credere che la tragedia non si consumi in un atto secco, ma protenda strascichi di cadute temporali – in “inconsapevoli esercizi”. Lasciarsi andare alla lucidità è la via più straziante, in quanto la riflessione non muove parole decisive ancorché amare, ma si porta dietro il fruscio di altre durate, l’ossessiva coesistenza di luminose varianti musicali, molte parole sopravvissute ai diluvi, alcuni silenzi, alcuni progetti di sogni, altre poesie già sognate.

(Carlo Alberto Sitta, da La carta dei libri. Nota di lettura per L’altra. In «Steve», 24, primavera 2002)

Una certa compostezza resta comunque la nervatura della poesia di Lucetta Frisa. prima poesia di L‘altra inequivocabile. ”Come dimenticarsi/ farsi pietra metallo occhio dall’alto/ finché una mappa aerea è un punto/ e si muovono/ insetti”. C’è il rimuovere la propria immagine, eppure il persistere dell’attenzione alla percezione e ai piccoli mondi… significa, lo crediamo, un persistere dell’attenzione ai fini ultimi del poetare, ben al di là di ogni preoccupazione estetica nonostante la cesellatura di molti versi. L’esortazione a sé (o all’Altra, altro da sé seppure in sé) di poche pagine dopo è inequivocabile: “Immagina -/ devi portare il presente qui/ se non vuoi morire”. La vicinanza tipografica fra immaginazione-fuga è urgenza di vita-realtà permette già di udire l’imminente deflagrazione. Deflagrazione che avrà il suono della parola detta e rinnovata (“vocali in alta e bassa estensione accogliere nello stomaco/ il suono e masticarlo in parole morderlo/ inghiottirlo per schizzargli fuori la vita”). Come afferma Marco Ercolani “Frisa è fedele all’intuizione di Valéry quando afferma che nella poesia non parla, come vorrebbe Mallarmé, il linguaggio, ma l’essere, cioè la voce”.
Il grido della voce […] tuttavia, non è strepito ma fermezza, timbro caratteristico e sicuro: prova ne è che l’esigenza principale è quella di saper bisbigliare, saper dire le poche cose necessarie nei momenti più drammatici o comunque  decisivi.
[…] Dice un recente componimento intitolato Le parole: ”Le ama ancora nella loro dissennata/ liturgia e nella loro folla cerca/un doppio che sembra ancora vivo,/ e ama il loro rotolarsi/ per espellere la disperazione/ che sul foglio imparerà lo stile”. Questi versi sono di enorme importanza per cementare quell’alito, pur ininterrotto ma certo sotterraneo, che ha pervaso tutta questa poesia fino ad oggi: è in una vissuta ambiguità che sta la vita e la possibilità della poesia […] e la parola, che sa lasciarsi irreggimentare in stili e forme per poi esplodere o brulicare in un superiore concetto di libertà, la si può amare solo se la si ama quale strumento per debellare l’atrofia del rapporto con il sé. La parola può essere sempre la stessa ma detta in molto modi, e qui sta la più profonda e costituzionale ambiguità, nonché la possibilità ultima di esprimere se stesso ad ogni livello di sensazione: come dice un verso di L’altra: ”chi parla narra il suo corpo”.

(Sandro Montalto, La notte alta della voce. In Tradizione e ricerca nella Poesia Contemporanea, Joker, 2008, pp.133/134)

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