Parola ai Poeti: Stefano Guglielmin

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Ho conosciuto tanti poeti in questi ultimi anni tramite Blanc de ta nuque, il mio blog. Direi che, nell’insieme, sono un campione ben rappresentativo dell’italiano contemporaneo: lo sportivo, il pigro, l’ottimista, il depresso, il catastrofico e il cassaintegrato, il colto e il naif. L’integrato invece, felice o infelice, scrive comunque versi mediocri. Non è dunque l’umore a fare il poeta, ma il lavoro su di sé e sulla lingua. Cosa nota, ma che in rete meglio ribadire.
Sulla poesia in Italia dico che essa esiste solo per i pochi fortunati che riescono a incontrarla. Per il resto della popolazione c’è panem (non sempre) et circenses (anche nella versione libresco-consumistica dei best sellers). Dunque, la poesia in Italia è viva ma ignota. Le ragioni sono evidenti: la maggior parte dei docenti di scuola superiore conosce, del Novecento, solo Saba, Ungaretti e Montale, il resto è buio (e i programmi ministeriali non aiutano ad arricchire la rosa); i grandi editori sono imprenditori con la sindrome della Toyota Production System; i piccoli, per esistere, vendono ai propri autori; le TV e le radio non presentano mai un poeta (per questo l’impegno di Rai radio tre è lodevole); i giornali di grande tiratura recensiscono 2-3 poeti l’anno; le amministrazioni locali sono in bolletta: investono perciò solo su quanto fa crescere il consenso (tra la sagra della bondola e un poeta non ci sono paragoni); le librerie, in genere, preferiscono i romanzieri perché il pubblico arriva più numeroso. Se invece tutto ciò funzionasse, fosse cioè espressione di una democrazia matura, ci sarebbe un pubblico interessato sia a sentire il poeta del quotidiano sia quello supersperimentale (senza togliere nulla al popolaresco, bondola compresa).

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Nel 1984 vinsi il Concorso Nazionale di poesia giovane, indetto dal Gruppo Fara di Bergamo, che mi pubblicò Fascinose estroversioni. Mi aspettavo di entrare nella società letteraria, ma ero ancora un giovane ingenuo. Nel 1988, ho provato con il secondo libro, logoshima: silenzio totale. Da allora cammino lentamente e costruisco con cura la mia strada.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Alla prima domanda ho già risposto, implicitamente. In sintesi chiederei loro più coraggio e più “tempo pieno” ossia più impegno in una professione che non si può fare saltuariamente. Inoltre, il proliferare di minuscole esperienze editoriali mi preoccupa perché la frammentazione indebolisce l’oggetto: se dobbiamo promuovere la poesia, si faccia un fronte robusto, organizzato, collaborativo, e si migliori la distribuzione.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Dipende da come interagiranno istituzioni, editori, librerie, operatori culturali, mass-media, poeti e critici. Al momento, la poesia buona si trova anzitutto in biblioteca e in qualche libreria. In rete l’offerta è notevole, ma i poeti più noti sono restii ad accettare un rapporto non verticale con i lettori: troppo pericoloso esporsi sullo stesso piano, togliersi fino in fondo l’aureola. Capita così che molta poesia in rete sia modesta. Credo che il vantaggio della rete sia, appunto, la possibilità di incontrare l’autore personalmente, sia pure per via virtuale, avere un dialogo con lui, contattarlo con la mail, fargli domande che sentiamo nostre. Spesso invece l’autore spera nell’elogio, godendo dei complimenti e delle vendite. Teme invece il dialogo perché gli impone di ascoltare l’altro, uno che non potrà garantirgli nessuna carriera e, probabilmente, nemmeno una copia in più venduta. Il rischio della rete è sotto gli occhi di tutti: la vanagloria dei poetuncoli e il lamento ombelicale spacciato per arte.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Penso che l’organizzazione stratificata e gerarchica sia una legge intrinseca alle società complesse, che va tuttavia limitata, controllata, per evitare la tirannide. Per questa ragione una “comunità critica”, per quanto competente, non può pretendere d’essere unica. Inoltre, ogni “comunità critica” fonderà il proprio sapere su principi difficilmente condivisibili da tutte le altre agenzie autorevoli. La comunicazione a reticolo, che è orizzontale, può dunque funzionare se accetta la differenza quale principio dialogico, negando l’omologazione. Ad ogni modo, se davvero funzionasse, la rete critica non dovrebbe avvalorare un “prodotto culturale”, bensì tenere aperta la possibilità che ci sia un discorso e un fare intorno alle domande fondamentali: il senso dell’essere e degli enti, la rappresentazione degli stessi, il pensiero quale esercizio della finitezza e non quale strumento di dominio.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Non esiste un’opera che non metta in opera lo scardinamento. Ma per farlo, deve radicarsi nel fertile di una tradizione. Ci sono numerose vie per risalire il senso dell’essere e degli enti; cercare quella più consona alla nostra voce è una pratica fondamentale se vogliamo fare i poeti. Il canone segna la via maestra, ma non per forza deve coincidere con quella da noi praticata. Ignorarne l’esistenza o volerlo sopprimere è tuttavia da ingenui, da soggetti convinti che un processo complesso come quello del canone sia frutto del caso o del gusto. C’è una civiltà che gli ha dato vita e che in esso si riconosce; ci sono canoni alternativi, paralleli o interagenti con quello dominante, sostenuti da nuclei forti di potere, spesso legati ad interessi corporativi o di carriera; c’è un gusto comune, coatto ma non per questo senza potere, nutrito dall’industria culturale, la quale, per non perdere i clienti, passivamente riproduce il medesimo canone, fondato esclusivamente sull’interessante manzoniano.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Nel nostro Paese il ministro della cultura risponde al ministro dell’economia e quest’ultimo fa i conti con le professioni dominanti e con la lottizzazione del settore pubblico. Di conseguenza, Il suo spazio di manovra è limitatissimo. Maggiore libertà hanno le amministrazioni, le associazioni culturali. I festival letterari sparsi nella Penisola sono per questo molto importanti, anche se abbelliti da fronzoli spettacolari, non necessari presso un pubblico consapevole. Credo tuttavia che dovrebbe essere la scuola il luogo deputato a formare lettori importanti, che non temono la poesia, ma la rispettano, che amano la lingua e il pensiero perché li libera al meglio delle loro possibilità. Su questo, c’è ancora molto da lavorare, soprattutto nelle scuola superiori, diventate aziende a tutti gli effetti, con – paradossalmente – una burocrazia insopportabile e dei programmi in gran parte basati sulle conoscenze, anziché sulle competenze.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Ribadisco l’importanza della scuola, inserita in un territorio con cui interagisce. Perché, mi chiedo ad esempio, non mandare i ragazzi in stage presso la biblioteca e nell’ufficio cultura del comune, sperimentando così l’organizzazione di eventi, la scelta dei volumi da acquistare, la discussione sugli ospiti da invitare? Perché obbligarli all’erudizione anziché all’esperienza della scrittura e della lettura sistematiche, con la calma che tale processo richiede?
La cultura e la lingua italiana potrebbero essere imparate in un laboratorio permanente, che interfacciasse con altre discipline, lavorando sul medesimo oggetto con metodi differenti. Don Milani l’aveva ben capito.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

La poesia non è una categoria dello spirito, è un’attività che focalizza il tempo in uno spazio ben preciso. il poeta semplicemente mette in opera tale esercizio (serissimo, s’intende) dalla propria collocazione. Credo dunque sia importante sentirsi parte di un territorio perché la scrittura è un fatto anche geografico. Le responsabilità sono molte, certo non consolare, semplificare, sostituirsi agli altri, sentirsi sopra le parti. Il comportamento che ritengo più importante è la disponibilità al dialogo, ma si può essere poeti anche se antipatici o paranoici o arrivisti. Ne conosco parecchi, ma non faccio i nomi, naturalmente.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Disciplina e ispirazione vanno a braccetto. Io di solito lavoro così: mi prendo molto tempo libero e scrivo versi sino a quando sento che l’ispirazione è arrivata. In pratica la chiamo, le preparo il terreno. Se non succede, chiudo il file. Poi, sul testo ispirato, ci metto il mestiere, stando attento che questo dialoghi con il buon demone dell’ispirazione. Altrimenti, il mestiere può solo peggiorare il testo.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

La poesia ha da dire l’essere che sono. Ma la parola ha la bocca piccola, per cui esce lentamente, come l’otre che è Orlando presto furioso. Ci vuole pazienza e forza per sopportare tale pressione. L’emozione dà il tono alla pressione; le idee nuotano nel magma, sono corpi potenziali in cerca di un orecchio e di un cervello: quelli del lettore, che darà loro forma.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Mia moglie la ama e la sfida. Mio figlio la considera una disciplina scolastica. I miei genitori la ritengono una dama per cuori romantici e una passione di un figlio strano.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Insegnando storia della letteratura in un triennio liceale, sento il mio lavoro strettamente connesso con il tempo che dedico alla poesia. Poi c’è Blanc de ta nuque… Insomma, più che altro avrei bisogno di tempo per scrivere la mia poesia, senza essere distratto da troppe cose. Ma temo che, se così fosse, non avrei niente da scrivere.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Al di là delle ovvie ambizioni, spero di continuare ad essere lucido. La poesia sopravviverà alla crisi del suo pubblico e alle preveggenze di chi la vuole estinta molto presto. Ad ogni modo, per garantirle non soltanto una vita da catacomba, oggi servirebbe una classe politica colta e onesta in dialogo con una società civile solidale.  Ai poeti servirebbe qualche soldo in più (lo dico anche per scoraggiare la visione del poeta puro, santo e immacolato, che danneggia invero questa buona pratica materiale, che ha bisogno di un sostegno reale per gli spostamenti, le presentazioni, le recensioni scritte gratis et amore Dei)

 


 

Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI). Laureato in filosofia, insegna lettere presso il locale liceo artistico. Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del gruppo “Fara”, 1985), Logoshima (Firenze Libri, 1988), come a beato confine (Book editore, 2003), La distanza immedicata / the immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006), il foglio d’arte Il frutto, forse (Arca Felice, 2008), Erosioni, in Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008), C’è bufera dentro la madre (L’arcolaio, 2010) ed i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, 2001), e Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice 2009). È presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle, 2006) e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (Monte Avila, 2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Gestisce il blog di poesia Blanc de ta nuque.

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3 Comments

  • @ Anna Maria: in che senso “in molta poesia è indistinguibile l’autore”? Provo comunque una risposta: Fai bene a leggere molto. Se lo fai, avrai notato stili diversi, no? In rete tuttavia, spesso, la poesia e tutta uguale perché scritta da persone “tutte uguali”.

    @ Cristina: felice d’esser stato utile. Certo è difficile non essere pessimisti sull’argomento.

    @ Luigi: grazie!

  • L’interessante intervista conferma la disorganizzazione delle mie supposizioni. Ora sono chiare, grazie.
    Leggo da persona onnivora, sia prosa che poesia, compro gli autori che non conosco. Certo che a volte i prezzi dei libri scoraggiano e, se passo alla biblioteca, la scelta è molto limitata.
    Vorrei porre una domanda: se il canone non è la strada maestra, perché in molta poesia è indistinguibile l’autore?
    Le riviste che non diversificano mancano di stimolo, espandono un ideale monolitico.
    Buon lavoro
    anna maria

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