Versi tra Big Bang e buchi neri – una nota di Antonio Porta su ‘Distante un padre’ di Milo De Angelis

 

Immaginiamo che in qualche luogo della psiche sia avvenuta un’implosione linguistica e che il poeta Milo De Angelis ne abbia subìto un effetto di totale concentrazione di energia, analoga a quella di cui sono fatti i ”buchi neri”, stelle ipercondensate. Le poesie nate da quell’implosione immaginaria diventano portatrici di una luce in negativo, dove tutto può essere messo in relazione con tutto, quale effetto inevitabile della compressione di ogni possibile senso o significato.

Cerco così di descrivere la prima parte del nuovo libro di De Angelis, Distante un padre, che si riallaccia, come sottolinea Maurizio Cucchi nel risvolto di copertina, a una raccolta precedente, “Millimetri”. Se tutto il libro procedesse per questa via, quella di una pura e semplice descrizione del “buco nero”, si potrebbe tranquillamente concludere che la scrittura di De Angelis si è fermata nel tempo, un tempo perfino più arretrato, nell’analisi linguistica della nostra esistenza, rispetto al bellissimo esordio di “Somiglianze”; ma così non è. Fin dalla seconda parte del libro nuovo (“Videro tutti”) si avverte che il poeta ha cominciato a divincolarsi, a strisciare, a spingersi fuori dal magma congelato che lo imprigionava per tentare di esprimersi, sia pure” con l’angoscia che si ha dei sacrilegi”.
Viene meno poco a poco la fissità sacrale del linguaggio percepito come eterna e immutabile concrezione, e si mette in evidenza il bandolo della fittissima matassa, nient’altro che l’antica funzione del raccontare. Non a caso dunque la terza parte s’intitola “Racconto alle sedie”, pur conservando nel surreale destinatario (le sedie, per l’appunto), una punta di attrazione per il concreto nulla cui il discorso della poesia cerca di sottrarsi. Straordinario, commovente racconto di un percorso mentale è il poemetto “Linn, l’avvicinamento”; De Angelis si è reso finalmente conto che la poesia non può fare a meno di immagini forti e insieme riconoscibili se vuole uscire dall’arbitrio dell’incomprensibilità e che lo strumento dell’analogia tanto più diventa comunicazione quanto più mette in primo piano l’esperienza quotidiana, il linguaggio comune.
Il miracolo del libro è la quarta e ultima parte, dove si fronteggiano dialetto e lingua (è dedicata “alla madre monferrina” e il dialetto è quello). Il dialetto è strumento maieutico determinante per la riuscita della più autentica e pura poesia di Milo De Angelis , che scaglia lontano da sé il vecchio mantello nichilista. “A senti che la poesia / l’è tuta lì: fà l’univers con gnente”, che è il “niente” della favole, dei racconti infantili, del paradiso perduto della prima adolescenza, e anche ”memoria della nascita”. E’ la madre la protagonista assoluta della poesia, la madre come sorgente della lingua e nume tutelare di una felicità che ci può nutrire per sempre. E’ la madre che la poesia può raggiungere, superando la “distanza di un padre”: è proprio questo il senso che si può dare al titolo dell’intera raccolta.

(Antonio Porta, “Corriere della Sera”, 19 marzo 1989. A cura di Nicola Borletti)

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