Rosaria Lo Russo: “Lo Dittatore Amore”

 

di Marco Giovenale

Il lavoro di Rosaria Lo Russo sulla voce, intesa sia come campionatura/campionario delle parole della tradizione sia come costruzione del proprio destino verbale di poetrice, è giunto al secondo tratto di un ideale e progettato poema in tre parti. Il primo segmento, Comedia, uscì nel 1996 per Bompiani, nella collana ‘inVersi’ diretta da Aldo Nove. Ora il secondo passo, Lo Dittatore Amore, vede la luce nella collana ‘stellefilanti’ delle edizioni Effigie.

Ri(s)guardi danteschi a parte, fortemente presenti, il libro si offre come un confronto più teso con le linee della tradizione ‘patriarchista’ della scrittura poetica italiana (“più teso” rispetto a Comedia, della quale però non ha forse la secchezza e incisione, la sprezzatura). Ma: è confronto sincero anche e proprio con la costellazione metrica e lessicale dantesca.
Più che a effetti di riverbero kitsch, i molti calchi e le citazioni e l’ammiccare pressoché costante a linee basse o alte della tradizione letteraria italiana, così come ai loci communes dell’oralità televisiva e cinematografica e in generale ‘mediologica’, mirano senza mezze misure a una estenuazione del già detto, del ri-prodotto.

Il materiale plastico delle molte eredità linguistiche, ipercolte o al contrario telesvendute, è generoso di fusioni, di indistinzione tra piani. Il prodotto corpo, il corpo prodotto e riproduttore della donna-voce, esponendo il feto verbale di un patrimonio culto che femminile non è (o non voleva essere), lo polverizza o forse all’opposto lo alza a monumento inchiodato nella banalità, nell’assurdo, nella retorica. Quale è. (È la stessa retorica delle guerre recenti, e del razzismo che si riattesta).

Allora la ‘voce impostata’ (impastata) letteraria maschile, la linea sedicente vincente della traditio sine qua non, viene qui aperta come il bue squartato di Goya. Tutto il suo ruscellare sangue verbale noto si sovrappone alle filiazioni povere e iterate della canzonetta, della pubblicità, dello show bizzoso notturno della lingua.

Non troppo diverso era il desiderio di disintegrazione della voce per Carmelo Bene, attraverso una amplificazione ossessiva.

Questa interpretazione ipotizza, dei testi di Rosaria Lo Russo, direzioni politiche che dovranno essere ancora analizzate, e ammirate. Una esortazione ulteriore: leggere libri come Lo Dittatore Amore non solo come ricche fonti di idee (l’apparato di note a questo punta), ma come installazioni. Il cd audio che accompagna il volume contiene Nastro, «un collage di testi da poetesse e poeti amati» (1996) e Musa a me stessa (del 1998). L’intero libro è dunque ‘opera’, azione multimediale. Esce così dal territorio chiuso della sola poesia scritta-letta, per confrontarsi con (e variare e flettere) i molti linguaggi di una semiosfera troppo compromessa con i codici ‘maschili’ noti, dittanti, e certo assai poco amorosi.

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