PROPOSTE DI LETTURA: “Latitudini delle braccia” DI Nino Iacovella

Nino Iacovella con Le latitudini delle braccia scrive un libro che affronta delle questioni che negli ultimi anni la sua generazione  non ha molto frequentato, almeno in quel modo, nel modo da lui scelto. Le questioni sono quelle relative alla memoria storica, ad una memoria che si concentra – come micro-storia-   intorno all’orrore non perché sia passato ma perché il grande orrore della seconda guerra mondiale trapassa, è trapassato nel nostro presente, nella nostra storia, nel nostro presunto tempo di pace. E ciò in vari modi, secondo diverse intensità, diversi gradi: dallo stragismo degli anni di piombo all’orrore condominiale. come all’orrore ‘normale’ dei non luoghi, degli ipermercati, dei centri commerciali, delle fiere della umana reificazione. Si tratta dell’orrore di una vita priva di vera consistenza e di vera umanità: è ciò che per lo più chiamiamo vita in tempo di pace. Nino Iacovella dice questo attraverso una traccia che cerca di restituire alla poesia una funzione sua, in fondo tradizionale: l’immaginazione. La poesia può dirci qualcosa, la scrittura poetica può dirci qualcosa su questo passato remoto come su questo contemporaneo perché spinge all’immaginazione. Il contenuto di questa immaginazione nella sua poesia spesso è la disintegrazione dei corpi. Perché questo è accaduto nella strage della stazione di Bologna del 1980, scena con cui si apre il libro, questo è accaduto sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ma questo orrore continua in un certo modo ad accadere nelle vite che non si compongono in una relazione umana, poniamo all’interno dei condomini.

Si legge a pag.19, nell’incipit del libro:

(…)

Nell’attimo prima che si compisse
lo scempio, eri lì ad interrogarti
sulla faccenda della vita,senza
aspettarti nulla, nessun fragore.
Ed eri solo a due passi dall’innesco,
vicino a chi avrebbe deciso le sorti
del vuoto d’aria che ti avrebbe preso
per alleviarti dall’insostenibile
peso delle braccia

(…)

I non luoghi, l’ipermercato, il centro commerciale, certo … Ma anche quelli che dovrebbero essere luoghi in senso pieno e forte, centri di intensa relazione e radicamento, la casa, il condominio appaiono come luoghi di straniamento, di non identificazione. Perché in realtà quella disintegrazione dei corpi, dovuta all’esplosione delle bombe terroristiche o degli eserciti regolari, è l’espressione materiale di una disintegrazione che viene prima, che riguarda la vita insieme, la vita sociale, la vita politica, nel senso letterale e profondo del termine. La fenomenologia dell’ipermercato e del centro commerciale, il gioco degli specchi e degli sguardi, degli esseri umani che diventano cose o quasi cose, tutto questo rientra in un gioco di composizione e scomposizione che è assolutamente inumano. E’ questa storia dell’inumano che riesce a riscattarsi attraverso gli strumenti della poesia: oltre all’immaginazione come motore che produce immagini e situazioni, sicuramente c’è quel potente strumento che è l’onirico. Proprio laddove la realtà si addensa ed è più incontestabile nella sua tragica materialità proprio lì l’onirico riesce ad irrompere e a far vedere, a far capire. Ad un certo punto, leggendo la parte del libro che riguarda la guerra, mi è venuto in mente il poeta salernitano Alfonso Gatto. L’onirico e il surreale erano infatti alcune sue modalità per far sentire in modo vivido il reale, soprattutto nelle poesie dedicate ai morti e alla guerra. Ma  mentre lì vi era l’attenzione per il colore e per il cromatismo legati alla passione per le arti visive, nel libro di Iacovella avverto soprattutto il riverbero interiore del sottile, della psicologia.

Da Fossile, pag 121:

(…)

Restiamo appoggiati al muro ruvido delle cose:
il letto, la sedia, la lampada a portata di mano
ma ora tutto è indistinguibile

Ancora una volta tremanti, al buio

Sappiamo che in casa non può esserci una voragine,
ma dentro siamo sempre in bilico
come uccelli primordiali
che da poco hanno smesso di precipitare

(da Poesia da fare)

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