La poesia capitalista

 

È Lyotard, nella sua opera più importante La condizione post-moderna – lettura imprescindibile per chiunque voglia comprendere la condizione del sapere e dalla cultura della contemporaneità – che ci fornisce, già nel primo capitolo, quella che potrebbe essere un’interessante chiave di lettura al nostro problema, quel problema che negli ultimi anni è andato ad acuirsi.

«Esso [il sapere] può circolare nei nuovi canali solo se si tratta di conoscenza traducibile in quantità di informazione. Se ne può trarre la previsione che tutto ciò che nell’ambito del sapere costituito non soddisfa tale condizione sarà abbandonato […] da ciò è possibile aspettarsi una radicale esteriorizzazione del sapere rispetto al “sapiente”, qualunque sia la posizione occupata da quest’ultimo nel processo della conoscenza. L’antico principio secondo il quale l’acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione (bildung) dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre più in disuso. Questo rapporto fra la conoscenza ed i suoi fornitori e utenti tende e tenderà a rivestire la forma di quello che intercorre fra la merce e i suoi produttori e consumatori, vale a dire la forma valore. Il sapere viene e verrà prodotto per essere venduto, e viene e verrà consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione: in entrambi i casi per essere scambiato.»

In questa manciata di righe viene puntualmente descritta la trasformazione che si è ormai attualizzata in tutte le forme del sapere all’infuori, io credo, della filosofia continentale e della poesia. Del resto, l’incapacità della seconda di comunicare con la contemporaneità sta nel fatto che essa stessa non abbia per definizione la possibilità di esprimersi attraverso quelli che sono i codici che caratterizzano il tempo in cui viene a determinarsi e, allo stesso tempo, di non rappresentare per la società qualcosa che sia necessario preservare, museificare. La poesia, infatti, come si vedrà più avanti, è la patria indiscussa dell’ideoletto e, nella teoria della comunicazione jakobsiana, della funzione poetica: stiamo parlando di quel genere letterario nel quale la strutturazione del testo, il ritmo e la cura del suo aspetto fonetico si realizzano con maggior vigore, dove la complessità (o la semplicità) costringono il ricevente a riflettere a riguardo del senso profondo di quell’insieme di segni, a domandarsi per quale motivo il poeta abbia scritto o, soprattutto, non abbia scritto certe cose.

In poesia è la superficie ciò che conta, nel momento in cui si considera un varco d’accesso al piano della connotazione «se si fa scendere uno scandaglio nelle profondità della psiche a partire da un punto qualunque della superficie dell’esistenza, e per quanto questo punto possa apparire legato solo a tale superficie, i tratti più banali appaiono infine connessi direttamente con le scelte ultime che riguardano il senso e lo stile della vita» (G. Simmel, Le metropoli e la vita dello spirito, 1903).

            Non vi è modo di quantificare il potere informativo di una poesia perché essa è caratterizzata dal fatto di coinvolgere il lettore in un processo, in termini di potenza, di semiosi infinita. La poesia non denota mai, perché il suo dominio è nel piano connotativo. La poesia allude, non determina: essa è per l’appunto importante non tanto per ciò che esprime ma proprio per ciò che non esprime, «the focus on the message for its own sake» (Roman Jakobson sulla funzione poetica). La poesia è la regione dell’estasi psichica, essa è lo strumento attraverso cui certe sensibilità possono essere amplificate, il luogo da cui parte il ragionamento e non dove esso si conclude, ed è proprio per questo motivo che essa è così strettamente imparentata alla filosofia e che, parafrasando Benjamin, essa è intraducibile – la poesia è un segno dato da un insieme di segni è, se mi si concede la metafora, una parola che nasce dall’interazione tra parole – la traduzione della poesia, dunque, non può che essere un enorme compromesso – tradurre poesia non è come tradurre un testo scientifico e, d’altra parte, in un testo scientifico le parti a cui è attribuita maggiore importanza hanno un codice univoco, quello per esempio della matematica o dell’informatica: nessuno penserebbe mai di ‘tradurre’ una formula o una stringa di codice. Altra caratteristica importante della poesia è quella del mascheramento, a mio avviso una poesia che ha per tema l’amore non potrà parlarcene in modo esplicito, essa si dovrà limitare a esprimerne i sintomi, il lettore così sarà condotto a quel senso che non appare ma su cui il testo poetico stesso è edificato. Del resto questo è ciò che avviene nella vita stessa: non appena  incontriamo in un nostro viaggio in macchina un distretto industriale economicamente depresso ci si manifesta proprio per ciò che è, non servono dei dazibao sulle facciate delle fabbriche dismesse con il numero di dipendenti licenziati, bastano i pallet marcescenti nei piazzali, i muletti che hanno fatto la ruggine, le acacie che crescono tra le pieghe del cemento davanti al cancello di entrata, le insegne rotte, i vespai agli angoli delle tapparelle abbassate degli uffici. Eppure i cartelli che ci accompagnano fino a questo luogo non ce ne esprimono l’identità ultima: le strade piene di buche che dividono le schiere di capannoni fatiscenti porteranno il nome dei grandi della nostra storia, delle costellazioni che stanno sopra la nostra testa, o ci ricorderanno le date più significative della tappa di unificazione della nostra nazione.

            Esistono decine di fondazioni che si prodigano per la promozione dell’arte, decine di premi in denaro sono disponibili per chi voglia vivere di pittura. Il lavoro del pittore è misurato con precisione, il valore delle sue opere dipende dalla superficie che queste occupano. Esistono realtà private e non che garantiscono borse di studio alle giovani promesse dell’Arte – gallerie interessate a trasformare un signor nessuno in un artista quotato – pensiamo a Damien Hirst, le cui opere hanno un valore ben superiore a quelle del Tiziano o di De Chirico. Mentre un quadro è e rimarrà un bene, un bene a cui del resto viene attribuito un valore economico sulla base di meccanismi di carattere finanziario, la poesia è e rimarrà un’espressione dell’intelletto umano di natura anti-economica, anti-economica per definizione: estremamente dispendiosa per tempi di produzione, non garantisce alcun ricavo. Il miglior poeta lavora a 1 centesimo d’euro all’ora, al massimo la poesia può portare chi la pratica a trovare un’occupazione in un ambito che a essa sia correlato, per esempio il settore dell’editoria – non credo però che esista al mondo un contratto dove si fa riferimento a una fantomatica mansione poetica.

Allora che cosa fa la poesia di tanto importante? Essa produce un messaggio che rompe il rapporto che usualmente abbiamo nei confronti del linguaggio – in sostanza si tratta di un moto centrifugo di allontanamento dall’omologazione linguistica e lo strenuo tentativo dell’affermazione di un ideoletto (Roland Barthes), cioè di quei codici che sono estensione della langue e non i vaneggiamenti di un afasico. La differenza tra il disordine di un afasico e la poesia è che la seconda è per definizione il tentativo di raggiungimento dell’ordine, della finitezza: questa è la grande sofferenza che affligge il poeta: sapere bene che cosa significhi operare al limite della stessa natura umana, lambire quel recinto biologico entro cui siamo reclusi. La poesia per essere tale deve essere l’espressione di una lingua unica, quella dell’autore e naturale, e, allo stesso tempo, di una lingua riconosciuta da un’élite culturale a ciò deputata. Esempio lampante è Dante e l’influenza che la sua lingua ha avuto, non solo sulla storia della letteratura del nostro Paese, ma sulla lingua che usiamo ogni giorno. È Dante il vero padre della Patria – se accettiamo l’opinione che Pessoa aveva della lingua.

Il poeta è poeta nel preciso momento in cui è in grado di dare alle stampe una raccolta che sia coerente e coesa dal punto di vista linguistico, che proponga una rottura nei confronti della lingua come condizione preordinata alla società (allontanandosene o mettendone in luce i limiti) ma che, allo stesso tempo, sia solo l’ultimo tra i germogli di un albero (Eliot) ovvero, quando, attraverso un gioco di rimandi culturali – e dunque con il conscio impiego di elementi che sono caratteristici della sua stessa identità – egli si rivolge al gruppo dei pari venendo da questi stessi riconosciuto.

Allora non ci dobbiamo stupire che un poeta la cui opera non è stata compresa in vita, dopo anni dalla sua scomparsa riceva il giusto riconoscimento: ciò significa che egli è stato semplicemente precursore di un passaggio culturale non ancora avvenuto all’interno del suo gruppo sociale di appartenenza ma di cui era già presagibile l’arrivo. Questa è l’unica condizione perché un poeta, o un critico di un’altra epoca sia in grado di attribuirgli un valore significativo nell’ambito della Storia (della Poesia) della Letteratura.

In tutto questo profondo gioco di rapporti (umani) affermare che un poeta abbia la libertà di dire o fare a volte mi sembra difficile. Egli ne ha l’impressione (sebbene la libertà della scrittura resti la migliore illusione che una persona possa avere, non si può che essere d’accordo con Foucault), quantomeno nel momento in cui egli vuole rendere di dominio pubblico la sua opera. Di fatti quello che oggi sta cambiando nel panorama poetico nazionale, il vero nemico della ‘vecchia guardia’, non è tanto il fatto che i giovani non accettino i protocolli del passato, non tenegano conto della loro esistenza, ma costringere la stessa, in un generale clima di fine della storia, a involversi, a cadere nel silenzio – la morte come tema culturale, direbbe Assman, sul cui lavoro, sebbene sia dedicato alla comprensione della cultura mortuaria egizia, non mi è possibile riflettere nei termini che la contemporaneità mi impone: nella storia della letteratura europea si è proposta fino ai giorni nostri una immortalità che, senza ombra di dubbio, è paragonabile a quella tentata dai faraoni: non ci sono più le piramidi, ma ci sono i libri.

La produzione poetica della mia generazione è guardata con sospetto in certi casi, in altri apertamente osteggiata perché non ha tra i suoi scopi espliciti onorare la memoria dei padri. Essa li conosce, questi padri, ma una parte cospicua delle persone che la compongono si rifiuta di operare al fine di tramandare certe memorie. La sensazione è che essa (la mia generazione) voglia proporre una cesura netta con il passato in ciò che propone ma, soprattutto, una riscoperta di quelli che furono i nemici ‘stilistici’ di un tempo: del beat (di cui avemmo nel nostro paese solo interpreti estremamente marginali) e del minimalismo (quello dei Carver), della poesia neo-realista; in sostanza di tutti quei percorsi che sono stati messi in ombra dalla stagione delle neo-avanguardie (anche se logicamente il minimalismo dei Carver è successivo), perché si riteneva che queste, a differenza di ciò che le ha precedute o di certe esperienze parallele o addirittura successive, fossero fossero più valide nel tentativo di proporre quella rottura linguistica che decreta se una poesia sia una poesia o non lo sia affatto. Per comprendere allora la poesia della mia generazione non saranno dunque necessari nuovi strumenti, ma collocarsi in un altro punto di osservazione.

            La poesia delle ultime due generazioni, penso ai nati negli anni Settanta e Ottanta, ha il problema di avere una dichiarata conflittualità nei confronti di una certa produzione preesistente, ma sbagliamo nel sostenere che la colpa di un allontanamento del pubblico dalla poesia sia esclusivamente da attribuire al Gruppo 63 e di chi ne incarna l’eredità (anche se non possono certo essere assolti): è proprio la condizione linguistica in cui siamo immersi che sfavorisce la produzione e la diffusione di un certo tipo testuale – oggi l’ambito dell’espressione artistica in genere si determina entro i limiti di quella che Debort ha definito come Società dello Spettacolo e che gli esperti di marketing definiscono società dell’advertising, quel mondo dove una persona, dalla nascita alla morte, è immersa in una materia vischiosa di sovra-stimolazione pubblicitaria; l’uomo moderno si muove nelle strade di città dove ogni metro è saturo di messaggi, ovunque egli guarda è costretto a leggere il segno di un tentativo persuasivo rivolto al consumo: è anche questa una società della funzione poetica, volta però ad alterare i bisogni degli individui, non a rappresentare per essi una crescita morale.

            In ogni caso, il clima che stiamo respirando coinvolge ogni segmento della società, non solo la letteratura: i giovani di oggi si sentono protagonisti di uno dei crimini più ignobili che la nostra società abbia potuto conoscere, la rottura del così detto ‘patto generazionale’. La percezione che si ha, difatti, è che chi ora ha cinquant’anni o sessanta o settanta abbia beneficiato di tutta una serie di diritti e possibilità che, per sua stessa ingordigia ha poi rifiutato ai suoi stessi figli e nipoti. L’edonismo reganiano e l’anarco-liberismo economico sono il frutto proprio di quelle generazioni di protesta, del movimento hippy. Del resto le proteste degli studenti e dei precari degli ultimi anni vanno proprio in questa direzione, nel mettere in luce quello che è percepito come un tradimento: una politica che non sta facendo altro che accentuare le differenze tra giovani e meno giovani, scaricando ogni sacrificio, ogni disagio, e i costi culturali della globalizzazione sulle spalle di quelli che ora hanno venti-trent’anni. Del resto, il corpo politico e i sindacati sono stati prodighi nel garantire la tutela di tutta una serie di diritti a chi ormai è prossimo alla pensione badando bene di non fare lo stesso nei confronti di chi sarebbe da lì a pochi anni entrato nel mercato del lavoro.

La storia non è più quella di una volta, non la possiamo più leggere secondo l’esempio che segue:

«Nell’idea di felicità risuona ineliminabile l’idea di redenzione. Ed è lo stesso per l’idea che la storia ha del passato. Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? Le donne che corteggiamo non hanno delle sorelle da loro non più conosciute? Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla Terra» (Walter Benjamin, Sul concetto di storia, torino, Einaudi, 1997)

perché le ultime due generazioni non hanno avuto certo la percezione di essere attese, anzi, di essersi presentate non invitate a un banchetto. E questo produce i suoi frutti, sia nella poesia, che nella letteratura, che nell’arte. Ogni generazione ha cercato di determinare una sua specifica identità, vedere questo come sbagliato è, se non altro, ingenuo.

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