Bruno Galluccio “La misura dello zero”

la-misura-dello-zeroConfrontare i medesimi concetti, sia quelli formulati in ambito scientifico sia quelli formalizzati nel linguaggio naturale, è azione che mostra immantinente una biforcazione: solo la parola è comune, anzi, no, il significante. Il significato forse è imcompossibile: è l’idea che balza in mente leggendo La misura dello zero, Einaudi 2015 di Bruno Galluccio. Vediamo la parola vuoto: assieme al concetto di vuoto fisico si dispiega anche il significato di angoscia: “e quel vuoto sembrava proprio / lì fuori di casa in agguato”, mentre “oggi sappiamo che il vuoto non esiste / ci sono ovunque fluttuazioni quantistiche / ovunque perturbazioni di campo”. Eppure, in un attimo,  la frattura si salda, grazie anche al cambio di scenario messo in atto dalla poesia. Siamo, in ogni caso, proiettati nello spettacolo, tutto umano, della creazione di realtà mentali e vogliamo riportare per intero questa collassante poesia:

morire non è ricongiungersi all’infinito
è abbandonarlo dopo aver saggiato
questa idea potente

quando la specie umana sarà estinta
quell’insieme di sapere accumulato
in voli e smarrimenti
sarà disperso
e l’universo non potrà sapere
di essersi riassunto per un periodo limitato
in una sua minima frazione

La cultura tutta, nei suoi diversissimi esiti e prodotti è esclusivo frutto umano e con l’essere umano sparirà anche l’universo culturale, sua creazione. È rispetto a questo punto di vista che le stelle nane bianche acquisiscono ”una superficie avvizzita”, viene attribuita ‘dignità’ all’’incognita’.  Non è atto incongruo miscelare oggetti ideali, astratti, e oggetti quotidiani: il mentale si sporca con le sensazioni, si connette con elementi spuri. Nostalgia per la perfezione euclidea, insofferenza per i limiti fisici, tutto si staglia contro un cielo metafisico. D’altronde, qual è il punto di tangenza tra le frequenze dello spettro visibile e i colori in cui viviamo, immersi? E’ individuabile con precisione? Logicamente?

C’è un campo in cui precipitano pensieri, sensazioni, cose ed è il luogo della loro coesistenza: la pagina poetica. In nessun altro insieme si può sperare di poter unificare. Sarà questo, forse, lo specifico carattere di un contenitore com’è quello culturale che ha la possibilità di accogliere nel suo ventre elementi così differenti tra di loro, senza dover teorizzare una gerarchia o forse stringere nemmeno relazioni. Le creazioni culturali, infatti, possono stare insieme, non solo senza che siano date definizioni ma nemmeno relazioni, mentre ancora nel sistema di Hilbert la formalizzazione si occupava esclusivamente di quest’ultime.  In tale indistinzione, che potremmo chiamare il paesaggio in cui i versi di Bruno Galluccio s’infiggono, si perde la voce recitante, l’io lirico si scompone in vettori impersonali, è presente come oggetto fra oggetti scientifici: “la solitudine è sul carrello in movimento /  che ci porta lungo lo spazio”. Non sarà mai peraltro possibile disperdere totalmente la propria soggettività nell’universo fisico, né si potrà ridurre la bellezza a quella delle “equazioni simmetriche.  Il sogno del poeta, condotto con visionaria lucidità è condotto, appunto, da poeta, non da scienziato. Il sogno unificante non è che un frammento esso stesso  e difatti la consapevolezza della complessità, è  esplicita: “I filamenti che si dipartono dal foglio / non vanno da nessuna parte / non convergono come dovrebbero / al completo disegno del teorema”. Non ci sfugge che, il fisico napoletano in tale affresco accosti i numeri naturali coi negativi, finga un passaggio delle particelle all’umano: ”anche le particelle maturano e crescono / aggrappandosi alle nostre riflessioni”, integri la memoria dell’universo a quella umana. L’aggancio, l’appiglio è esattamente quello arbitrario e spurio di cui parlavamo all’inizio.

Le incognite presenti nelle formule equivalgono alle maschere: in poesia questa equivalenza non ha nulla di arbitrario. L’accesso tra la fisica quantistica e la fisica newtoniana è inesistente, ma la poetica visione del mondo le rende comunicanti. E non ci sorprende che la prima sezione della silloge Misure si concluda con la parola “meraviglia”: un omaggio alla filosofia dei pensatori greci che è la nostra vera e unica progenitrice, origine del nostro mondo, passo fondante del nostro sentire. Nella sezione Sfondi, è con la storia che Bruno Galluccio prova a effettuare esperimenti di collazione, a operare giunture rispetto alle diverse dimensioni del tempo. Il poeta ci conduce in molteplici mondi, paralleli  e, in fondo, la storia ha proprio questa caratteristica, di riuscire a farci coesistere assieme ai nostri antenati, di farci immaginare le vite degli altri. Sebbene aleggi anche in questa parte della silloge uno sfondo di cartapesta – che qui non istituisce un canonico confronto, ma, anzi, quasi accosta al solo fine di mostrare scollamento – esiste tuttavia una difformità significante, sorta di promemoria del nostro passaggio sulla terra: “il risalire alla camera da letto / i suoi lumi bruniti / il vortice d’origine” o di quell’angoscia che proviamo passando dal nostro spazio quotidiano all’atmosfera non più terrestre. S’intersecano continuamente vari piani: il corpo, le galassie, l’amore, la mente, i diversi tipi di tempo e di spazio, senza che mai si amalgamino.

Nelle sezioni Transizioni e Curvature – sorta di memoriale, di autobiografia – la similitudine fra entità diverse,  instaurata dalla metafora, nel mettere sul medesimo piano ciò che accade al corpo e ciò che accade nel cosmo, assume una connotazione quasi sinistra. Di tale raffronto si avverte quasi esclusivamente l’inanità, lo sforzo eroico, la ciclopica impresa fallita per definizione, seppure ossessivamente affrontata: “non ha più costanza il velo del tempo / si svolge in una aspirazione di maschere / il contesto è disfatto in onde // proprio qui la natura ondulatoria della materia”. Allo stesso tempo testimoniando di un’attitudine del poeta al ragionamento astratto, condotto per formule, alla simbolizzazione utilizzante sinusoidi, onde, dati, campi, numeri, ellissi, elettroni, configurante un tracciato quantomeno impervio. Tale scrittura però non prefigura un balzo concettuale in una regione finora inaccessibile, quanto uno scorcio astruso in cui gli oggetti matematici non acquisiscono umanità, né l’essere umano si avvantaggia di maggior chiarezza. È più una condivisione, un vivere fra mondi eterogenei. Il non assimilabile disegna uno spazio abitabile, dove l’impossibile non è espunto e pare che le ombre, la propria in particolare, divengano corpi stellari.

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  • Esaustiva, puntuale e mirabile analisi del lavoro di Bruno Galluccio. Un autore che fa di improvvisi squarci spaziali e metafisici lo spiraglio primigenio, la scheggia dispiegata di una luce pura.

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