Opera Prima n.26: ‘Il piombo a specchio’ – una nota di Rosa Pierno

 

Se l’uso della filosofia in poesia corrispondesse a un mettere dei paletti intorno a cui fare slalom per mostrare come a certe indicazioni perentorie la poesia risponda con un rilanciare verso l’aperto, useremmo come esempio di siffatto caso il libro di Manuel Micaletto “Il piombo a specchio”, Cierre Grafica, 2012, appena uscito grazie al concorso indetto dal sito www.poesia2punto0.com, fortemente voluto da Luigi Bosco e accolto con entusiasmo da Flavio Ermini nella collana da lui diretta “Opera Prima”, il quale ha anche stilato la premessa, mentre Mario Fresa ne ha redatto la postfazione.
Un porre dei paletti che non equivale a disseminare citazioni, ma letteralmente a prefigurare dei percorsi attraverso una segnaletica divelta da un travolgente, velocissimo passaggio che lascia sul campo, vero e proprio atto di lacerazione, una sfrangiatura che diviene ambiente di coltura, come certe anfore inabissatesi su cui si incrostano migliaia di organismi.
Abbiamo detto filosofia, ma avremmo dovuto dire anche scienza, biologia, religione, storia. Si addensano e si espandono, col ritmo variato del respiro, mentre si ascolta lo scorrere del sangue nelle vene, le punture, le contusioni, le ferite della cultura le quali pretendono una cura, necessitano di un decorso e di una “condotta clinica”. Poiché in Micaletto agisce il bisogno di liberarsi dal fardello, dall’insana deviazione inflitti da un sapere che se riceviamo come già composto, dobbiamo vivisezionare, scandagliare, ricondurre a più miti apparenze, a meno sirenee deviazioni o astrazioni: bisognerà decostruire il consenso. “Tutto un mondo, ora, passa la mano, scivola /  nel linguaggio, commette un’intesa. // da che ho invertito / osservanza e osservazione” e si noti quel ‘commette’ che porta con sé una colpa e quel rimando a un metodo che trova collocazione nella poesia in quanto l’osservazione di tipo scientifico si stringe con un lacciuolo alla regola morale, affinché stretti assieme non perdano pezzi per strada, non restringano il campo visivo, non decurtino le diramazioni percorribili.
L’andamento investigativo si dipanerà tra l’osservazione effettuata applicando un metodo scientifico, chiamiamola pure ragione a larghe falde,   e tutto il resto del mondo, ove persino i morti coabitano nel medesimo spazio del poeta: dal proprio divano si proiettano interiori mondi iperurani, domestici aldilà.
Il dialogo intessuto in questo libro si mostra in controluce come formato da mille piani solo apparentemente contradditori: abbiamo già detto geometria/spirito, ragione/immaginazione, fisico/mentale, ma, appunto, la contraddizione non è elemento sul quale far leva per Micaletto:
La luce cariata delle tapparelle
passa il corpo a setaccio, prende la stanza
in contropiede: bianco che azzera
la linea mediana e questo silenzio
lanciato a mille sgombra
a pattuglia del nome. È già una lesione, una prosa
del taglio
A riprova del fatto che il mondo è proiezione linguistica e che è nella lingua che risiedono le regole, anche quelle nuove, quelle che ogni poeta inaugura:
Nel mare immediatamente successivo l’acqua
si comporta come nel mondo reale. Se si oppone
è liquido di contrasto, matita rossa, l’errore
è un cerchietto attorno alle cose, l’aureola di fiato
mentre incolli la faccia al vetro.
Esiste un luogo, ed è la poesia, in cui “l’interezza dei pesci e degli dei mirabilmente” sono compatibili e in cui la filosofia viene liberata dalle sue strettoie (quando acconsente ai limiti della ragione) e in questo luogo esiste “una sproporzione / tra estensione e vita, ed è difficile in tutto questo / rinunciare a un distretto / immacolato, fare a meno del vuoto”. Ciò nondimeno accade, si percorre il sentiero accidentato. Vi collassano dunque tutte le separazioni, paletti, steccati, veli divisori che sono attivi in ogni dove, meno che qui, in questo sgorgante, inaugurale libro.
(pubblicato su Trasversale)
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