Su “Idea Cinese” e altri spunti in Beppe Salvia

di Gino Scartaghiande

prato pagano sansovinoLa rarità astratta in cui c’introduce l’opera di Beppe Salvia è del tipo del concreto. Attraverso un lucido fraintendimento delle ragioni del mondo, l’arte di Salvia riesce a imporre di nuovo le ragioni che l’uomo ha di dire e di dire bene. Beppe come persona è stato per me un miracolo di preservazione della salute, fin dall’adolescenza, una forza incomparabile e fuori dal comune, che in tempi non certo facili, ha tenuto testa alla devastante vecchiezza del mondo, ai miti di una falsa giovinezza e di un falso pensiero. Beppe Salvia era un giovane sapiente, un grande dono che la provincia ha fatto all’Italia, un cuore azzurro maturato nei campi innevati della Lucania, aspro, e biondo. Un vero “contadino del Sud”, proprio come Rocco Scotellaro, Silvio D’Arzo, Pino Pascali, Amelia Rosselli, Dino Campana, Camillo Sbarbaro, Lorenzo Calogero, Antonio Ricci, Angelo Fasano, Antonio Neiwiller, questa vasta schiera di eroi che da sempre costituiscono “la resistenza silenziosa degli uomini necessari”, come ha ben detto Antonio Neiwiller, straordinario pensatore di un teatro di poesia, e come a suo omaggio e ricordo amiamo ripetere.

Il lavoro di Beppe, che è stato come quello di un lupo dei deserti, è il simile di questi fratelli, ed è per sempre il lavoro dell’arte per l’uomo. Salvia è oggi in Italia la nostra più giovane salute, il testimonio attraverso cui la nostra generazione ha potuto, oltre ogni lusinga, presentarsi giovane rispetto al mondo.

Come una memoria che non muta, Beppe ci ha dapprima ricordato che v’è arte: “Io ricordo, e d’ogni memoria niente mi è possibile mutare. Questo v’insegno: v’è arte e sappiatela usare” (Inverno). “il mio volere è di fraintendere il mondo”, “l’arte deve fraintendere le forme. in particolare quelle delle cose. deve assoggettare la propria rappresentazione all’incomprensibile mezza sfera mancante. altrimenti diventa genere. oggetto di culto” (idea cinese); “io uso il pensiero del mondo” (Appunti 1982 – domenica     di cronaca, in “Braci 6”): che è l’azione più propria dell’arte, al contrario di quanta arte oggi si fa usare dal mondo.

Bisogna considerare una metrica perduta. Una primigenia forza e salute, il cui ricordo traspare come sistema musivo entro le cose, negli stessi luoghi ove siamo.

La consapevolezza perfetta di “quanto ha roso il ferro della notte” (Canzone d’estate), è il rispetto in cui si colloca la metrica di Beppe Salvia. E solo assumendo su di sé quella lontananza delle cose in cui di fatto la vita è già un occaso perenne; solo da questa astrale lontananza per miracolo ci vengono restituite fraintese forme, vive ed eterne, e infine siamo detti, si risolve quella grande ansia di non essere espressi, che non è certo l’ultima tra quelle che gravano la nostra epoca.

Beppe Salvia ci ha espressi in un discorso di ricchezza inaudita; ha espresso se stesso e l’uomo del proprio tempo con una visione antropologica e spirituale davvero intera, contravvenendo alla più pervicace condanna che la cultura contemporanea ha gravato sull’uomo, il silenzio. Beppe ha detto, e ha detto bene. Ogni cosa che lui tocca è viva. Un pezzo di carta stagnola, una mattina di bimbi zingari a Ponte Milvio, una lettera dell’alfabeto: “L’erba del prato pareva adesso artificiale, come ogni cosa che adesso s’era mutata in mera illustrazione d’abbeccedario. Luna, l. Stagno, s. Ma credo d’esser stato soltanto io ad avvedermi del maltolto, del furto macroscopico. Aurora era gioiosa e folle. Danzava e prendeva fiori dalle aiuole. Iris, i. Girasoli, g.” (Casa, racconto inedito).

Non è un gioco. La realtà sembra fioccare dall’abbeccedario, talmente la parola è considerata come idea: “la calma dei rivi / i vivi campi sbalza / come una figuretta / d’abbeccedario / nuvolo nido neve / rondine rivo ramo / la notte non li vede/ e non li sente il giorno” (Primavera). Le parole gocciano vive essendo idee, e perciò non viste in questo tempo e spazio, ma da altro metro, occhio della mente, punto aureo, come Beppe magnificamente teorizza in “idea cinese”.

idea cinese” poi non è altro che la risoluzione tra concavo e convesso borrominiano, e cioè la più vasta armonia, il portato più ortodosso in cui si poteva contenere il massimo dell’esotico. Ma è proprio la perenne idea greca dell’armonia miracolosa di Filippo Brunelleschi, quel suo impossibile che viene in atto, chiaro, ridotto ad ombra nel rapporto più esotico e più classico al contempo, tra il grigio della pietra serena e il bianco delle intonacature. È lo spazio antigrave di un risolto fregio etrusco, l’impossibile che viene in atto e che si solleva nel laterizio leggero della cupola del Pantheon, come una capsula che lievita dal timpano del tempio greco, o nella doppia cupola di Santa Maria del Fiore, doppia o unica, ma fatta leggera internamente, come un’ala.

Beppe ha teorizzato questo rapporto in “idea cinese” e naturalmente scopre l’analogo nel canone poetico; l’equivalente dello spazio borrominiano in poesia è il Tasso, l’inaudito conflagare di esso nel bacio di Rinaldo e Armida, tra l’eroe cristiano e la maga pagana: “I baci sono bellissimi doni” (Lettera).

E infine il Petrarca: “accoglie a sé con amorosa laude / l’arte del fabbro e il pentimento vero” (Ore). E davvero il sistema musivo di Beppe ha tale maestria stilistica, come risoluzione ideale del massimo di contenuto nella forma più perfettamente semplice, che non è a dire quanto certe sue finezze facciano ricordare Francesco Petrarca, e naturalmente i poeti che attraverso Francesco hanno potuto essere i soli poeti d’Europa; Rimbaud senz’altro, la sua ebbra astronave, il suo sguardo giovane alle visioni dell’infanzia; ma soprattutto John Keats. Beppe prediligeva Keats e gli ha reso quelle complete ragioni che D’Annunzio, nel suo tentativo di imitarne i contenuti, non riuscì effettivamente a rendere al poeta inglese.

E poi Pascoli, e Gozzano, autori che egli molto amava. E tutti quei poeti che hanno trovato un sistema musivo, come spazio reale praticabile.

Ma un nome soprattutto bisogna fare come scopritore del senso effettuale del barocco, tra astratto e concreto, ed è quello di Giuseppe Ungaretti. È Ungaretti che riscopre in Petrarca la vera ortodossia del barocco, ed è attraverso Petrarca che Ungaretti comprende la Roma contemporanea, quella vera effigiata da Scipione suo sodale. È un barocco che supera detestualizzandolo il pittoresco scenario berniniano, e per Scipione tutta la più ovvia pittura francese dell’ottocento, per riancorarsi, da una parte al più difficile spazio borrominiano, dall’altra, attraverso Goya e Velazquez, sempre a Caravaggio, alla sua profondità d’ombra. Il rapporto eterno delle arti è così questo musivo effettuale tra provincia e centro, questo loro incontro in cui avvengono le cose, o in cui le cose precipitando non si distruggono ma ridiventano persona.

(Da Istmi, tracce di vita letteraria, n. 1, dicembre 1996 )

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