Stefano Dal Bianco: Ritorno a Planaval

Ritorno a Planaval

Stefano Dal Bianco

2001, 120 p.

Mondadori (collana Lo Specchio)



Dalla quarta di copertina di Pier Vincenzo Mengaldo:

Stefano Dal Bianco è un uomo che si guarda vivere ad ogni istante ostinatamente, dolorosamente. E pensa a se stesso, col correttivo di affetti familiari nitidamente detti, come a una virtualità. Da ciò due aspetti salienti del suo libro: la forma di diario, o diario spezzato, e il continuo esprimersi al condizionale. Ma il “diario” è costruito con continue transizioni fra una prosa essenziale di micro-eventi (ma né “poetica” né sapienziale) e una poesia scandita liberamente: spesso all’interno dello stesso testo, con effetti quanto mai suggestivi di chiusura e distensione, inediti nella poesia d’oggi. E se l’introspezione è l’atteggiamento fondamentale del libro, quell’io però è collocato in ambienti precisi, sempre visti un po’ di sbieco, che possono ridursi alla casa, a una stanza, a una finestra. In fin dei conti, domina il contrasto epocale fra città e “natura”, che Dal Bianco si limita a porre senza dar risposte (come deve fare la poesia); e non è che la città non possa spremere minime gocce di felicità, anche se la libertà sta altrove. Dal Bianco non è un poeta “ideologico”. Neppure si chiude alla speranza che – diceva Kafka – esiste in misura infinita ma non per noi. Ed ecco che le immagini più ricorrenti sono quelle “contemplative” della luna e dell’azzurro, ora piene ora offuscate.

 

Questo poeta così notevole non assomiglia a nessun suo confratello d’oggi, anzitutto perché non ha alcuna fretta. La parsimonia e la concentrazione non sono in lui che la faccia operativa della serietà della sua introspezione.

 

 

Articolo 19, Aprile 2002, di Lorenzo Buccella :

“Il ritmo è ciò che resta dopo che si è buttata via la zavorra del rumore del mondo”. L’affermazione di Stefano Dal Bianco, poeta padovano (nato nel 1961), forse meglio di altre rappresenta una sorta di “cartello stradale” per orientarci nella lettura delle sue poesie. Ed in particolare, dell’ultima raccolta Ritorno a Planaval che ha visto un autore della generazione di mezzo (quella dei quarantenni) approdare alla pubblicazione per una collana prestigiosa come quella dello Specchio Mondadori. Una poesia, quella di Dal Bianco, che si dispiega come un colloquio con la propria intimità, ripescando e riaggiornando dal vasto serbatoio della tradizione la struttura del canzoniere. La vicenda autobiografica s’inserisce così in un grande alfabeto “narrativo” realizzato attraverso l’accostamento organico di singole lettere poetiche. Ma qui non c’è la concentrazione in un distillato puramente lirico, perché all’interno di un verso di tanto in tanto è come se si aprisse un faglia in cui può scorrere e dilatarsi una sorta di “prosa del mondo”. Ecco quindi l’interiorità farsi ricerca quotidiana disegnando un percorso non lineare e radicandosi in un’esperienza in grado di magnetizzare oggetti e persone prossime all’autore. Prossimità che ritorna anche nei confronti del lettore proprio per una volontà di comunicazione. Sotto questa specie di lente percettiva che ingrandisce senza mai deformare ritroviamo esperienze che tutti possono far proprie per un’immediata possibilità di riconoscimento. La poesia individuale si fa così condivisibile, mentre l’io alle prese con il proprio ambiente si trasforma nell’allegoria di un “noi” generazionale. E a rendere agevoli questi passaggi contribuisce anche lo scorrere prosaico dei versi che si innesta continuamente sulle modalità colloquiali del parlato. Una lingua piana che nasconde al proprio interno molte gallerie sotterranee come sotterraneo è il lavoro poetico di manipolazione dei ritmi da parte dell’autore. Siamo di fronte a un’elegante semplicità, ma tutta apparente perché ricostruita attraverso un terremoto metrico che sovverte l’ordine abituale degli accenti. Sono il ritmo e la forma che originano e guidano le danze, non una riflessione razionale. In questo modo la voce del poeta si pone come un’emittente capace di sospendere temporaneamente i rumori di fondo provenienti dall’esterno per andare ad esplorare un silenzio mai assoluto. È il silenzio che è presente nel parlato, un silenzio che dialoga con la parola, diventando semantico, proprio perché simultaneo alla parola. Un silenzio che si annida nelle slogature ritmiche del dettato poetico mettendo in piedi un “soppalco sonoro” capace di coesistere con la sostanza verbale. Una sorta di dialettica cinematografica tra campo e fuoricampo all’interno di un medesimo spazio. La conseguenza è un effetto di straniamento dissimulato: c’è una sporcizia che pulisce, un veleno che nel cospargersi rintraccia il proprio antidoto. Vengono ripristinati volontariamente luoghi comuni della tradizione poetica per singhiozzarli in una lettura riempita da respiri irregolari che ne ostacola una fluida dicitura. E così la poesia di Dal Bianco comunica proprio perché mostra e nasconde nello stesso tempo come testimoniano queste composizioni inedite dedicate al figlio Arturo. Un bambino che sembra approcciarsi con una tale fiducia al mondo esterno (“come di chi non avesse doveri / ma soltanto diritti”) da invertire il gioco delle parti: è l’adulto (“non mi resta che fidarmi”) a sorreggersi stretto alla mano del piccolo, “fingendo” di fare il contrario. Anzi, a uno sguardo più riflessivo Arturo sembra essere generato dalla “forza delle cose”, la stessa forza che parallelamente forgia la poesia a lui indirizzata. E visto che si denuncia una mancanza di conoscenza della “responsabilità” della scrittura che costringe l’autore a “buttar giù cose sconosciute” (“o soltanto per poco conosciute”), si rende possibile (“in sogno o in dormiveglia”) una divaricazione tra l’Arturo reale che dorme “con una faccia strafottente” e la “falsa” proiezione che ne realizza il padre, dove il piccolo viene trasformato e capovolto “maledettamente” in una condizione da “grande”: il sogno di cui il piccolo prima sembrava “vantarsi o compiacersi” deraglia ora in qualcosa di estremamente serio “come fosse un lavoro”.

Sogno o visione di Arturo

Un pomeriggio ho chiuso gli occhi a letto un quarto d’ora
e in sogno o in dormiveglia, ma molto chiaramente,
ho visto Arturo che dormiva.
Arturo, il vero Arturo,
quando dorme fa una faccia strafottente
come di chi non avesse doveri
ma soltanto diritti di pappa e di nanna
e di gioco e di cacca
da tenere a memoria,
e di questo si vantasse o compiacesse
perché possa invidiarlo
(alla faccia mia, al mio cospetto)
o sciogliermi d’affetto.
Questo qui della visione invece se ne stava
(falso Arturo, mia proiezione)
coricato sul fianco come un grande, e serio
concentrato, maledettamente preso
nel suo sogno, come fosse un lavoro.
Faccia di Arturo 

Quando vedo la faccia di Arturo imbronciata,
che cerca di capire e non capisce
di noi niente che non sia tutto l’importante
rispetto a quello che sappiamo e non sappiamo
di noi con la nostra testa di adulti,

quando vedo l’infame paffuto fidarsi
del senso delle cose,
essere tutto nello sguardo
e cercare la stessa fiducia nel nostro, nel mio,

non mi resta che fidarmi,
visto che non ho niente da nascondere
se mi tengo alla sua mano
fingendo di sorreggerlo.

“A Arturo per forza di cose”

“A Arturo per forza di cose”
è una frase d’inizio o di augurio
che capirebbe chi avesse intelletto
d’amore e dolore: io no. Io non conosco
responsabilità della scrittura e mi può capitare
di buttar giù cose sconosciute
o soltanto per poco conosciute.

Eppure c’è qualcosa che mi pare di capire,
se mi fermo sulle sillabe e mi sforzo.
è la forza delle cose
che ha generato Arturo
e l’amore e il dolore che non ho
conosciuto a sufficienza,

e dunque dedicare a lui un libro, una poesia,
è come dire
“Questa poesia è delle cose:
fate che almeno Arturo ne sia degno”

(sia degno delle cose non della poesia).

 

 

di Gianfranco Fabbri, Ottobre 2004:

Da queste schede riflessive sulla poesia avrete di certo già capito la mia preferenza per il verso “situazionale” ; il verso cioè che racconta le storie minime e popolate di oggetti, nelle quali l’uomo si incunea nelle sue peripezie giornaliere.

Stefano Dal Bianco è uno di quegli autori che pratica con successo questo tipo di scrittura e che incontra, per tale ragione, tutta la mia stima. Ho appena letto l’ultimo suo libro, intitolato “Ritorno a Planaval”, e debbo dire di condividere molte caratteristiche della raccolta.

Già il primo testo, riportato a pagina 11 del volume, (“Sensi”), stabilisce in modo esplicito il suo procedere narrante, che si apre con una bella riflessione sui sette sensi umani. Il registro, se da un lato appare all’inizio un po’ criptico, dall’altro invece ci introduce con semplicità nei meandri dell’animo umano. Dal Bianco codifica i fattori emotivi e carnali della natura e li mette a confronto con la durezza dell’asfalto, violento e asettico, della città, creando in tal modo una pronta opposizione fra la metropoli e la stessa natura.

In questo primo testo egli alterna la prosa al verso, con l’intento di far fluttuare le varie tipologie della propria poetica. La narrazione “lunga” serve infatti a delucidare il concetto, mentre il verso è efficace nel dipingere i sensi –che vanno da quello inerente alla gioia senza uno scopo, a quello “notturno”, dove “nessuno vede nientedove la mente resta uguale / …”, per proseguire poi con i conclusivi, che si definiscono rispettivamente come il senso “lontano dall’amore” e come quello che contiene tutti gli altri, “il più inespiabile”-.

Una poesia mentale, questa?

Anche, sì;  seppure essa sia legata alla pelle, all’emozione e al contingente ordinario delle cose e degli oggetti della nostra vita minima. La poesia di Stefano può benissimo limitarsi a vivere all’interno di una cucina disadorna, oppure sopra un letto sfatto o accanto a un vecchio giradischi d’epoca, senza che venga inficiata da questi limiti geografici.

La forma di tale scrittura, come ricorda Mengaldo nella sua breve nota, è “creata” all’insegna del diario e dello scandaglio interiore.

Il libro continua con la sezione  “Una vita nuova”, all’interno della quale spicca la poesia “Luna e antenna”, in cui si combinano affabulazione astratta e precarietà del momento presente.

Eccone una parte (pag.16) :

 

Luna e antenna

come tante altre volte

luna e antenna.

 

Vedi come si cercano : con

ostentazione,

come se una fosse lei

l’unica vera nostra compassione,

come se l’altra lo credesse,

lo credesse

che una luna e un’antenna condividono per noi

la musica dei giovani

la pace degli ammalati

il silenzio dei morti

un cielo docile che non si muove

un occhio attento senza retina

una zanzara uccisa con il nostro sangue

e l’amore e il dolore che dobbiamo

al nostro piccolo museo.

 

(…)

 

La raccolta procede poi, nel suo canto dimesso ma analitico, secondo una teoria di prose : da “Trasloco” ( “Il mare che abbiamo davanti non è come sembra di cemento, / è fatto d’acqua, anche se anche l’acqua è una roccia. / Sotto sotto si muove, ha delle vite in sé / (…) “, a “La poesia di oggi” (serie di micro-romanzi, ciascuno non più lungo di quattro o cinque righe, come ad esempio questo che segue adesso e che porta il titolo “Con me” : “Dopo che ho preparato da mangiare miriposo e aspetto, fumo una sigaretta, cammino per la casa, sbocconcello dalla tavola qualcosa il cui sapore mi plachi, plachi la fame in me e la mia voglia di vederti “-.

Un montaggio adorabile, quello adottato, così felicemente risolto nella più spiazzante ordinarietà, la quale bene dipinge gli appetiti, i vuoti d’esistenza e le oggettualità mentali.

Non è però del tutto nuova, tale positiva poetica; già negli anni ’70, Nino Pedretti ( il quasi dimenticato, grande poeta romagnolo) dette alle stampe una raccolta di versi non dissimile da questa, di vago sapore esistenzial-oggettuale. Ma credo che sia il Novecento tutto, ad essere ricco di queste atmosfere; a cominciare da Saba e poi su su fino al tardo Montale.

Passando alla sezione successiva, intitolata “La distrazione”, notiamo un lieve movimento di bussola : l’autore ci fa capire di insistere sulle medesime note. Ne è un esempio il testo di pagina 18 –“Il piano– di cui se ne riproduce qui una piccola parte:

Quando mi stendo sul tappeto del salotto e guardo in alto, a volte c’è una mosca a volte un moscerino che volando descrive traiettorie stranamente geometriche, di colpo e di continuo svoltando con un angolo di solito acuto, e quello che è più strano è che tutto si compie sullo stesso piano ideale : … “ ; testo che ad un primo abboccamento potrebbe risultare bizantino e troppo lenticolare, ma che in definitiva riesce ad innalzare il senso della lucidità, così tanto carente nell’uomo moderno.

Analoghi esempi se ne trovano ovunque in questo “Ritorno a Planaval”. A pagina 49, ad esempio : “Ho due lenzuola vecchie di venti anni / e una federa a fiori / che tengo in casa per gli amici intimi, / usandoli sempre ma ogni volta pensando / e pregando, temendo lo strappo / che potrebbe seguire al lavaggio …” ; a  pagina 51 : “Sembra che la chitarra appesa mandi una nuova luce, e che lo specchio rifletta se stesso in un’ombra chiara, e che l’argento si sia preso la tenda abbagliandomi ferocemente e come da dentro un ricordo …”.

Le sezioni che seguono non apportano granché di nuovo, bensì mantengono il buon livello qui denunciato. L’opposizione città-natura, colta a pretesto per dipingere il dissidio “interno-esterno” dell’animo umano, offre qua e là immagini da “cinepresa”, all’Antonioni o alla Bergman, nei cui interni la noncuranza della scrittura cela, spesso e volentieri, acutezze puntute non lontane dal “senso astenico del viversi” del rapporto a due: come se i protagonisti dei quadri fossero lì lì per morire di “noia velenosa”.

Ebbene, lo ammetto: questa scrittura è affine alla mia, per tematiche, anche se poi si diversifica nella scelta stilistica. Apprezzo Dal Bianco perché riesce a vedere il mondo anche dai luoghi più dimessi e impersonali, rinfocolando in me il dubbio di quanto non sia necessario sperimentare le “geografie esterne”, a svantaggio di quelle “latenti e interiori”, le quali bene riuscirebbero a dipingere l’Uomo e la sua Storia infinita.

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