La traccia – una nota di G. Gramigna su “La ragione poetica” di Gio Ferri

 

di Giuliano Gramigna

Non intendo aggiungere alcunchè a quanto di molto preciso e circostanziato ha detto Milli Graffi. Intendo tuttavia dire qualche cosa intorno alla “Ragione poetica” di Gio Ferri. L’espressione intorno nella sua ambiguità mi va bene perchè esprime anche quello che vorrebbe essere il modo di procedere di questo breve intervento. Cioè girare un po’, circolare all’intorno di questo libro, avvicinarsi, toccare alcuni punti, spostarsi e ritoccarlo in altri. Il discorso sarà piuttosto erratico e anche parziale, ma in qualche modo coglierà, spero, dei momenti fondamentali, tipici, del libro stesso.

Non sono fornito dei miei amati foglietti di appoggio, di appunti scritti: è un caso abbastanza raro, per chi mi conosca. Si tratta di ragioni pratiche, ma c’è anche una ragione afferente proprio alla natura del mio intervento rispetto alla natura della lettura del libro. Mi è sembrato, e questo riguarda solo me, che architettare una presentazione scritta avrebbe sì offerto qualche cosa di più preciso e più corretto di più puntuale, ma avrebbe forse un poco bloccato, un poco, per me stesso, imbalsamato quanto di stimolante ho ricavato dalla lettura. Mi capita spesso, leggendo in pubblico dei miei testi scritti, di trovarli come in ritardo rispetto a quanto in quel momento vorrei dire. Perciò ho scelto, cosa non essenziale ma che ha il suo valore, di parlare, non dico a braccio, ma con una certa libertà intorno a questo libro sulla ragione poetica, perche mi è parso che questo sia un libro essenzialmente liquido, che richiede una lettura liquida e un commentario dello stesso carattere. Che cosa intendo per un libro liquido? Non intendo certo dire che questo libro è facile, approssimativo, raffazzonato, messo insieme così superficialmente, come capita talvolta; e nemmeno intendo che la lettura che lo può accompagnare debba essere una lettura ‘di corsa’, fatta distrattamente con orecchio o occhio rivolti ad altro. Intendo affermare che le idee, le proposte di cui è ricco il libro sono in continuo movimento. Cioè, non che un’idea viene esposta e poi esaurita, per dar spazio a una seconda, a una terza, magari anche ben connesse. No: queste idee in qualche modo non dico che si accavallino, ma si cavalcano l’un l’altra. Ogni idea produce da sé l’idea successiva e non è che vien lasciata incompleta, ma si completa nella idea che segue. Un movimento quasi di liquidità, appunto, un movimento ondoso, vivo, direi biologico. I miei anni lontani di ginasiarca e licearca mi hanno fatto venire in mente un’espressione: desultor equorum. Il giocoliere che nel circo romano era capace di saltare da un cavallo all’altro in corsa. In questo caso direi proprio che Ferri è un desultor idearum, latino non certo aureo, che cioè salta, produce e segue i movimenti delle sue idee, delle sue intuizioni in maniera continua e affascinante. Per questo anche la lettura è tenuta ad essere pronta, liquida e in movimento, soprattutto deve essere una lettura in qualche modo desultoria, nel senso di cui si parla in analisi, in psicoanalisi: di ascolto fluttuante. Dovrebbe essere una lettura fluttuante quella che rende più ragione e più giustizia a questo libro e quindi anche il referto su questa lettura dovrebbe avere un carattere di disponibilità, di movimento, di salto: non un salto di frattura, ma un salto di passaggio e di acquisto successivo, come un acquisto di energia, un acquisto di slancio.

Che il volume non sia raffazzonato, messo insieme come capita capita, come purtroppo avviene oggi sovente, risulta anche dalla sua struttura. È un libro che nella sua forma fisica è compatto, diviso in tre parti motivate, che hanno una loro collocazione precisa. La parte delle ipotesi che vengono proposte sul testo poetico; la seconda è la verifica teorica di quelle ipotesi; la terza addirittura l’assaggio delle idee, delle affermazioni, dei principi o delle intuizioni che sono state raccolte nelle prime due parti su occasioni di lettura, occasioni di autore.

A me pare che in un libro come questo, in coutinuo movimento – ed è questa, secondo me, una delle qualità più importanti non solo del testo di Ferri, ma dei libri di saggistica in generale – un elemento interessante, forse fondamentale, che viene spontaneo ricercare è quello degli indizi, degli indici che servono a guidarci attraverso il fluire delle idee e delle suggestioni. Questi momenti generalmente si coagulano o in espressioni particolari, quasi parole d’ordine, espressioni specifiche, o in giri di parole o in frasi indicative. Per esempio ritengo che alcune di queste parole d’ordine, di questi messaggi piu visibili, siano rappresentati da termini come disdire e tracce.

Ferri dice: “la parola poetica si pone come disdicevole rispetto alla finalità del discorso sistematico”. Qui ‘disdicevole’ vuol dire soprattutto riconoscere che la parola poetica non ha una ‘utilità economica’. Non tende a persuadere, a raggiungere delle finalità prarnmatiche. Ma disdire in questo caso è proprio quel verbo che meglio si adatta ad esprirnere il dire della poesia. Cioè è un dire attraverso le infinzioni (non dico attraverso la mistificazione), un dire per vie traverse, per allusioni. La lingua della poesia è certo una lingua fulminea, che non segue le regole logiche, le connessioni della lingua della comunicazione.

Il secondo elemento che, mi pare, mi ha condotto, come una specie di filo, attraverso la lettura del libro di Ferri, e quello delle tracce. Della traccia Ferri parla a proposito della scrittura. E osserva che la traccia non è ancora un segno. La traccia all’origine della scrittura è quella che l’uomo lascia nella natura, a prova del suo essere lì, dell’essere passato. Un’orma nel fango del terreno, dell’erba schiacciata, un ramo spezzato… Ecco, l’uomo passa attraverso la natura e vi incide delle tracce. Queste, in principio, non sono ancora segni, sono semplicemente degli elementi della vita materiale. Poi, intorno a queste tracce si coagula un significato che è quello che l’uomo attribuisce per gli altri a queste tracce, ma anche, ripeto, per se stesso, come prova della sua esistenza, del suo essere lì. Da questa attribuzione nasce il linguaggio, che tende generalmente a stratizzarsi al massimo nella sua forma piu sviluppata e più complessa. Sotto questo punto di vista la parola – non dico il discorso, che Ferri giustamente respinge per questo aspetto -, la parola della poesia tende a ritornare indietro, come a ricompiere il cerchio, saldandosi all’origine. Cioè a tornare al momento in cui il segno è puramente alla sua materialità presente, alla sua ragione in se’, è una traccia in sé, e torna alla sua materialità.

Infatti le ricerche fondamentali sulla poesia tendono a distruggere, a decornporre, a decostruire il discorso razionale, o discorso finalizzato, per riscoprire la forza, il significato particolare dei singoli elernenti. Le ricerche, molte delle ricerche critiche odierne, sono fondate sulla lettera. Anche in psicoanalisi la poesia si fonda sulla lettera.

Questi due segnali, in particolare, mi parevano due cartelli indicatori. Questi due suggerimenti, come se una voce spingesse il lettore a prestare attenzione al significato che hanno nel testo, mi sembrava che fossero da isolare. Naturalmente da isolare per la comunicazione immediata fra me e voi, ma poi da rimettere nel movimento complessivo del testo. E proprio ciò che questi due elementi segnalano porta a una indicazione assai significativa nel lavoro di Ferri. Il piacere della poesia è il piacere della forma. È il piacere d’esserci, dice Ferri, di partecipare al flusso biologico della vita. Cito ancora: “poesia è il fluido biologico della forma pregnante, forrna come essenza e rnisura di vita”. A questo punto il collegamento, o il salto, di queste affermazioni ci porta all’imrnagine originale che domina in tutto il libro: l’idea della poesia come oggetto, come cosa, non la cosa simbolica tradizionale, bensì una cosa sensitiva, un oggetto sensitivo.

Per conto mio, con qualche arbitrio, forzando il significato del testo (ma i testi anche critici hanno molti significati che corrono paralleli o si incrociano, e se ne puo privilegiare uno senza per questo tradire il testo di cui si parla), voglio dire addirittura, per la poesia come cosa, di un testo pulsionale.

Credo, in qualche modo, d’essere giunto a quello che volevo considerare il nocciolo del libro E leggo due o tre brevi passi, perche mi paiono in proposito illuminanti: “L’ermeneutica della poesia – scrive Ferri – dovrà perciò porsi oltre la techne della comunicazione, se vorrà avvicinarsi ai processi profondi del sistema di poesia”. Questi ‘processi profondi’ mi vanno molto bene, e rni stimolano a molti pensieri: “Di fatto la più corretta ed inventiva analisi linguistico-semantico-retorica ci darà molte notizie interessanti e coinvolgenti di una poesia. ma non ci renderà mai conto di quel ‘turbamento’ biologico-fisico-sensitivo che la poesia muove nella nostra fisicità, anche mentale”. E poco piu avanti: “L’ermeneutica della poesia, pur aiutandosi con gli strumenti che tanto spiegano del linguaggio come meccauismo della prassi (e anche la poesia partecipa in seconda istanza di quella prassi), dovrà superare le modalità tecniche del linguaggio per cogliere almeuo alcuni dei moti fisico-biologici della poeticità”. Allora la poesia, questo oggetto poetico, viene, in questo libro, come diceva del resto con altre parole e con altri punti di vista Milli Graffi, a situarsi in una posizione inedita. Trova una nuova qualifica che, appunto, lo collegherebbe alla visione del mondo delle nuove scienze.

Voglio aggiungere tuttavia una osservazione. Voglio dire che il turbarnento biologico, fisico, sensitivo, evidentemente – e questo lo scoprirete leggendo il libro – non ha niente a che fare con un’idea emotiva della poesia, con un’idea della poesia grondante sentimento o reazioni fisiologiche soggettive. No. Ciò di cui si parla non e la sensualità, o la sensitività della persona che legge, o del poeta che ha scritto, bensì del testo poetico. A questo punto lascio alle verifrche di Ferri di annunciare alcune utilità del ricorso alle nuove scienze, quali la biologia, la fisica, le neuroscienze, ecc. e di verificarne certi effetti. Credo, comunque, che un soccorso in questa direzione per rneglio comprendere ciò che è il testo poetico, già venga proprio dalla psicoanalisi. Io penso che la teoria psicoanalitica delle pulsioni possa dare un grande aiuto alla comprensione di ciò che è un testo sensibile in forma sensibile, in forma quasi biologica e che avevo battezzato, non so con quanto arbitrio, testo pulsionale. Io credo che l’incontro fra un sapere della lettera,vale a dire il sapere della scienza del lingrraggio, delle sue conquiste, dell’affinarnento dell’analisi linguistica, e il sapere psicoanalitico, dia vita, oggi, allo strumento piu effrcace (almeno per il momento, poichè come abbiamo visto la critica è sempre in fieri) per awicinarci alle ragioni del testo poetico. Io credo che sia lo strumento per cogliere i punti di quel reticolo testuale, verbale, in cui la pulsione del testo produce la forma significante. Dove, per usare il linguaggio di Ferri, si adempie quel turbatnento del testo poetico, o la sua profonda ragione. Penso che, pur con diverse misure espressive, colte diverse opzioni che vengono dalla personale formazione letteraria, umana, scientifica, dalle conseguenti intuizioni, credo che su questo punto io e Gio Ferri possiamo ritrovarci molto vicini. Non si tratta di condividere più o meno varie posizioni, e Ferri non ha bisogno di giustificazioni: dico che non credo di parlare fuori, non tanto dei limiti, quanto delle prospettive cosi aperte di questo libro. L’idea di questo testo, di questa poesia che ha il carattere di un turbamento biologico-sensitivo può convivere con l’immagine (che e anche un’immagine della fisica) di un corpo, o campo, di energie. In questo senso, perciò, ho citato il contributo della teoria psicoanalitica e di ricerche di questo genere. Energie che si diramano, si incrociano, in alcuni punti particolari del traliccio letterario. Nel traliccio poetico-verbale si determinano proprio una sorta di scariche pulsionali che ne determinano il significato nel senso piu largo del termine. Una critica di questo genere che incrocia le ricerchc linguistiche, gli acquisti linguistici con altre ricerche ancora aperte (la stessa psicoanalisi è un sapere che continua a dilatarsi, che non ha mai un termine), non si lirnita a costruire schemi di strutture formali operanti, bensì ne individua i tragitti di energia e i punti di scarica. Così si puo parlare, io credo. del testo come di qualcosa di pulsionale, un momento biologico, e quasi fisiologico, direi, perchè sappiarno da Freud che pulsiorre è un concetto limite tra lo psichico e il somatico.

Non ho voluto, evidentemente, fare un elogio di questo libro, bensì segnalare quanto di questo libro susciti in chiunque lo legga, in diverse direzioni, una straordinaria capacità di ridiscuterne le questioni. È un libro ben prcciso, netto, con le sue espressioni sicure e definite, ma che continua ad aprirsi non solo ai propri eventuali prolungarnenti, ma alle immissioni del lettore. Ciò significa che la sostanza della critica non sta mai in un punto d’arrrvo, ma nel ritrovarsi per rilanciarsi. Ecco dov’è la liquidità di cui dicevo. Un libro che salta sulle spalle del suo lettore e che si lascia saltare sulle spalle dal lettore. In questo movimento, direi in qualche modo inesauribile – se mai ci sia qualcosa di inesauribile nel fare dell’uomo – trovo che stia la ricchezza maggiore del lavoro di Ferri. Ci sono poi, come ha già detto molto bene Milli Graffi, dei controlli da fare, degli effetti più specifici che si possono riscontrare punto per punto, ma sono convinto che comunque non possano smentire quello che ho detto a proposito di questo carattere generale.

Per concludere vado a leggere, per chiudere temporaneamente il circolo, un circolo virtuoso, spero, l’ultima frase della Ragione poetica. Scritta a proposito di un romanzo di cui Ferri fa con grande intelligenza l’analisi: “Non si è disseminato invano”. Con quel disdire, con quell’andare in circolo, meglio con quel muoversi a spirale (immagine aperta, mai chiusa), tutto ciò che si e iniziato viene nuovamente, sempre, riproposto. Si suol dire “chi semina raccoglie”: possiamo dire che chi dissemina non raccoglie mai un frutto maturo, bensì coglie sempre il momento nuovo di un prirnigenio e inarrestabile processo.

(Trascrizione di Giuliano Gramigna della presentazione de “La ragione poetica”, nel settembre del 1999 alla Libreria Feltrinelli di via Manzoni in Milano.)

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