Il Paese delle donne – XX PREMIO DONNA E POESIA

 

1° ex equo (sezione opera edita): Sofia Demetrula Rosati, l’azione è un’estroversione del corpo. Cierre Grafica, Verona, 2011. Opera prima. Riflessione critica di Tiziano Salari.

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 La poesia di Sofia Demetrula Rosati si dispiega sinuosa e sorniona sulla pagina bianca, disperdendo una sottile striscia d’ironia. Le distanze tra le parole sono a volte intenzionalmente più grandi del normale e i vocaboli stessi ricevono risalto dalla collocazione sul foglio immacolato, creando dei nuclei in cui l’attenzione è indotta a sostare. L’ironia si direbbe rivolta all’azione del corpo che tenta qualcosa: mentre i falchi cavalcano il /vento sazi della giornata.

Di fatto, nei brevi componimenti che si susseguono legati da un filo sottile siano portati a seguire il movimento del corpo in una situazione di minaccia, mantenuta tale dalla menzione ripetuta dei falchi. La percezione di sé è di un affanno che si muove in un silenzio senza riferimenti, anche se sono avvertite sensazioni positive (l’aria calda e calma) in cui l’assonanza e l’allitterazione producono un lampo di calore che favorisce la concentrazione e l’espansione. Più spesso il corpo si muove tra percezioni dissonanti che incutono disagio: il silenzio è denso e / devo ingoiarlo continuamente per / farmi spazio. È sottolineato che la possibilità è un errore sottolineato in rosso e questo ci fa pensare al fattore di rischio implicito in ogni nuova impresa. Quando la paura va via, sensazioni più positive intervengono che quasi non trovano il modo giusto di incarnarsi, allora la dimensione surreale serve a inquadrare ciò che si sente: lo spasimo non è più stretto dall’angoscia ma / fluttua appeso a un ombrello che giustamente al curatore, Tiziano Salari, fa pensare a “certe immagini pittoriche di Folon di omini che prendono il volo quasi liberando da se stessi il proprio doppio incorporeo”.

Emergono nuove osservazioni, mentre si continua a vivere in un’altalena di movimenti e stati d’animo. Si conosce, si ama, si aspetta e s’incrociano persone. La dimensione surreale s’intensifica e serve a sfatare l’esistenza di reti logiche di rapporti tra le persone e anche chi parla confessa: non ho mai avuto la sensazione di esserci / eppure le mie impronte sono state prese. Il surreale raggiunge un suo picco illuminato, quando la poeta, nel racconto franto della sua interiorità che si impiccia con l’azione, propone questi versi:  eravamo tutti lì a guardare / le illusioni sui tralicci della luce / ci siamo sdraiati sull’erba calda e / abbiamo iniziato a mangiarla. Il racconto prosegue costeggiato a tratti da appunti realistici che creano degli effetti stranianti: nell’inerzia dell’attesa mangio arance spandendo aroma.

Ogni tanto un singolo verso fa risplendere la pagina bianca – sanno di melograno i caldi fili d’erba – ma tra spasimi di nascita agiti da un utero anch’esso estroverso e rotolante giù dalle rocce – la pagina non scritta / è la misura del tutto – e il viaggio dell’anima, saremmo portati a dire, continua lento. Bellissimi i versi finali che descrivono questo cammino così incerto eppure inesorabile. Si procede, dice Sofia Demetrula Rosati, senza lasciare tracce.

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